di Giuliano Laccetti
Abstract
Il 2 ottobre 1943, a pochi giorni dall’insurrezione, Napoli accompagnò in corteo le salme dei caduti dalle sale del liceo Sannazaro al Campo Sportivo Littorio, dove furono provvisoriamente sepolte. Ricostruire quella giornata significa interrogarsi non solo sulla morte e sulla sepoltura degli insorti, ma anche sulla successiva costruzione della memoria: dal campo sportivo al Mausoleo di Posillipo, fino alle celebrazioni odierne. Le fonti restituiscono una vicenda documentaria non del tutto lineare, che invita a distinguere ciò che è accertato da ciò che resta da approfondire. Nel 2026, gli studenti riportano quella memoria nello stesso luogo.
Parole chiave: Quattro Giornate di Napoli; 2 ottobre 1943; salme dei caduti; memoria della Resistenza; Stadio della Liberazione.
1. Un corteo ottantatré anni dopo
Ottantatré anni dopo, Napoli è tornata a percorrere quella strada. Il 2 ottobre 2026, un corteo è partito da piazza Vanvitelli e ha raggiunto piazza Quattro Giornate, davanti a quello che oggi è lo stadio Arturo Collana. Vi erano rappresentanti delle istituzioni e dell’ANPI, ma soprattutto studenti e insegnanti delle scuole napoletane. Tra gli striscioni, uno diceva semplicemente: “STADIO DELLA LIBERAZIONE”.
È un’immagine che vale più di molte celebrazioni. Perché proprio lì, ottantatré anni prima, erano arrivati i morti delle Quattro Giornate. Non in un luogo pensato per una cerimonia, ma in un campo sportivo trasformato, nell’emergenza, in luogo di sepoltura. Prima ancora dei monumenti, delle medaglie, delle ricorrenze ufficiali, ci furono i morti e ci fu una città che dovette dare loro una sepoltura.
È questa la storia del 2 ottobre 1943: una storia più raccolta e più dolorosa di quella, ormai consolidata, della rivolta napoletana. E proprio per questo forse merita di essere ricordata.
2. Il Sannazaro, dalle armi alle bare
Nei giorni dell’insurrezione il liceo Jacopo Sannazaro era diventato uno dei luoghi centrali della resistenza del Vomero. Dal 29 settembre vi si era insediato il comando degli insorti della zona; vi erano state nascoste armi e munizioni e vi aveva trovato sede il coordinamento dei patrioti guidato da Antonino Tarsia in Curia. Ma il liceo assunse anche un’altra, drammatica funzione: nelle ore dei combattimenti vi furono portate le salme dei caduti.
La ricostruzione del Comune di Napoli parla di 64 corpi, pietosamente composti nei locali dell’istituto.[1] Il liceo, dunque, nel giro di pochi giorni era diventato prima un luogo della lotta e poi un luogo del lutto. Le aule, i corridoi, la palestra non erano più soltanto spazi scolastici. Erano diventati il punto nel quale la città raccoglieva i propri morti.
È anche questa una delle ragioni per cui le fotografie di Robert Capa acquistano un significato particolare. Le immagini dei funerali del 2 ottobre mostrano i corpi, le madri, la folla. L’International Center of Photography conserva, tra le fotografie napoletane di Capa, una serie datata proprio 2 ottobre 1943 e dedicata al funerale di giovani partigiani caduti prima dell’ingresso degli Alleati in città.[2] Non è soltanto una documentazione della vittoria: è la documentazione del dolore che immediatamente la accompagna.
3. Il 2 ottobre: una città in lutto
Il giorno dopo la conclusione dei combattimenti, Napoli non aveva ancora avuto il tempo di trasformare l’insurrezione in memoria. Doveva prima occuparsi dei suoi morti.
Una relazione redatta nel 1944 dal maggiore Alfonso Sernicola ricorda che il 2 ottobre, con l’intervento del Comando militare alleato, del ministro Picardi e della popolazione del Vomero, le salme dei caduti furono solennemente portate al Campo Sportivo Rionale e lì sepolte.[3]
La scena è facile da immaginare attraverso le fotografie di Capa: il corteo, la folla, le donne che piangono, le bare portate verso quello che era stato un campo sportivo. Il luogo della sepoltura non era un cimitero. Era uno spazio disponibile in una città ancora sconvolta dalla guerra, dai bombardamenti e dagli ultimi combattimenti.
E proprio questa provvisorietà è importante. Lo stadio non era la destinazione finale dei morti. Era il luogo nel quale seppellirli quando non era ancora possibile fare altro.Il 2 ottobre, dunque, non fu soltanto il giorno successivo all’insurrezione. Fu il momento nel quale la rivolta si trasformò in lutto collettivo.
4. Dove finirono le salme?
Qui la storia diventa meno lineare.Sappiamo con certezza che le salme raccolte al Sannazaro furono portate al Campo Sportivo Rionale, quello che allora era il Campo Littorio e che sarebbe diventato, dopo la Liberazione, lo Stadio della Liberazione e poi l’attuale Arturo Collana. Sappiamo anche che quella sepoltura era provvisoria.
Sappiamo inoltre che, già nel 1945, una comunicazione del Fronte Unico Nazionale Patrioti d’Italia ringraziava l’Associazione Nazionale Combattenti di Napoli per avere dato “degna sepoltura ai caduti delle Quattro Giornate napoletane nel Mausoleo di Posillipo”. La documentazione comunale sul Mausoleo conferma che, dal 1947, furono accolte nell’Ara votiva ai Caduti per la Patria anche le salme di cittadini uccisi durante l’insurrezione.[4]
Il passaggio dal campo sportivo al Mausoleo, però, non è documentato online in modo altrettanto puntuale per ciascuna delle salme. È una distinzione importante, perché la ricostruzione più immediata — 64 salme al Sannazaro, 64 al campo sportivo, 64 poi trasferite a Posillipo — è più semplice di quanto consentano le fonti oggi facilmente consultabili.
Una scheda dell’Archivio Storico Municipale registra, per gli anni 1947-1952, una documentazione relativa alla “traduzione” dei patrioti caduti nei combattimenti per la liberazione di Napoli e alla loro tumulazione nel Mausoleo di Posillipo il 24 maggio 1947. La documentazione, però, va studiata nei suoi fascicoli originali per poter stabilire con precisione quali salme furono trasferite, da dove e in quale numero.
Il dato è significativo anche per un’altra ragione: ci ricorda che la memoria non coincide necessariamente con la conservazione perfetta di ogni traccia documentaria. Anche una storia celebrata per decenni può presentare ancora vuoti, passaggi non chiariti, documenti da ricomporre.
5. I diciassette del Mausoleo
Il Mausoleo di Posillipo è comunque diventato uno dei luoghi fondamentali della memoria delle Quattro Giornate. Una ricostruzione successiva del Sacrario indica in 17 i napoletani morti durante le Quattro Giornate oggi sepolti nel Mausoleo.[5]
Il numero, però, va letto per quello che è: non la semplice prosecuzione del numero 64 del Sannazaro, ma il risultato di una vicenda funeraria e commemorativa più complessa. I 64 corpi ricordati dalla documentazione sul liceo rappresentano le salme raccolte nel luogo dell’insurrezione; i 17 indicati per il Mausoleo sono invece quelli che risultano lì sepolti nella ricostruzione successiva.
Non è una contraddizione da nascondere. È, al contrario, una delle domande che la storia delle Quattro Giornate lascia ancora aperte. Le salme hanno avuto destini diversi. Alcune sono rimaste legate ai luoghi della memoria collettiva; altre sono tornate nelle tombe familiari; altre ancora sono state ritrovate o identificate molti anni dopo.
6. Non tutti i morti sono a Posillipo
Questo aspetto merita di essere sottolineato perché la memoria pubblica tende inevitabilmente a semplificare. Le Quattro Giornate hanno avuto molti luoghi: le strade dove si combatté, le case dalle quali partirono gli spari, le scuole trasformate in comandi, gli ospedali, le piazze, i luoghi delle esecuzioni e delle rappresaglie. E hanno avuto anche diversi luoghi della morte e della sepoltura.
Il Sannazaro fu uno di questi. Il Campo Littorio fu un altro. Il Mausoleo di Posillipo ne rappresentò poi la trasformazione in memoria monumentale. Non c’è dunque un unico luogo nel quale cercare i morti delle Quattro Giornate. E non c’è neppure una linea perfettamente documentata che consenta di seguire senza lacune ciascuna delle 64 salme dal liceo al campo sportivo e dal campo sportivo al Mausoleo.
La ricerca storica più recente ha ricostruito le biografie dei 155 caduti riconosciuti dalle commissioni competenti, mostrando quanto sia più articolata la geografia umana dell’insurrezione rispetto all’immagine, ormai consolidata, di un unico gruppo di combattenti.[6]
Proprio per questo sarebbe interessante tornare ai documenti amministrativi del 1947, quelli relativi alla tumulazione del 24 maggio, e ricostruire nome per nome la storia delle sepolture. Non per una curiosità erudita, ma perché la storia dei morti è parte integrante della storia della Resistenza.
Una città non ricorda soltanto chi ha combattuto. Ricorda anche dove ha deposto i suoi morti, chi li ha riconosciuti, chi li ha cercati, chi ne ha conservato il nome.
7. Dal Littorio alla Liberazione
C’è poi qualcosa di particolarmente significativo nel luogo verso il quale il corteo del 2 ottobre 1943 si mosse. Il Campo Littorio era nato dentro la città fascista. Pochi giorni dopo sarebbe diventato uno dei luoghi della memoria della liberazione di Napoli. La denominazione stessa dello stadio sarebbe cambiata, fino a diventare Stadio della Liberazione.
È un passaggio simbolico potente: uno spazio costruito e denominato nel regime fascista viene riutilizzato per seppellire coloro che erano morti combattendo contro i tedeschi e contro il fascismo.
Ma non bisogna trasformare questo dato in una facile allegoria. Nel 1943 lo stadio era semplicemente uno spazio disponibile nel quale dare sepoltura ai morti. La sua trasformazione in luogo della memoria sarebbe venuta dopo, attraverso il lavoro della città, delle associazioni dei patrioti, delle istituzioni. La memoria pubblica stava prendendo forma. E, come spesso accade, lo faceva attraverso i luoghi.
8. Prima delle celebrazioni vennero le bare
C’è una ragione per cui il 2 ottobre merita di essere ricordato separatamente dalle Quattro Giornate nel loro complesso.La narrazione dell’insurrezione tende naturalmente a concentrarsi sul combattimento: le barricate, gli scontri, i tedeschi costretti a lasciare la città, l’arrivo degli Alleati, la popolazione che insorge. È una narrazione necessaria. Ma rischia di lasciare sullo sfondo ciò che viene immediatamente dopo.
Il 2 ottobre non si combatteva più. Si piangeva.Il corteo che partì dal Sannazaro portava i morti della rivolta. Le fotografie di Capa lo hanno fissato per sempre: non soltanto l’evento politico e militare, ma la sua conseguenza umana più immediata. La liberazione di una città aveva un costo, e quel costo era visibile nelle bare.
È forse questa la ragione per cui la fotografia dei funerali possiede una forza diversa da quella delle immagini delle barricate. Le barricate raccontano la scelta di combattere. Il corteo racconta ciò che quella scelta aveva lasciato dietro di sé.E racconta anche una città che, appena uscita dalla guerra, sentiva il bisogno di riconoscere pubblicamente i propri morti.
9. Ottantatré anni dopo
Torniamo così al 2 ottobre 2026.Lo striscione degli studenti (“STADIO DELLA LIBERAZIONE”) può essere letto quasi come una risposta, a distanza di ottantatré anni, a quella processione. Nel 1943 erano stati i morti a essere portati verso quel luogo. Nel 2026 sono stati gli studenti a riportarvi la memoria.
È una differenza enorme. Nel 1943 la città era appena uscita dai combattimenti e doveva dare sepoltura ai propri caduti. Nel 2026 la città non ha più le bare, ma ha ancora il compito di trasmettere ciò che quelle bare significarono.
La presenza delle scuole rende questa continuità particolarmente importante. La memoria delle Quattro Giornate non può essere soltanto una ricorrenza istituzionale, né può ridursi a una celebrazione rituale ripetuta ogni anno. Deve tornare nei luoghi nei quali la storia è accaduta. Deve essere raccontata attraverso i documenti, le fotografie, le testimonianze, i nomi delle persone. E deve anche poter accettare le domande che i documenti ancora non consentono di risolvere.
Dove furono sepolte esattamente tutte le 64 salme raccolte al Sannazaro? Quali furono trasferite a Posillipo? Quali rimasero altrove? Quali famiglie riportarono a casa i propri morti? Quali nomi sono ancora da ricostruire? Sono domande che non indeboliscono la memoria. Al contrario, la rendono più seria. Perché la memoria non consiste nel dire di sapere già tutto. Consiste anche nel riconoscere ciò che ancora non sappiamo e nel continuare a cercarlo.
Il 2 ottobre 1943 Napoli portò i suoi morti verso il Campo Littorio. Il 2 ottobre 2026 gli studenti sono tornati nello stesso luogo, sotto il nome di “Stadio della Liberazione”. Tra le due date ci sono ottantatré anni di storia. Ma c’è anche una linea che non si è spezzata: quella che unisce i morti della città alla responsabilità dei vivi di non lasciarne cadere il ricordo e l’impegno antifascista, per la libertà, per la vita, contro la morte, la miseria, la fame. Per la libertà.
[1]B. Leonardi (a cura di), Le Quattro Giornate di Napoli. I segni della memoria civica. Liceo Jacopo Sannazaro, Comune di Napoli, Napoli. Il documento ricorda che nel liceo furono composte le salme di 64 caduti e che da lì prese avvio il corteo funebre verso la provvisoria sepoltura allo Stadio Littorio. https://static-www.comune.napoli.it/wp-content/uploads/2025/08/liceo_sannazaro.pdf
[2]International Center of Photography, Robert Capa, Funeral of twenty teenaged partisans who had fought the Germans before the Allies entered the city, Naples, 2 ottobre 1943, The Robert Capa andCornell Capa Archive.https://www.icp.org/browse/archive/objects/funeral-of-twenty-teenaged-partisans-who-had-fought-the-germans-before-the
[3]A. Sernicola, Relazione sulle azioni contro i nazi-fascisti nelle quattro giornate di Napoli, Napoli, 27 settembre 1944, ASNa, Comitato di Liberazione Nazionale, b. 10, https://quattrogiornate.wordpress.com/2012/03/02/relazione-del-maggiore-alfonso-sernicola-sulle-azioni-contro-i-nazi-fascisti-nelle-quattro-giornate-di-napoli/
[4]Archivio di Stato di Napoli, Comunicato del Fronte Unico Nazionale Patrioti d’Italia, Napoli, 24 settembre 1945, in Le Quattro Giornate di Napoli, sezione “Celebrazione”, ASNa, Comitato di Liberazione Nazionale, b. 9, https://quattrogiornate.wordpress.com/category/celebrazione/ ;
B. Leonardi (a cura di), Le Quattro Giornate di Napoli. I segni della memoria civica. Ara votiva ai Caduti per la Patria, Comune di Napoli, Napoli, https://static-www.comune.napoli.it/wp-content/uploads/2025/08/ara_votiva_posillipo.pdf.
[5]A. Lazzarini, Il Sacrario militare del Mausoleo di Posillipo, Gabbiani Sopra il Mare, Napoli, 2007.
[6]G. Barbarulo, P. Borghese, G. Buffardi, G. D’Agostino, S. de Majo, Napoli settembre 1943. Storie, dati, riflessioni e discussioni a ottant’anni dalle Quattro Giornate, La valle del tempo, Napoli, 2023.
