di Vincenzo Scalia

La morte di Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord, avvenuta lo scorso 19 marzo, ha innescato la solita litania italica di elogi, commemorazioni, omaggi a chi viene considerato come innovatore della politica italiana o un avversario degno di rispetto, in quanto dotato di fiuto politico. Da parte nostra, pur nella consapevolezza che la morte non si augura a nessuno e che la dipartita di un avversario non risolve i problemi che la sua presenza innescava, riteniamo necessario riprendere la discussione per sottolineare, piuttosto, il ruolo negativo che Bossi e il suo partito hanno svolto, e tuttora svolgono, nella politica italiana.

Due sono le dimensioni alla luce delle quali si può affermare che la figura di Bossi rappresenta la testa di ponte del deterioramento della vita pubblica italiana, che spianò la strada allo sdoganamento dei neofascisti e alla discesa in campo di Berlusconi, culminando con la vittoria di Fratelli d’Italia: l’antimeridionalismo e il populismo, articolato nella polemica contro i partiti e nei temi proposti dalla Lega, in particolare quelli afferenti alla sicurezza.

Relativamente all’antimeridionalismo, bisogna andare a valutare il contesto all’interno del quale questo maturò. In particolare, Bossi non si inventò tutto di sana pianta, bensì attinse a un background di pregiudizi sedimentati sin dai primi anni dell’unità d’Italia, e diffusi anche tra gli intellettuali. Peggio ancora, anche tra quegli opinion maker che si dicevano progressisti.

Indro Montanelli, che in quegli anni si collocava a destra, disse a un collega francese che la Sicilia era per l’Italia quello che l’Algeria era per la Francia. Alberto Moravia, in un’intervista rilasciata al Giornale di Sicilia a fine anni ottanta, definì i Siciliani “intelligenti ma inetti”(sic!). Era più velato Enzo Biagi, che, dietro le sue pretese cronache imparziali, concludeva sempre che il Meridione era un problema. O Gianni Brera, che ammantava il suo antimeridionalismo di aspetti folkloristici.

Ma il campione dell’antimeridionalismo fu senz’altro Giorgio Bocca, ex-partigiano, distintosi per una pluralità di battaglie civili, ma fautore della tesi che il Mezzogiorno e le Isole costituissero la palla al piede di un paese che, a metà degli anni ottanta, si autoproclamava quinta potenza industriale del pianeta. Tesi sostenute in molti articoli e libri.

Per esempio, nel suo saggio sulle BR, Bocca, asserì che la lotta armata poteva attecchire bene a Torino, in quanto faceva leva su di una classe operaia di origine meridionale, quindi omertosa e priva di ogni etica del lavoro. Non fu un caso che il giornalista cuneense, fino alla prima metà degli anni novanta, fu uno dei sostenitori della Lega.

Insomma, Bossi, mosse i suoi passi in politici in un contesto socio-culturale in cui l’antimeridionalismo non era un tabù, come mostravano le vignette di Forattini sulla Sicilia, pubblicate regolarmente su “La Repubblica”. Su questo terreno fertile, il Senatur, come presto venne chiamato, innestò le rivendicazioni dei nuovi cumenda, ovvero ex-operai e contadini diventati, dalla fine degli anni in poi, imprenditori, grazie alla ristrutturazione capitalistica fondata sulla fabbrica diffusa.

Ovvero unità produttive diffuse sul territorio, concentrate in aggregati medio-piccoli, fondate sull’autosfruttamento di unità familiari diventate imprese, e sul lavoro in nero di immigrati da poco importate. Alta produttività, contenimento della conflittualità sociale, compressione dei costi di lavoro, evasione fiscale, aggiramento della protezione ambientale e delle norme di sicurezza, si avvalevano della svalutazione della lira, costruendo il cosiddetto secondo miracolo italiano e definendosi come “terza Italia”.

Bossi diede voce alla questione settentrionale, ovvero alle rivendicazioni di porzioni di società che avevano il profitto e la produttività come parametri regolatori della vita sociale, e che avevano tutto l’interesse a trattenere i proventi delle loro attività presentandosi come vittime di uno Stato centrale vessatorio e di una porzione di paese, ovvero il Sud, che, oltre ad essere dipinto come improduttivo, danneggiava la loro reputazione coi fatti di mafia. Erano ancora da venire le inchieste che provavano le infiltrazioni dei capitali mafiosi al nord, il loro ruolo nel pompare i crediti alla terza Italia, le loro intermediazioni economiche funzionali al contenimento dei costi del lavoro e alle assegnazioni degli appalti.

In ogni caso, appare singolare come la dicotomia tra Nord produttivo e Sud parassita e primordiale, sia stata promossa da una persona che invece sembrava il protagonista di un film del romano Alberto Sordi. Diplomato per corrispondenza, cantante fallito, iscritto a medicina, millantatore di una laurea che non aveva avuto. Che ammise, lui antipartitocratico, di avere riscosso finanziamenti occulti durante Tangentopoli, e in seguito fu costretto ad abbandonare la politica a causa di fatti di nepotismi e scandali finanziari che coinvolsero lui e la sua cerchia.

Eppure, dagli adesivi terroni no-grazie allo sdoganamento del razzismo, della lutulenza del linguaggio, del razzismo a criterio regolatore della dialettica politica, il passo fu breve. Cominciò a fare capolino la questione della sicurezza, a partire dalla prostituzione e dello spaccio di strada, di cui vennero ritenuti responsabili i migranti.

Il cappio sventolato in Parlamento da Luca Leoni Orsenigo si accompagnò a Borghezio che spruzzava il DDT sulle nigeriane, a Prosperini che dichiarò che i migranti portavano le malattie, a Speroni che in TV invitò un migrante a vergognarsi dei suoi connotati etnici, a Calderoli che spargeva letame sui luoghi destinati alla costruzione delle moschee. Un rosario allucinante e triste di razzismo quotidiano, che culminò nelle molotov sui campi rom e ha trovato una tragica apoteosi nell’omicidio del senzatetto tunisino ucciso due anni fa a Voghera a sangue freddo da un assessore leghista.

Fu in questo clima deteriore che gli ex-missini uscirono dal ghetto, e si presentarono come una forza politica in doppiopetto, ragionevole, dotata di una tradizione, per giunta orientata alla difesa dell’unità nazionale. Due polarità apparentemente incompatibili, a cui Berlusconi e le sue TV fecero da cerniera. Con la sinistra, a cui era caduto il muro di Berlino addosso, che decise di prenderli sul serio e di inseguirli. La Lega, disse D’Alema, altro non era che una costola del movimento operaio.

Per questo si riformò il titolo V della Costituzione, che aprì la strada al federalismo, e, fino a qualche anno fa, vide alcuni governatori di centrosinistra battersi per l’autonomia differenziata. Su questa scia, la sinistra, ha inseguito le politiche securitarie, facendole proprie a colpi di pacchetti sicurezza, rifiutando di considerare ogni progetto alternativo, in nome della necessità di parlare “alla pancia della gente”.

L’eredità di Bossi, come si vede, è ancora tra noi. In un paese economicamente sfibrato, socialmente scompattato, culturalmente degradato, che crede che mandare in prigione più persone possibili, magari giovani, rappresenti la migliore soluzione ai problemi sociali. Bossi se ne è andato. Ma il segno che ha lasciato è ancora profondo. Lavoriamo per cancellarlo.

 

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