di Antonio Scialpi
Il primo quarto del XXI secolo segna irreversibilmente il cambiamento climatico, rimosso dai più. Ma non dal Sud e dai Sud del Mondo. Da Italia, Spagna, Grecia il sud dell’Europa.
Le temperature schizzano in aria da oltre un decennio. In Puglia le temperature arrivano anche a 42° C, compromettendo il lavoro nei campi, le raccolte e insicurezza nelle grandi industrie pesanti. 4° C in più, secondo Greenpeace.
Le mutazioni impongono un cambiamento strutturale dell’organizzazione del lavoro con nuove organiche disposizioni che non possono essere quelle contingenti delle Regioni che variano l’una dall’altra, in ordine sparso.
Il caldo impone muova attenzione per la sicurezza sul lavoro, che comporta una morte strisciante. Una sorta di condizione ontologica della morte per i lavoratori. Il tempo comincia a mancare. Si pone con urgenza la riduzione trimestrale dell’orario estivo di lavoro, nei luoghi dove l’aria condizionata non è tecnicamente possibile.
- Occorre censire i lavori a rischio: dai cantieri edili, alle fabbriche siderurgiche e petrolchimiche, ai grandi interventi stradali e, quindi, il lavoro sulla terra, vera e propria emergenza a cui sono condannati gli stagionali extracomunitari, spesso sfruttati ancora dai caporali e, comunque, in condizioni di drammatica disumanità. Che non si coglie nelle pubblicità delle conserve di pomodori e frutta.
- L’altra mutazione strutturale è quella idrica. Piove sempre meno al Sud? No, assolutamente. In Puglia, gli invasi sono molto al di sotto dei livelli di sicurezza semivuoti. Come dicono gli studiosi, non è inferiore la quantità dell’acqua, ma le modalità delle precipitazioni sono cambiate: nubifragi, alluvioni, o, come vengono chiamate, le bombe d’acqua. Tanta acqua in pochissimo tempo che non si raccoglie, causando disastri non imputabili agli dei. Emilia Romagna docet. O no? Ma per l’acqua ci sono ancora in piedi alcune questioni scottanti:
- La dispersione del 40% dell’acqua potabile per la senescenza delle condotte che,specie in Puglia e in Sicilia, datano un secolo fa. Abbiamo rimosso la guerra dell’acqua a Caltanissetta nell’estate scorsa. L’acqua è una e una sola, ma le clientelari autority si moltiplicano come i pani e i pesci evangelici.
- Il riutilizzo delle acque reflue a macchia di leopardo. Legato alla virtuosità di comuni, province e regioni, con la perdita di ingenti quantità di acque non depurateche finiscono ancora nel sottosuolo o a mare. Utili, invece, per il riuso uso in agricoltura, come si sta facendo in alcuni comuni pugliesi, compresa la mia città di Martina, che non sono la maggioranza, purtroppo.
- La costruzione di dissalatori, con investimenti decisivi e strutturali, nel rispetto dell’ecosistema di mare e fiumi.
- L’obbligo della raccolta delle acque piovane per i grandi complessi edilizi e condominiali, per utilizzare l’acqua per il mantenimento del verde e dei giardini.
Questo comporta la totale revisione delle politiche di sviluppo e meridionalistiche, vincolando, come per i bilanci, il mantenimento di Consigli Comunali e sindaci. Non ci vuole molto. Servono però le risorse. Piuttosto che investire in riarmo per uccidere la vita, quelle per l’emergenza idrica sono essenziali per il mantenimento della vita umana e naturale.
Altrimenti, sarà il deserto. Eppure i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo sono più avanti di noi nei settori del lavoro estivo e dell’acqua. La perdita di memoria della civiltà contadina, anzi il suo irreversibile tramonto hanno comportato modalità di lavoro e di rifornimento idrico che pure in passato erano più previgenti delle nostre. Prima di costruire i Trulli in Valle d’Itria, Le masserie, le case nei Centri storici o nei Sassi di Matera si studiavano, senza istruzione tanto meno lauree ai Politecnici, le modalità di raccolta dell’acqua piovana. Oggi quelle modalità meridiane utilissime servono solo per affascinare i malcapitati turisti, incantati da una civiltà ormai virtuale e distrutta. Siamo diventati bravi ad illustrare i segreti secolari per la conservazione dell’acqua, ma ci mancano il buon senso e la buona volontà politica per rigenerarle e modernizzarle.
- Infine, l’inferno degli incendi estivi.
Solo spettacolari riprese e conto di feriti e morti. Buoni per le ambasce delle autorità alle famiglie malcapitate. La prevenzione non appartiene alla nostra cultura politica. Prevenire è fastidioso perché serve programmare le risorse, sottraendole ad ambiti più convenienti sul piano elettorale e politico.
Una piaga antica della politica italiana.
Morire per gli incendi è assurdo. Le temperature viaggiano in alcuni paesi a 46° C. La nostra Natura e l’ecosistema non sono preparati. Perciò occorre aiutare la Natura a proteggersi perché il rispetto delle sue leggi ci consente di governarla, come sostenne il vecchio Francesco Bacone (1561-1626), primo filosofo dell’età industriale, (Natura dominatur, nisi parendo legibus), nell’Inghilterra che cambiava pelle.
Questione di mentalità. E di rivoluzione copernicana tra noi e la Natura.
Servono assunzioni di lavoratori per la protezione dagli incendi, obblighi per i proprietari di terre incolte, flotte aeree regionali per il pronto intervento (La Puglia e al Sicilia non dispongono ancora di una flotta aerea), obblighi a riforestare le aree depresse. I vigili del fuoco ormai rassomigliano sempre più alle truppe del generale Cadorna,schierati su tutte le linee calde, prontamente sfondate dal fuoco nemico.
E, quindi, più alberi e meno armi, per uscire dall’inferno della guerra e della morte per sete, incendi, lavoro insicuro. All’inferno vanno i cittadini, non le loro “beate” classi dirigenti.
