Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Bruno Santoro
La mobilitazione per la Palestina, nel corso delle ultime settimane, ha raggiunto dimensioni che hanno pochi precedenti nella storia. In quanto insegnante ho cercato di trasmettere ai miei alunni quanto accadeva. Non potevo continuare a fare lezione come se nulla fosse mentre il mondo viveva una stagione paragonabile soltanto a quella della guerra in Vietnam. In quanto attivista ho preso parte alle manifestazioni organizzate a Napoli, partecipando alla mobilitazione iniziata mesi fa, dalla vicenda della Taverna Santa Chiara fino alla manifestazione di Roma del 4 ottobre, aderendo ai due scioperi generali in solidarietà con Gaza e alla Sumud Flotilla.
In questi mesi la mobilitazione ha coinvolto anche i docenti, che si sono organizzati in diversi coordinamenti in tutta Italia, a partire da quello nato a Brescia. Così è nato un coordinamento napoletano di docenti per Gaza, che raccoglie insegnanti da tutta la provincia. Ho deciso di aderire e contribuire a creare uno spazio in cui i docenti potessero incontrarsi e confrontarsi, soprattutto nella complessa realtà della periferia nord di Napoli.
Da questa esigenza è nato il Coordinamento Docenti dell’Area Nord, per unire chi sente l’importanza di portare dentro la scuola la realtà circostante e farne parte attiva del lavoro didattico. Non abbiamo voluto legarlo solo alla questione palestinese perché l’obiettivo non era creare un momento di mobilitazione temporanea ma un luogo stabile, capace di mantenere viva l’attenzione, il confronto e l’impegno dei docenti sui grandi temi sociali e politici del nostro tempo.
Da dove nasce questo desiderio di connettersi con gli altri? Credo che la risposta sia sintetizzata su un cartello letto durante la manifestazione del 4 ottobre a Roma su cui c’era scritto “Volevamo salvare la Palestina invece la Palestina sta salvando noi”. Credo sia la sintesi perfetta di quanto accade. È giunto il tempo di riprendere un ruolo politico che avevamo dismesso. Le organizzazioni politiche, come i sindacati confederali, sono state scosse dalle piazze e stanno ora cercando di inseguire questo enorme movimento.
L’adesione allo sciopero generale del 22 settembre è stata sorprendente ed ha coinvolto lavoratori della scuola e di altri settori, in molti casi ignari della sigla del sindacato che lo aveva indetto. Questo dimostra quanto sia profonda l’esigenza di far sentire la propria voce, di dire che non si può accettare che uno Stato possa massacrare bambini, donne, anziani e malati, distruggere case e ospedali senza che qualcuno lo fermi.
La Sumud Flotilla è stato il detonatore di questa esplosione, che ha riversato nelle strade un fiume di persone, sostenuto da chi osservava dalle finestre o restava bloccato nel traffico a causa dei cortei. Milioni di italiani hanno espresso con un’unica voce la volontà di fermare l’azione genocidiaria di Israele.
Questo movimento si rivolge anche contro il governo Meloni, sia per la sua complicità con Israele nel genocidio dei palestinesi sia per le politiche repressive e autoritarie che sta attuando in Italia. Ma queste piazze non contestano soltanto il governo Meloni, ma parlano anche all’opposizione, un’opposizione amorfa e anestetizzata nei suoi scialbi rituali propagandistici ed autoreferenziali, alla ricerca di consenso attraverso formule politiche, quelle delle larghe intese, che risultano più patetiche che degne di considerazione, un’opposizione incapace di rappresentare le esigenze della società e priva di un’intesa reale con il Paese.
Come alla fine degli anni Sessanta, quando la televisione trasmise la brutalità della guerra direttamente nel salotto delle famiglie, generando un trauma collettivo che alimentò un movimento capace di mettere in discussione l’autorità politica e militare, le convenzioni sociali e culturali e il ruolo dei media, così oggi il massacro dei palestinesi ha suscitato una reazione analoga, mobilitando indignazione e partecipazione su scala globale. Le violenze gratuite e i bombardamenti sulla popolazione inerme, sugli ospedali e sui giornalisti hanno creato un trauma collettivo che ha generato indignazione e sollevazione.
Da qui il senso di liberazione sintetizzato dal cartello e da qui nasce la necessità, per me e molti colleghi, di riprendere un ruolo fondamentale nella società, spesso ignorato e ridotto da logiche aziendaliste di un sistema economico che subordina la scuola al mondo del lavoro, il cui unico obiettivo è produrre lavoratori pronti ad accettare precarietà e non una scuola che formi cittadini consapevoli.
Come docenti sappiamo che la scuola non può limitarsi a questo e spetta a noi difenderla come spazio di formazione e crescita. In quanto insegnante sento l’esigenza di collegarmi ad altri docenti per condividere l’idea che insegnare Dante non significa solo far capire l’importanza del poeta e dell’uomo, ma far comprendere la connessione tra letteratura e realtà, fornendo strumenti culturali per formulare nuove domande, non risposte. Considerazioni apparentemente banali, ma che sfuggono ai miei ragazzi apatici e disinteressati.
Ragazzi provenienti da periferie marginalizzate, spesso invisibili alla società, vivono in un contesto sociale ed economico che li confina in spazi ridotti a dormitori e a luoghi dove la socialità è non solo superficiale e limitata, ma anche segnata dalla violenza, conseguenza diretta della marginalizzazione. Ed è questa condizione che collega questi ragazzi, questi luoghi alla realtà palestinese, fatta di segregazione e isolamento. La loro apparente indifferenza è indotta da questa condizione di reclusione invisibile, in cui il territorio definisce anche i confini mentali. Per la scuola, rompere questi confini e trasformarli in orizzonti di crescita rappresenta un’impresa ardua.
Cos’è la scuola per questi ragazzi? Non è altro che un luogo in cui dover stare, dove il senso vero è quello della socialità e non della crescita culturale. La conseguenza è la noia durante le lezioni e la voglia di evadere dalla classe appena la porta dell’aula si apre. La scuola non insegna nulla e andare lì è inutile, perché “la vita vera si impara fuori di qui” come mi hanno scritto diversi ragazzi di una classe terza in un tema l’anno scorso. Questi stessi ragazzi, che il sabato sera si riversano nel centro storico e nei quartieri borghesi della città, si sentono parte del mondo e della contemporaneità perché si riconoscono nella rappresentazione dei giovani che l’industria culturale offre loro.
Apparentemente integrati e connessi al mondo, restano invece prigionieri di una socialità superficiale e autoreferenziale. La distanza tra centro e periferia emerge chiaramente dalle occupazioni delle scuole del centro storico, realtà attive, presenti e consapevoli del proprio ruolo, capaci di dialogare con l’istituzione scolastica. Nelle periferie, invece, queste dinamiche arrivano come un’eco lontana, percepite come qualcosa che appartiene ad altri.
Non sto dicendo nulla di nuovo, ma voglio sottolineare il vero ruolo della scuola, che non può essere subalterna al sistema economico ma deve formare cittadini consapevoli, capaci di affrontare le contraddizioni della società senza ridursi a lavoratori e consumatori disumanizzati. Nelle periferie delle grandi città questo ruolo diventa ancora più cruciale, perché la marginalizzazione produce violenza e senso di frustrazione, mentre la scuola appare un luogo privo di senso, e la vera vita sembra svolgersi fuori dai suoi spazi.
In questo contesto, la penuria di opportunità spinge le istituzioni economiche e statali a cercare proprio qui manodopera a basso costo e a reclutare i giovani per le forze armate e le forze dell’ordine. Opporsi a questa dinamica significa resistere a una visione della società classista e autoritaria, riaffermando la funzione della scuola come spazio di emancipazione e formazione critica.
Quanto avviene nel mondo, in Italia e a Napoli è un’occasione unica per gli insegnanti per riflettere sulla possibilità di tornare a essere elemento di connessione tra il presente e il futuro dei ragazzi. Un presente fatto di inconsapevolezza che va trasformato in presa di coscienza, connettendo l’io con l’Altro e viceversa, permettendo di trovare un senso di appartenenza a comunità più ampie, oltre i confini rionali che limitano la loro emancipazione culturale.
Questo momento di partecipazione, con docenti che scendono in piazza per la prima volta, deve diventare un’occasione per creare luoghi di elaborazione teorica e pratica che connettano i docenti tra loro e con quanto avviene nel mondo, vicino e lontano, dando un ruolo attivo dentro e fuori la scuola.
La Palestina sta scuotendo le fondamenta della società, come la guerra del Vietnam. La visione quotidiana del genocidio ha creato un trauma collettivo al quale reagiamo attraverso la mobilitazione, che come sessant’anni fa potrà generare nuovi luoghi di partecipazione, elaborazione ed emancipazione.
Foto a corredo dell’articolo di Bruno Santoro
