di Giuliano Laccetti
Abstract
Il summit Global Progressive Mobilisation di Barcellona, promosso da Pedro Sánchez e Luiz Inácio Lula da Silva, rappresenta il più ambizioso tentativo recente di costruire una risposta progressista globale all’avanzata delle destre sovraniste e al trumpismo come paradigma politico internazionale. Al centro vi sono giustizia sociale, multilateralismo, transizione ecologica e riequilibrio tra Nord e Sud del mondo. La presenza dei progressisti americani conferma che anche negli Stati Uniti si gioca una partita decisiva. Barcellona non propone una sinistra testimoniale, ma una piattaforma di governo fondata su coerenza riformista, giustizia climatica e nuove alleanze internazionali. Importante riconoscimento per Elly Schlein.
Parole chiave: Progressismo globale; Giustizia sociale; Multilateralismo; Transizione ecologica; Nord-Sud globale.
Introduzione
In questi giorni, Barcellona si è trasformata nel centro gravitazionale della politica mondiale. Il summit denominato Global Progressive Mobilisation, voluto con determinazione dal premier spagnolo Pedro Sánchez e dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, non è un semplice appuntamento di facciata. È, a tutti gli effetti, il tentativo più ambizioso degli ultimi decenni di costruire una risposta coordinata, globale e profondamente progressista all’avanzata delle destre sovraniste e a un ordine mondiale sempre più segnato dalla logica dello scontro.
Non è un vertice “contro Trump”, almeno formalmente, ma è chiaramente la risposta politica e culturale a un mondo che torna a pensarsi in termini di forza, protezionismo, nazionalismi e rapporti a somma zero. Il trumpismo, in questa lettura, non è solo un fenomeno americano: è il simbolo di una nuova stagione in cui la politica internazionale viene ridotta a pura competizione tra interessi nazionali, dove il più forte detta le regole e il resto del mondo si adatta.
Sánchez e Lula provano a rilanciare un’altra idea: cooperazione, multilateralismo, giustizia sociale, transizione ecologica, difesa della democrazia. In sostanza, una nuova socialdemocrazia internazionale.
1. Nord e Sud del mondo: il vero banco di prova
Ma questa ambizione non può reggersi solo sulla difesa delle democrazie occidentali o sull’argine all’estrema destra europea. Il vero banco di prova è un altro: la capacità di affrontare le disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud del mondo.
Qui si misura la credibilità del progetto. Se la “Global Progressive Mobilisation” vuole davvero essere qualcosa di più di una conferenza di buone intenzioni, deve affrontare la grande frattura del nostro tempo: un sistema globale in cui ricchezza, debito, accesso alle risorse, vaccini, tecnologie, energia e perfino sicurezza climatica restano distribuiti in modo radicalmente diseguale.
Il Sud globale non chiede solidarietà retorica, ma riequilibrio di potere. Chiede che il multilateralismo non sia solo una parola elegante per conservare i privilegi del Nord, ma un processo reale di redistribuzione: regole commerciali più giuste, riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, revisione del debito, trasferimento tecnologico, accesso equo alla transizione ecologica.
È qui che la presenza di leader come Claudia Sheinbaum, Gustavo Petro, Cyril Ramaphosa e Yamandú Orsi assume un significato decisivo: non sono semplici ospiti “esotici” in un summit europeo, ma il cuore politico del messaggio. Senza il Sud globale, il progressismo internazionale resterebbe una conversazione interna all’Occidente.
Lula lo sa bene. La sua traiettoria politica è costruita proprio su questo: dimostrare che giustizia sociale interna e riequilibrio geopolitico esterno sono la stessa battaglia. Non si può parlare di democrazia globale se il debito strangola interi continenti; non si può invocare la transizione verde se il costo della decarbonizzazione viene scaricato sui Paesi che meno hanno contribuito alla crisi climatica.
2. Gli interventi dei progressisti americani
Gli interventi dei progressisti americani meritano un’attenzione particolare non soltanto perché hanno mostrato un’America diversa da quella di Donald Trump, ma perché segnalano un fatto politico più profondo: il progressismo internazionale è tornato a considerare gli Stati Uniti un terreno decisivo della propria battaglia. Non è sempre stato così. Per anni, soprattutto dopo l’era Bush e poi durante il trumpismo, una parte della sinistra globale ha guardato agli Usa quasi soltanto come al centro dell’unilateralismo, delle guerre preventive e del primato della forza. A Barcellona, invece, i progressisti americani non sono ospiti marginali, ma interlocutori centrali: perché senza una svolta negli Stati Uniti, nessun nuovo equilibrio progressista mondiale appare possibile.
Per un summit che vuole costruire una rete internazionale alternativa ai nazionalismi e alla destra sovranista, capire quale America possa essere alleata è una questione strategica. Murphy, Sanders, Tim Walz e Zohran Mamdani hanno mostrato che dentro gli Usa esiste un conflitto aperto tra due visioni opposte del potere, della democrazia e del ruolo globale del Paese: un’America che impone e una che coopera, un’America oligarchica e una che prova a ricostruire giustizia sociale.
Il messaggio comune è stato netto: Trump non è la causa, ma il sintomo. Chris Murphy lo ha detto parlando di una “nazione in crisi” e della più grave minaccia alla democrazia americana dai tempi della guerra civile. Il tentativo di cattura oligarchica delle istituzioni (tribunali, media, forze dell’ordine, elezioni) è reale, ma nasce dentro un vuoto più profondo: quello lasciato dalla globalizzazione finanziaria, dalla dissoluzione delle comunità e dalla solitudine sociale. Bernie Sanders ha portato lo stesso ragionamento sul terreno economico e geopolitico. Ha ricordato che l’1% più ricco possiede più ricchezza della restante popolazione e che Elon Musk da solo possiede più del 53% delle famiglie americane. “Francamente, è una follia”, ha detto. In questo squilibrio si alimenta anche il disordine internazionale, quando leader come Trump, Netanyahu e Putin sostituiscono il diritto con la forza.
Tim Walz ha insistito sul fatto che il populismo cresce soprattutto dal cinismo: quando le persone pensano che votare non cambi nulla, finiscono per affidarsi a chi promette di “rompere tutto”. La risposta, per lui, è concreta: politiche che migliorano davvero la vita delle persone, come nel modello Minnesota. Zohran Mamdani ha collegato New York al resto del mondo: la crisi della sua città non è diversa da quella dei lavoratori ovunque, perché si tratta della stessa crisi globale della disuguaglianza. La risposta, ha detto, non può che essere collettiva: costruire insieme.
Anche i simboli hanno avuto peso politico. Walz si è presentato con ironia come “l’uomo che non è attualmente vicepresidente degli Stati Uniti”, contrapponendosi implicitamente a J.D. Vance e a un’America che arriva in Europa per fare la morale. Poi ha ricordato che sessanta cittadini del Minnesota partirono per la Spagna nella Abraham Lincoln Brigade per combattere il franchismo e il fascismo: non solo una citazione storica, ma un invito a non lasciare solo il popolo americano nella sua battaglia democratica.
Il punto centrale emerso da Barcellona è che non basta essere contro Trump: bisogna essere per qualcosa. Per salari dignitosi, welfare, diritti sociali, potere del lavoro e una democrazia che torni visibile nella vita concreta delle persone. Si sono viste, in fondo, due Americhe. Quella di Trump impone e divide. Quella di Murphy, Sanders, Walz e Mamdani ascolta, coopera e prova a ricostruire. Ed è forse questa la notizia politica più importante uscita da Barcellona.
3. La geometria del potere: un club per “affidabili”
Chi guarda a Barcellona cercando la “vecchia sinistra” che include tutto e il contrario di tutto rimarrà deluso. Il raduno riflette una strategia di geometria politica estremamente precisa: Sánchez sta costruendo un “club degli affidabili”.Attorno al tavolo siedono figure che condividono una visione istituzionale, riformista e radicata nella tradizione socialista o socialdemocratica: dal presidente del Consiglio europeo António Costa ai leader latinoamericani come Petro e Sheinbaum, fino al sudafricano Ramaphosa.
Anche le presenze europee raccontano molto: il Labour britannico c’è, ma non con Keir Starmer, bensì con David Lammy; la Germania è rappresentata dall’SPD istituzionale; la Francia, invece, colpisce per le sue assenze: né il Partito Socialista francese né figure di Jean-Luc Mélenchon hanno un ruolo centrale.La presenza di figure come il sindaco di New York Zohran Mamdani indica ad esempio una scelta precisa: apertura a sinistra, ma dentro una cornice governabile.
Sánchez vuole un manifesto spendibile a Bruxelles, a Washington e nei mercati internazionali. Non un’alleanza testimoniale, ma una piattaforma di governo.La transizione ecologica, dentro questo schema, non è solo una questione ambientale: è la forma contemporanea della lotta di classe globale.Chi paga il prezzo della crisi climatica? Chi finanzia la riconversione energetica? Chi controlla le materie prime strategiche? Chi decide i tempi della decarbonizzazione? Sono domande profondamente politiche.
Se il Green Deal europeo resta percepito come un insieme di vincoli imposti dall’alto, senza compensazioni sociali e senza giustizia internazionale, diventa terreno fertile per la destra sovranista. Se invece viene legato a salari, welfare, investimenti pubblici e riequilibrio Nord-Sud, può diventare il cuore di una nuova proposta progressista.Per questo Barcellona insiste su industria, lavoro e cooperazione, non solo su clima. Sánchez e Lula sanno che senza giustizia sociale la transizione verde diventa una parola vuota.
4. Il ruolo di Elly Schlein e il caso italiano
In questo quadro, la presenza della segretaria del Partito Democratico Elly Schlein assume una valenza che va ben oltre la diplomazia. Per la famiglia socialista europea, Schlein non è più solo la leader di un partito nazionale, ma una figura di riferimento continentale. La sua partecipazione è una vera e propria consacrazione.
Mentre in Italia una parte del dibattito politico tenta quotidianamente di delegittimarla con attacchi personali e poveri di prospettiva, a Barcellona la leader del PD viene accolta come uno dei pilastri di questa nuova costruzione collettiva.Schlein ha insistito molto, anche in Italia, sul nesso tra giustizia sociale e giustizia climatica: salario minimo, lavoro dignitoso, diritti civili e transizione ecologica come parti dello stesso discorso. È esattamente il linguaggio politico che Barcellona prova a rendere internazionale.
Se Schlein è dentro, Giuseppe Conte resta fuori. L’assenza del leader del M5S non è un dettaglio, ma la conferma che per questo blocco progressista il Movimento rimane un corpo estraneo. La cultura politica del Movimento, segnata da un pragmatismo post-ideologico e da una postura internazionale spesso oscillante, non trova spazio in un consesso che punta tutto sulla coerenza riformista e sulla riconoscibilità europea.La scommessa di Sánchez è chiara: meglio un fronte più stretto ma coerente che una coalizione larga e continuamente attraversata da ambiguità strategiche.
5. Conclusioni: un cantiere aperto
Barcellona è, in definitiva, il tentativo di riprendersi la guida delle nazioni attraverso la politica. Ma soprattutto è il tentativo di ridefinire il rapporto tra Nord e Sud del mondo, sottraendolo sia alla retorica caritatevole sia alla brutalità dei rapporti di forza.
Se questa nuova internazionale progressista saprà affrontare davvero il nodo delle disuguaglianze globali, potrà avere una prospettiva storica. Se invece resterà confinata in una elegante diplomazia europea, sarà soltanto un’altra conferenza ben organizzata.
La vera sfida è questa: trasformare il prestigio dei leader in redistribuzione concreta di potere, ricchezza e opportunità. La sinistra socialista a Barcellona ha iniziato a correre; il futuro dirà se sarà davvero capace di costruire un nuovo equilibrio mondiale o se resterà soltanto una bella fotografia di famiglia.
