Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Michele Eugenio Di Carlo*

La questione meridionale non è più al centro del dibattito politico e culturale da almeno 40 anni. Intellettuali, storici, economisti, devono tornare a produrre un’azione culturale seria di informazione, che richiami la tradizione meridionalista storica, le cui tematiche per tanti aspetti spiegano il contesto socio-economico e politico attuale: emigrazione, divario, disuguaglianze, spopolamento, carenze di servizi essenziali, lotta alle mafie, urgenza di riforme nel campo elettorale, tributario, giuridico, applicazione piena della Costituzione.

Un dibattito nel segno della tradizione meridionalista non può che andare oltre le banalità pseudoculturali deileghismi contrapposti e dei vuoti propositi revanscisti e identitari.

È in questo ambito che diventano utiligli studi e le ricerche sulle principali figure del meridionalismo storico del mio testo “Meridionalismo e meridionalisti”, ma anche il “Pensiero Meridiano” del sociologo barese Franco Cassano.

La questione meridionale resta un problema irrisolto. I dati statistici (Istat, Svimez, Eurispes) indicano chiaramente che ignorare il Mezzogiorno ha portato inevitabilmente al declino dell’Italia interae confermano che dalla fine degli anni Ottanta il Mezzogiorno ha ricominciato ad essere considerato la «palla di piombo» di un secolo fa.

Fra l’altro, memorabili le paroledi Gian Maria Fara, il presidente del prestigioso Eurispes, l’Istituto di studi politici, economici e sociali,nel presentare il Rapporto Italia 2020: “Sulla questione meridionale, dall’Unità d’Italia ad oggi, si sono consumate le più spudorate menzogne. Il Sud[…], attende ancora giustizia e una autocritica collettiva da parte di chi – pezzi interi di classe dirigente anche meridionale e sistema dell’informazione – ha alimentato questa deriva[…] siamo di fronte ad una situazione letteralmente capovolta rispetto a quanto creduto”.

Infatti, gli studiosi veneti Stefano Cristante e Valeria Cremonesini, docenti dei processi comunicativi presso l’Università di Lecce, nel testoLa parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo scrivevano che dal 1980 al 2015 i media nazionali hanno letteralmente ignorato il Mezzogiorno, mettendone in rilievo quasi solo i mali e creando negli stessi meridionali un immaginario percepito falsato.

Non è quindi un caso se Cassano scriveva che le “relazioni comunicative che passano dai media […] ci sradicano dal localismo così come il denaro e il commercio ci hanno sradicati dalla comunità fondata sull’autoconsumo locale”. C’è tanto di Pier PaoloPasolini in queste parole. Tornerò sull’autoconsumo locale nella parte finale di questa relazione, quando parlerò di Emilio Sereni.

In realtà, come assicura ancora Cassano, citando Latouche, “il contatto tra due culture (n.d.a.: la nostra e quella del Nord del 1860) non si traduce in uno scambio equilibrato […] la cultura ricettiva è invasa, minacciata nella sua propria essenza e può essere considerata vittima di una vera e propria aggressione”. In definitiva, quello che nel mio testo l’avvocato avellinese Guido Dorso individuava come una “conquista regia”, realizzata col pieno concorso delle élites militari e aristocratiche piemontesi e della borghesia rurale conservatrice del Mezzogiorno, a spese delle classi contadine del Sud, avendo il Risorgimento totalmente fallito sul piano ideale delle libertà, dei diritti, dell’uguaglianza sociale e territoriale. Evidente il riferimento dell’avellinese al federalismo repubblicano di Carlo Cattaneo.

Dinanzi a politiche dettate dagli interessi prevalenti delle aree ricche del paese – esempio chiaro e attuale la cosiddetta autonomia differenziata – e in assenza di forze politichea tutela degli interessi del Mezzogiorno (si vedano i parlamentari meridionali che hanno votato le preintese tra regioni del Nord e Governo),si rende necessarioriacquisire una iniziativa culturale dai riferimenti storici precisi.

Una tesi confermata dal giornalista lucanorecentemente scomparso, a cui dedico la mia presenza a questo Festival,Nicola Manfredelli, che nel Manifesto d’Intenti della Rete culturale Carta di Venosa scriveva: “la ‘meridionalità’ è […] la messa in atto di azioni capaci di diventare progetto politico, sociale, economico, utile all’intero paese, […] superando divari, disparità, disuguaglianze spesso alimentate da deleterie visioni discriminatorie e razziste”.

Un temaanalizzato dai saggisti Alessandro Cannavale e Andrea Leccese in A me piace il Sud : “Il Sud ha bisogno della ricostruzione disinteressata della conoscenza storica, liberata[…] dall’identitarismo revanscista, che ha l’unico «merito di esaltare il vittimismo […]e le peggiori pulsioni della gente del Sud”, alimentando “un leghismo a scoppio ritardato, in realtà cospirante con quello padano”. Un meridionalismo a cui Franco Cassano nel Pensiero Meridiano raccomandava di “evitare la trappola del fondamentalismo identitario”, pur nel rivendicare forme di autonomia o eventuali di federalismo, che tanti meridionalisti citati nel mio testo hanno richiesto invano.

La critica alle politiche unitarie nell’ambito del regimeliberale vedeva la luce nel 1875 con le tesi del conservatore napoletano,docente di Storia all’Università Firenze, Pasquale Villari, futuro parlamentare e ministro della Pubblica Istruzione,con le note Lettere meridionali scritte per il giornale di Torino “l’Opinione”.

Il pensiero politico di Villari veniva subito ripreso da duesuoiallievi toscani: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino che analizzavano le condizioni dei contadini siciliani.

Il rionerese Giustino fortunato iniziava la sua trentennale attività a tutela del povero mondo contadino, affrontandoi problemi sociali che avevano lasciato uno strascico infinito di contrasti violenti e prolungati, pubblicando nel 1879La questione demaniale nell’Italia meridionale. Il lucano era stato tra i pochi parlamentari meridionali a votare contro la tariffa protezionista del 1887 e a criticare il sistema fiscale gravante sulle fasce poco agiate del popolo e privilegiante“il capitale e i profitti delle industrie”.

Il salentino Antonio De Viti De Marco, era il primo che già nel gennaio del1891 pubblicava sul “Giornale degli Economisti” che dirigeva un articolo di denuncia delle barriere doganali che stavanoeaggravando lo squilibrio tra Nord e Sud.

Il siciliano repubblicano Napoleone Colajanni, sulla violenta repressione dei “fasci siciliani”, denunciavale vere cause dello scontro sociale, indicando le responsabilità nel penalizzante centralismo piemontese: sulle masse popolari, in particolare del Mezzogiorno, gravavano i pesi della svolta protezionista, della pressione fiscale, del carovita, delle limitazioni doganali al commercio con l’estero. Inoltre, nella seduta della Camera del 20 dicembre 1892, faceva scoppiare il noto scandalo politico-finanziario della Banca Romana.

Nel 1898, i moti del carovita a Milano fornivano l’occasione per una nuova repressione militare, di cui era vittima lo storico socialista Ettore Ciccotti, costretto ad espatriare in Svizzera,dove pubblicava Mezzogiorno e Settentrione d’Italiasulle condizioni del Mezzogiorno di fine Ottocento. Lo storico lucano vedeva chiaramente nello sviluppo industriale del Nord, carente nel Mezzogiorno, l’origine delle divergenti condizioni economiche.

Francesco Saverio Nitti, ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università di Napoli, nel 1900 con Nord e Sud portava alla luce l’iniqua ripartizione della spesa pubblica in Italia, tesa a favorire lo sviluppo infrastrutturale e industriale dell’Italia settentrionale: il divario tra le due aree del paese era diventato consistente in relazione a precise scelte politiche e l’opinione “molto comune” che il Sud avesse sfruttato il bilancio nazionale veniva decisamente respinta.

Il pugliese Gaetano Salvemini dava vita ad una critica radicale ai meridionalisti moderati raccolti intorno alla rivista “Rassegna settimanale”. Giudicava l’arretratezza del Mezzogiorno come il risultato dellescelte politichemiopidei governi liberalidel nuovo Regno d’Italia.Anche Salvemini ha rappresentato pienamente le tendenze regionaliste e antigovernative in antitesialle politiche protezionistee ha tentato, ai fini di uscire dall’asfissiante centralismo sabaudo, la via del federalismo indicata da Cattaneo.

Antonio Gramsci, già nell’aprile del 1916, scriveva un interessante articolo su “Il Grido del popolo”, denunciando che il Nord, producendo materiale bellico, traeva enormi profitti dall’economia di guerra, mentre il Mezzogiornovi sacrificava un enorme patrimonio di capitali e uomini.

Don Luigi Sturzo, riteneva che la centralizzazione della legislazioneaveva aggravato lo squilibrio delle regioni del Mezzogiorno. Il siciliano di Caltagirone, a proposito del “Mediterraneo” di Cassano, proponeva l’apertura agli scambi e alle “relazioni commerciali con i paesi dell’area mediterranea, quale fattore di sviluppo decisivo perun «risorgimento meridionale”.

L’attività politico-intellettuale di Tommaso Fiore si può riassumere in una costante azione contro il centralismo statale. Le regioni del Mezzogiorno sarebbero state protagoniste del proprio destino solo in un preciso quadro di federalismo cattaneano.

Con Emilio Sereni e il suo Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), pubblicato nel 1947 e che segna una svolta nell’analisi dell’economia italiana del primo quarantennio unitarioritorniamo, per finire, ai concetti espressi da Cassano: “[…] il denaro e il commercio ci hanno sradicati dalla comunità fondata sull’autoconsumo locale”. Infatti, la “mancata rivoluzione agraria del Risorgimento” e, nel contempo, la formazione di un mercato nazionale nell’ambito di uno sviluppo capitalistico industriale nordico, nonché la politica liberista del nuovo Stato unitario, rafforzano il dominio della borghesia liberale, intensificando i traffici commerciali tramite la neutralizzazione delle barriere doganali e lo sviluppo interno delle vie di comunicazione.

Nel Mezzogiorno, laddove prevale un’agricoltura estensiva volta all’autoconsumo, la forzatura al brusco passaggio da un regime protezionistico pesante ad uno libero, l’inasprimento del sistema fiscale, l’unificazione del mercato nazionale e lo sviluppo capitalistico accentuano le modeste disuguaglianze economiche del 1860 che diventano a fine secolo un vero e proprio consistente divario.

Il romano Sereni, dopo la laurea in Agraria a Portici,aveva preso coscienzadelle condizioni di sottosviluppo del Mezzogiorno: il Risorgimento italiano era stato sempre sotto il controllo di forze politiche reazionarie,“in aperto e diretto conflitto” con le masse contadine.

La borghesia italiana al potere, al pieno dominio politico doveva necessariamente aggiungere quello economico mediante la formazione accelerata di un mercato nazionale che, in un’Italia ancora agricola, creasse le premesse per lo sviluppo del capitalismo industriale. Per favorire il passaggio cruento dalla produzione per autoconsumo ad un mercato nazionale occorreva innanzitutto sopprimere le barriere doganali negli Stati preunitari, ma anche creare rapidamente una rete ferroviaria e stradale che permettesse di raggiungere i punti più estremi della penisola.

Nella finanza pubblica è la voce relativa al costo del processo di formazione del mercato nazionale che pesa maggiormente, comportando un feroce inasprimento del carico fiscalepagato caramente alle misere masse popolari.

Soprattutto nel Mezzogiorno, la produzione era basata sull’autoconsumo familiare, sui beni primari necessari al soddisfacimento alimentare della famiglia, dal grano all’olio, dal vino alla frutta e agli ortaggi, dal lino alla canapa. La produzione della piccola azienda contadina era rivolta anche al campo delle produzioni industriali: attrezzi agricoli, mezzi di lavoro e di trasporto, materiali da costruzione, combustibili, sementi e concimi venivano prodotti in azienda senza alcun ricorso al mercato. In particolare, nel settore tessile centinaia di migliaia di donne filavano e tessevano a domicilio sia per soddisfare i bisogni familiari sia per andare incontro alle richieste dei primi opifici industriali. In definitiva, nel 1860 vi era una strettissima connessione nell’azienda contadina tra attività agricola e industriale manifatturiera domestica, protrattasi nel Mezzogiorno almeno fino a fine secolo con il lavoro salariato a domicilionelle campagne; un’attività che forniva “una parte importante dei prodotti manifatturati al mercato nazionale”, mentre la produzione artigiana della famiglia contadina soddisfava “direttamente i bisogni in prodotti industriali delle masse rurali”.

Sul finire dell’Ottocento lo sviluppo capitalistico del mercato nazionale ha già imposto la distruzione delle attività industriali legate all’azienda contadina, rendendo fattiva la cosiddetta “separazione tra agricoltura e industria” con la scontata diminuzione progressiva della popolazione addetta all’agricoltura, che nel Mezzogiorno non trova altra via che l’emigrazione.

Inizialmente, con l’abolizione delle barriere doganali il mercato italiano viene naturalmente invaso da prodotti manifatturieri esteri a basso costo che rovinano l’economia domestica, ma nel giro di qualche decennio il ritorno al regime protezionistico del 1887 trova un mercato meridionale da poter sfruttare senza la concorrenza estera, diventata fastidiosa.

Per concludere, cosa e come rispondere aiquesiti posti da Cassano?

Cassano si chiede se il “modello culturale dell’Occidente con la sua potenza e con la sua costante tendenza all’espansione”,che definisce “integralismo freddo”, sia “capace di tollerare società rete da diversi principi organizzativi, modelli culturali non fondati sul dinamismo ininterrotto, sulla produzione illimitata”. In sintesi, “un modello culturale fondato su parametri differenti da quelli produttivistici e consumistici può resistere oggi all’offensiva culturale (ma anche economica e politica) dell’Occidente?”

Pare evidente, che proprio guardando, ieri, alla storia del Mezzogiorno d’Italia, dal processo di annessione territoriale in poi, possiamo rispondere tranquillamente di no. Ma anche guardando a quanto succede oggi nel mondo, sempre più alle prese con un ultra-capitalismo che tutto può e tutto vuole.

Anche se,purtroppo, come afferma ancora Cassano,“la tutela dei modelli culturali non produttivistici», non nel segno del possesso, del consumo sfrenato, “è il problema fondamentale dell’umanità nei decenni futuri”.

*Presentazione del testo “Meridionalismo e meridionalisti” alla serata inaugurale del “Festival Carpino in Folk” 2026, edizione dedicata al Pensiero Meridiano, Carpino, 6 agosto 2026

Condividi: