Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio

Intervista di Marcoflavio Cappuccio ad Andrea Ferrario, giornalista che scrive di politica internazionale dal 1996, quando ha iniziato come redattore della rivista Guerre & Pace. È stato fondatore e direttore responsabile della newsletter Notizie Est, specializzata nell’area balcanica, e nel corso degli anni è intervenuto come esperto in trasmissioni televisive e radiofoniche, tra cui RaiNews, RaiUno e RaiTre. Ha collaborato a lungo con il settimanale Internazionale, occupandosi di rassegne stampa, selezione e traduzione di articoli. Negli ultimi anni si è concentrato sull’Asia orientale, scrivendo per Crisi Globale (di cui è co-curatore) e, dal 2025, per Asianews, con analisi pubblicate in più lingue. È inoltre traduttore freelance specializzato in economia e affari internazionali e cura il blog Cinema Globale, dedicato in particolare al cinema dell’Asia orientale.

Negli ultimi anni la Cina è emersa sempre più chiaramente come una superpotenza globale, con un ruolo centrale anche all’interno dei BRICS, mentre i rapporti con gli Stati Uniti si fanno progressivamente più tesi. Tuttavia, di fronte al rapimento di Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, la reazione di Pechino è apparsa sorprendentemente timida. Quale può essere una possibile spiegazione?

La Cina è un paese con enormi potenzialità e con risorse impressionanti, ma le sue fragilità sono molto più profonde di quanto il discorso dominante non lasci intendere. L’economia è in estrema difficoltà, con la crisi immobiliare irrisolta dal 2021, una deflazione che è segno di debolezza strutturale della domanda e una crescita del Pil sempre più dipendente dalle esportazioni, proprio mentre la guerra commerciale con gli Stati Uniti e il crollo degli investimenti esteri rendono gli sbocchi del suo commercio estero più incerti. Le purghe senza precedenti ai vertici militari sono un indice di fratture interne profonde tra la leadership di Xi Jinping e l’apparato di difesa, e una dirigenza impegnata a consolidare il controllo interno non ha il margine per esporsi su fronti secondari. E per Pechino il Venezuela è certamente un fronte secondario.

C’è poi un dato strutturale sistematicamente sottovalutato. La Cina non dispone di un sistema di alleanze paragonabile a quello statunitense, non ha una rete globale di basi militari né patti di difesa vincolanti, e le piattaforme multilaterali in cui opera, dai BRICS alla SCO, sono forum di coordinazione tra paesi con interessi spesso divergenti, non alleanze coese. Quando le cose si mettono male, Pechino non protegge i propri partner. Lo si è visto con la caduta di Assad in Siria, lo si è visto in Iran e lo si vede ora con il Venezuela. La proiezione di potenza cinese si esercita attraverso il commercio, gli investimenti e i prestiti, non attraverso garanzie di sicurezza. Questo non vuol dire che sia un’influenza neutra o benigna, perché Pechino sostiene regolarmente governi autoritari, flirta con altri della medesima natura quando le conviene, come nel caso di Israele, e in Myanmar fornisce sostegno militare e politico a una giunta golpista in guerra. Ma quando un partner cade, la Cina non interviene: si adatta.

Il punto più importante, però, è quello che la cornice narrativa della «nuova Guerra Fredda» tende a oscurare. Cina e Stati Uniti non sono due sistemi contrapposti come lo erano Usa e Unione Sovietica, ma due attori interni al medesimo sistema capitalistico globale, un sistema che hanno co-costruito negli ultimi quarant’anni e dal quale dipendono entrambi in modo vitale. I dazi, le restrizioni sui semiconduttori, le tensioni su Taiwan sono riposizionamenti interni a questo sistema, tentativi di rinegoziare le quote di potere e di profitto, non l’apertura di un conflitto radicale tra modelli alternativi. In questa chiave, la timidezza di Pechino riguardo al Venezuela si spiega con un calcolo razionale e freddo. Il costo di una risposta dura rischierebbe di compromettere il rapporto con Washington su dossier ben più vitali, mentre il beneficio sarebbe pressoché nullo. Maduro non è un alleato strategico per il quale valga la pena pagare un prezzo del genere.

I venti di guerra globali, dalla crisi ucraina a Taiwan fino al confronto con gli Stati Uniti, stanno spingendo la Cina a rafforzare le proprie contromisure. Quali politiche di sicurezza interna sta adottando Xi Jinping?

La risposta di Xi Jinping ai venti di guerra si gioca su più piani, ma il filo conduttore è uno solo, vale a dire blindare il sistema. Sul piano industriale e tecnologico, la priorità è ridurre le dipendenze dall’estero nei settori strategici, a partire dai semiconduttori e dai materiali critici. Xi concepisce esplicitamente l’autosufficienza tecnologica come una questione di sicurezza nazionale, e la risposta alle restrizioni americane è stata un’accelerazione massiccia degli investimenti pubblici per sostituire le importazioni. Ma questa corsa ha un costo, perché richiede un’allocazione enorme di risorse in settori in cui i risultati non sono affatto garantiti, come dimostra la difficoltà persistente della Cina a produrre chip avanzati, e alimenta una logica di mobilitazione permanente che comprime ulteriormente gli spazi di autonomia della società e dell’economia. A ciò si aggiungono il rafforzamento dell’apparato di sorveglianza digitale, già il più capillare al mondo, e un irrigidimento legislativo complessivo in materia di sicurezza nazionale, che ormai investe anche la normale attività economica e giornalistica. L’obiettivo non è prepararsi a uno scontro frontale con l’Occidente, ma rafforzare la posizione della Cina all’interno del sistema globale di cui resta parte integrante, e al tempo stesso consolidare un potere interno sempre più accentrato. Il rischio, però, è che nel farlo la Cina moltiplichi le proprie rigidità proprio mentre avrebbe bisogno di maggiore flessibilità.

L’altro versante è la repressione sociale, che sotto Xi si è estesa a fasce della popolazione che in passato godevano di margini di tolleranza relativi, anche se già alquanto stretti. I giovani urbani istruiti che rifiutano la retorica del sacrificio e scelgono forme silenziose di diserzione dal sistema, i lavoratori che tentano di organizzarsi fuori dai canali ufficiali, le donne che rivendicano diritti, i credenti di chiese non registrate, le minoranze etniche: tutto ciò che nella logica di Xi rappresenta una minaccia alla stabilità viene compresso e disciplinato. Il problema è che questa stabilità imposta dall’alto non elimina le tensioni, le accumula. Ogni valvola di sfogo che viene chiusa aumenta la pressione interna, e se nel breve periodo la stretta può sembrare efficace, nel medio e lungo periodo il rischio è che i momenti di crisi, quando arriveranno, siano molto più ampi nella loro portata.

Le purghe decise da Xi Jinping ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione ricordano da vicino quelle condotte da Stalin contro l’Armata Rossa alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Alla luce della rimozione di figure come Zhang Youxia, He Weidong e Miao Hua e della quasi totale decapitazione della Commissione Militare Centrale, queste epurazioni non rischiano di condurre il Paese a una forma di “disarmo politico e operativo”?

La portata di ciò che è avvenuto ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione tra il 2023 e il 2025 non ha precedenti nella storia della Repubblica Popolare Cinese. Non si tratta di un normale avvicendamento o di un’epurazione mirata, bensì di una rimozione sistematica che ha investito ministri della Difesa, il comando della Forza missilistica e infine il cuore stesso della Commissione Militare Centrale. Un’operazione di questa ampiezza, condotta nell’arco di poco più di due anni, indica che il problema non era circoscritto a singoli individui, ma investiva le strutture stesse dell’apparato militare. Le motivazioni precise restano in larga parte opache, com’è inevitabile in un sistema politico totalmente privo di trasparenza, e questo spiega le divergenze di opinione tra gli analisti. Ma se la corruzione è stata certamente il pretesto ufficiale, le dinamiche suggeriscono ragioni più profonde, cioè divergenze politiche, resistenze alla ristrutturazione delle forze armate voluta da Xi, e la formazione di reti di potere autonome che sfuggivano al controllo della leadership. Probabilmente tutti questi fattori si sono intrecciati.

Come ha scritto efficacemente Pierre Rousset su Europe Solidaire Sans Frontières, Xi ha al tempo stesso vinto e perso. Ha vinto perché è riuscito a portare a termine un’epurazione di portata straordinaria senza incontrare resistenza organizzata, il che dimostra che il suo controllo sul sistema resta formidabile. Ma ha perso perché la necessità stessa di purghe così profonde e ripetute rivela che quel sistema non funziona come dovrebbe, che reti di potere autonome si erano radicate fin dentro il cuore dell’apparato militare nonostante la campagna anticorruzione che Xi conduce dal 2012. Le purghe non sono il segno di una forza assoluta ma il sintomo di una crisi di regime profonda, di un cortocircuito tra il potere politico e le forze armate che nessuna epurazione può risolvere in modo definitivo se le cause strutturali restano intatte.

Il parallelo con le purghe di Stalin nell’Armata Rossa alla vigilia della Seconda guerra mondiale, evocato nella domanda, è più calzante di quanto possa sembrare a prima vista. Anche in quel caso un leader ossessionato dal controllo eliminò sistematicamente i vertici militari nel timore che costituissero centri di potere autonomo, e il risultato fu un apparato più obbediente, ma drammaticamente meno capace, come si vide nei primi, catastrofici mesi dell’invasione tedesca. La rimozione di una parte così ampia dei comandanti cinesi produce inevitabilmente effetti analoghi, vale a dire discontinuità nel comando, perdita di competenze e di memoria istituzionale, e soprattutto un clima in cui l’iniziativa e il pensiero autonomo diventano rischiosi. Chi resta ai vertici sa che qualsiasi posizione percepita come indipendente può costare la carriera o la libertà, e questo genera un apparato disciplinato, ma potenzialmente rigido e meno efficace. Per un paese che aspira a diventare una potenza militare di primo piano si tratta di una contraddizione seria.

Subito dopo le purghe ai vertici del PLA, abbiamo assistito a una serie di incontri tra il ministro della Difesa cinese Dong Jun con il suo omologo russo Belousov, i viceministri degli esteri cinesi e russi, e l’incontro tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere per la sicurezza nazionale russo Sergej Shoigu. Come va interpretata questa sequenza di eventi?

La sequenza di incontri ad alto livello tra Pechino e Mosca subito dopo le purghe militari risponde in primo luogo a un’esigenza di comunicazione politica. Xi ha voluto segnalare che il suo regime, nonostante la decapitazione dei vertici del PLA, resta saldo e in grado di proiettarsi con sicurezza sulla scena internazionale. Ma al di là del messaggio, questi incontri riflettono una realtà più sostanziale. La narrativa predominante in Occidente dipinge una Russia alle strette per la guerra in Ucraina e bisognosa del sostegno cinese, il che è vero, ma coglie solo una metà del quadro complessivo. La Cina ha altrettanto bisogno della Russia, e per ragioni che vanno ben oltre le forniture energetiche a basso prezzo. Mosca è la maggiore potenza nucleare del mondo ed è stata la prima potenza cosiddetta multipolarista a osare politicamente con una guerra di aperta aggressione, ridisegnando i rapporti di forza globali in un modo di cui anche Pechino beneficia. C’è poi una dimensione regionale spesso trascurata. L’alleanza militare sempre più stretta tra Russia e Corea del Nord ha creato uno squilibrio nell’Asia Orientale che la Cina deve gestire con attenzione, perché la penisola coreana è per lei una pedina fondamentale in qualsiasi scenario di confronto nell’area, che si tratti di Taiwan o del Mar Cinese Meridionale. Rafforzare la partnership diretta con Mosca serve anche a controbilanciare l’autonomia crescente di quell’asse. Non a caso, negli ultimi anni Cina e Russia hanno intensificato in modo significativo le manovre militari congiunte, in un paio di occasioni anche in prossimità di Taiwan. La relazione tra i due paesi è insomma più complessa di come viene solitamente raccontata, e la dipendenza è più reciproca di quanto la narrativa di una Russia subordinata alla Cina non lasci intendere. Gli incontri seguiti alle purghe ne sono una conferma.

È corretto pensare che la Cina si stia preparando ad una guerra con i paesi NATO?

È corretto pensare che la Cina si stia preparando alla possibilità di un conflitto, ma lo stesso vale per un numero impressionante di altri attori globali: gli Stati Uniti di Trump, i paesi europei della NATO, il Giappone, l’India, la Corea del Sud, perfino potenze minori come l’Arabia Saudita. Stiamo assistendo a un riarmo, anche nucleare, di un’intensità e di una portata geografica che non si vedevano da decenni. Per la Cina, peraltro, il fronte potenziale non si limita ai paesi NATO, ma include il Giappone, che sta smantellando a grande velocità i vincoli pacifisti del dopoguerra, e la Corea del Sud, due paesi con i quali le tensioni storiche e strategiche sono profonde. Tutto questo è la dimostrazione più eloquente di come il cosiddetto multipolarismo, lungi dall’offrire una prospettiva di pace, si stia traducendo in un moltiplicarsi di soggetti statali che mettono coscientemente in conto la possibilità di trascinarci in uno scontro bellico su grande scala. A mio giudizio, però, questo non significa che la Cina o gli altri attori stiano attivamente cercando la guerra. Quello che cercano in questa fase è un riequilibrio che consenta a ciascuno di loro di conquistare il maggiore spazio possibile a danno degli altri, che è una cosa diversa. Come ho detto rispondendo alla prima domanda, sono tutti parte integrante di un medesimo sistema capitalista mondiale, fondato su interdipendenze economiche profonde e, va aggiunto, su ideologie reazionarie sempre più simili l’una all’altra, pur con le loro declinazioni locali.

Il rischio vero non è che qualcuno pianifichi deliberatamente una guerra mondiale, ma che la situazione precipiti per una combinazione di instabilità internazionali e di fratture interne. Nel caso della Cina, il grande interrogativo è Taiwan. Pechino sta attualmente perseguendo tre binari paralleli: una forte pressione militare con manovre di accerchiamento sempre più frequenti e aggressive, un’infiltrazione politica attraverso il Kuomintang che a Taiwan gioca un ruolo oggettivamente favorevole agli interessi cinesi, e la ricerca di un compromesso con Trump che le dia margini più ampi per le sue politiche di assorbimento dell’isola senza dover ricorrere a un’azione militare su grande scala. Ma se la crisi interna cinese dovesse farsi sensibilmente più acuta, sul piano economico e sociale così come su quello delle fratture ai vertici del potere, che le purghe hanno reso evidenti pur senza renderle decifrabili, il rischio che Pechino cerchi l’avventura di un attacco a Taiwan crescerebbe in modo esponenziale. E la postura conciliante e transazionale degli Stati Uniti di Trump, più interessati a ottenere concessioni commerciali che a difendere Taiwan, non fa che aumentare questo rischio.

 

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