Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio

Il governo venezuelano compie un ulteriore salto di qualità verso la liquidazione delle organizzazioni sindacali indipendenti. Sotto il pretesto di avviare un “processo costituente contro le strutture burocratiche del sindacalismo”, Nicolás Maduro punta a creare un sistema sindacale completamente subordinato allo Stato e alla direzione del PSUV, espropriando i lavoratori dei loro strumenti elementari di autodifesa.

Negli ultimi mesi il governo ha fondato nuove sigle sindacali di diretta emanazione del partito di governo e controlla ora quelle esistenti imponendo propri quadri politici. È il caso emblematico del settore dell’istruzione, dove alla guida delle principali organizzazioni degli insegnanti si è insediata BelkisBigott, figura dell’entourage presidenziale.

Durante il 1° Congresso Pedagogico degli Insegnanti Bolivariani, Maduro ha esplicitato l’obiettivo dell’operazione: “trascendere le strutture burocratiche del sindacalismo tradizionale e costruire nuovi e potenti movimenti di lavoratori fedeli al progetto bolivariano”. In altre parole, cancellare ogni autonomia.

Questa stretta repressiva si inserisce in una fase in cui il Venezuela è sottoposto all’accerchiamento dell’imperialismo statunitense, ma il gruppo dirigente chavista risponde a tale minaccia con una crescente militarizzazione interna, che colpisce in primo luogo le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e i settori popolari che chiedono l’effettiva partecipazione della classe lavoratrice alla lotta antimperialista. Le critiche sono giunte anche da settori del mondo accademico – essi stessi oggetto di repressione – e persino da ampi settori del chavismo di base.

Tra i casi più gravi vi è la sparizione dell’attivista Marta LíaGrajales, che ha spinto alla mobilitazione importanti figure del campo bolivariano, come il sociologo Reinaldo Iturriza, ex ministro nel governo Maduro. Ancora più recente è l’arresto di José Elías Torres, leader della CTV, la maggiore centrale sindacale del Paese. Oggi, centinaia di attivisti della sinistra rivoluzionaria, molteplici dei quali provenienti dallo stesso blocco sociale chavista, sono detenuti con accuse di “terrorismo”, una categoria utilizzata sempre dal Potere contro chi è “scomodo”.

Sul piano economico, il governo ha smantellato la contrattazione collettiva, rifiutandosi di firmare accordi con sindacati non allineati. Misure come il Memorandum 2792 e le tabelle salariali dell’ONAPRE hanno di fatto abolito le scale salariali nel settore pubblico. I salari reali sono crollati e la retribuzione è stata sostituita da un mosaico di bonus discrezionali e variabili, che hanno reso difficile la difesa collettiva del salario.

La devastante crisi economica – frutto della debolezza strutturale del capitalismo venezuelano, dell’instabilità internazionale e del deterioramento dell’industria petrolifera – ha disgregato larghe porzioni del movimento operaio e popolare, già colpito dall’emigrazione massiva e dalla povertà generalizzata. La combinazione tra blocco imperialista statunitense e repressione interna ha lasciato le masse venezuelane in uno stato di estrema vulnerabilità.

Sorge dunque una domanda cruciale: come può un governo che imprigiona i lavoratori più combattivi, che cancella la contrattazione collettiva e che facilita la penetrazione del capitale privato – compreso quello statunitense – presentarsi come baluardo antimperialista? Le multinazionali USA controllano tuttora un terzo dell’industria petrolifera venezuelana e mantengono rapporti commerciali diretti con il PSUV. La repressione e lo smantellamento dell’indipendenza sindacale indeboliscono proprio quel soggetto – la classe lavoratrice – che storicamente aveva costituito la base sociale del “processo bolivariano”, da molti addirittura presentato come una forma moderna di socialismo sotto la definizione di “socialismo del XXI secolo”.

Il logoramento del legame tra classe operaia e PSUV è evidente: il bonapartismo chavista, un tempo sostenuto dall’energia dei settori popolari, oggi si affida a un apparato statale centralizzato e a riforme autoritarie mascherate da “processi costituenti”. L’annunciata “Assemblea Costituente Operaia” non è uno strumento di emancipazione, ma un meccanismo per sciogliere le organizzazioni autonome dei lavoratori in una struttura controllata dall’esecutivo. Un processo che è sempre stato la base per la nascita di Stati autoritari ed assolutistici, come anche alcune degenerazioni del socialismo.

Nel dibattito pubblico occidentale è difficile discutere del Venezuela senza cadere in semplificazioni: da un lato la retorica liberale che descrive il Paese come una “dittatura”, dall’altro l’apologia socialdemocratica che idealizza il governo chavista come un modello di emancipazione popolare. Entrambi gli approcci impediscono di comprendere la realtà concreta della lotta di classe venezuelana.

Raccontare la repressione contro le masse popolari e, allo stesso tempo, denunciare l’aggressione imperialista degli Stati Uniti è necessario, perché solo la classe lavoratrice venezuelana – libera di organizzarsi e lottare in modo indipendente – può opporsi davvero sia al capitale interno sia all’avvoltoio nordamericano, difendendo le conquiste dei popoli dell’America Latina e costruendo una via di difesa sul territorio nazionale ed in tutto il continente fuori dalle trappole del bonapartismo e dell’imperialismo.

 

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