di Giovanni Capurso
La Puglia, porta, anzi ponte, sul Mediterraneo all’improvviso,dalla fine degli anni Cinquanta si trova al centro delle contrapposizioni che caratterizzanola Guerra fredda.
La competizione tra le due superpotenze, Usa e Urss, si manifestasul riarmo, la corsa allo spazio, la politica di contenimento e perfino nello sport.
Nel 1957 l’Urss lancia in orbita attorno alla Terra lo Sputnik, primo satellite artificiale. La notizia coglie in contropiede Washington, che, l’anno successivo, lanciano nello spazio l’Explorer 1. A spiazzare gli americani e i loro alleati non è solo il primato tecnologico sovietico, ma anche e soprattutto il timore che Mosca potrebbe dotarsi di missili a medio raggio, con testate nucleari, da puntare sull’Occidente. Preoccupazione che porta i paesi del blocco occidentale a rinforzare i propri armamenti in funzione difensiva. E così, in Europa, si decide di installare missili nucleari a media gittata da puntare contro l’avversario sovietico: iPGM-19 Jupiter. Ad ospitarli sono la Turchia, con 15 testate custodite in cinque siti nei pressi della città di Izmir (l’antica Smirne) e l’Italia, con trenta missili distribuiti in 10 campi di lancio (tre per ogni base) tra la Puglia centrale e la Lucania, territori con una bassa densità abitativa e con una popolazione poco acculturata. Da un giorno all’altro le testate atomiche campeggiano tra gli orti e i seminativi di grano, diventando ben visibili dalle masserie dove vivono agricoltori e allevatori. La principale base è quella di Gioia del Colle. Le altre sono collocate a Mottola, Laterza, Casal Sabini-Altamura, Ceraso-Altamura,Gravina, Spinazzola, Acquaviva, Irsina, Matera.Ogni testata nucleare ha una potenza di 1,45 megatoni, ovvero con una capacità distruttiva cento volte superiore alle bombe atomiche che hanno raso al suolo Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
Il culmine della tensione tra le due superpotenze viene raggiunto nei primi anni ‘60. Nel 1961 la Germania dell’Est erige un sistema di fortificazioni, noto come “Muro di Berlino”, per impedire la libera circolazione delle persone verso Ovest. Nel ’62, invece, si consuma un’ulteriore crisi internazionale, in seguito alla decisione dell’Unione Sovietica, guidata da Nikita Sergeevič Chruščëv, di schierare missili nucleari a Cuba per “bilanciare” la precedente iniziativa americana. Una decisione che inquieta gli Usa, i quali, per impedire l’installazione di quei missili a centoquaranta chilometri dalle proprie coste, attuano un blocco navale dell’isola.
Siamo nel pieno di una corsa agli armamenti che porta anche l’Unione Sovietica a temere attacchi verso se stessa e i paesi che gravitano nella sua orbita. Gli Stati Uniti guardano con repulsione l’esistenza di uno stato apertamente filosovietico poco distante dalle coste della Florida. E così, recuperando la cosiddetta Dottrina Monroe, secondo cui le potenze europee non dovevano interferire nelle politiche degli stati del continente americano, il governo di Kennedy e la Cia arruolano alcuni esuli cubani anticastristi, facendoli sbarcare nella Baia dei Porci per rovesciare il governo filosovietico. L’iniziativa militare si rivela un completo fallimento:danneggia l’immagine di Kennedy e rinforza quella di Castro, diventato ormai simbolo dell’opposizione all’imperialismo americano. La preoccupazione di altri attacchi spinge l’Urss a rinforzare gli armamenti cubani, anche con missili puntati verso il nemico a stelle e strisce.
Nel ’63, la paura di avere missili nucleari puntati sul proprio territorio, induce gli Stati Uniti a schierare le proprie navi attorno all’isola cubana. La tensione sale, facendo pensare al peggio. Ma non è intenzione di nessuna delle due superpotenze di dare inizio a un nuovo conflitto mondiale, tanto meno attraverso l’uso di missili nucleari. E così, dopo laboriose trattative, si giunge ad un accordo che porta i sovietici a smantellare la base cubana, in cambio dello smantellamento delle basi statunitensi in Turchia e in Italia. Sul territorio pugliese del “campo dei missili” i ruderi sono visibili ancora oggi.
La crisi cubana, secondo molti storici, ha segnato l’apice della Guerra fredda tra le due superpotenze, tanto che, da più parti, si genera il timore di un’ulteriore escalation capace di portare al lancio delle testate atomiche.
La vicenda produce un clima di mobilitazione senza precedenti che, in Puglia, stimola l’organizzazione della prima Marcia della Pace Gravina-Altamura del 1963. Si tratta di un’iniziativa che si inserisce nell’ampio movimento internazionale nonviolento, e che, dopo lo smantellamento dei missili a raggio intermedio, contribuisce alla prima fase distensione tra Est e Ovest negli anni Sessanta. Essa viene promossa da intellettuali baresi riuniti nel Comitato per la Pace e incontratisi nell’appartamento dell’intellettuale Tommaso Fiore il 13 gennaio ’63.
Di questa importante personalità tutti sanno del suo impegno antifascista e in difesa del laborioso “popolo delle formiche”, come chiamò i contadini della sua terra. È molto meno noto il suo impegno pacifista durante l’ultima parte della sua lunga e inquieta esistenza, impegno che trova il suo humus nella drammatica esperienza della vita di trincea nella Grande Guerra, portandolo a trasformarsi da “soldato dell’Intesa” a “soldato dell’Utopia” (cfr. Dal paese di Utopia, Stilo editrice, Bari, 2015); e successivamente nelle sofferenze legate al periodo della Resistenza, come l’esperienza del confino e la morte del figlio Graziano durante una manifestazione pacifica su via Niccolò dell’Arca a Bari per mano da parte dei militari e dalle finestre della federazione fascista.
Dell’impegno pacifista di Tommaso Fiore, dopo i due conflitti mondiali, sono una dimostrazione gli scambi epistolari che ha con i principali promotori della cultura nonviolenta italiana a partire proprio dal periodo della Resistenza come Aldo Capitini, Danilo Dolci, Ignazio Silone e persino Bertrand Russell. Tutti carteggi in gran parte inediti.
Ormai molto avanti nell’età, l’intellettuale altamurano concentra la gran parte dei suoi sforzi in iniziative per il disarmo mondiale e contro il rischio del nucleare.
Nel contesto della Guerra fredda, Fiore era già stato uno dei promotori del Comitato Nazionale di solidarietàcon Danilo Dolcie un gran numero d’intellettuali e scienziati tra cui spiccano Guido Calogero, Aldo Capitini, Guido Bassani, Vittorio De Sica, Renato Guttuso, Norberto Bobbio, Carlo Levi, Alberto Moravia, Ferruccio Parri, Vasco Pratolini, Beniamino Segre, Ignazio Silone, Elio Vittorini, Cesare Zavattini e Antonello Trombadori.
L’obiettivo del Comitato, in un primo tempo, è quello di sostenere il poeta e attivista Danilo Dolci che, a partire dal 1952, si era reso protagonista di numerose iniziative nonviolente in Sicilia, per contrastare la collusione tra criminalità organizzata e politica, la disoccupazione, l’analfabetismo e la fame endemica figlie dell’assenza dello Stato e delle disparità sociali.
Come ricaviamo dal carteggio con Aldo Capitini, ancora più attivo fu il contributo che l’intellettuale pugliese dà nell’ambito della Marcia della Pace, la più importante manifestazione pacifista italiana: un percorso di ventiquattro chilometri, da Perugia ad Assisi, per schierarsi apertamente contro qualsiasi guerra.
I rapporti tra i due risalgono, stando ai carteggi recuperati dagli archivi, all’immediato Dopoguerra. L’antifascista perugino, in una lettera del 6 marzo 1945, si presenta a Fiore in questi termini:
Caro Fiore,
Ho avuto notizie dal prof. De Sanctis e il giornale “Il nuovo Risorgimento”: lo leggerò, e te ne scriverò. Grazie del tuo pensiero. Spero che le comunicazioni miglioreranno tanto che ci potremo vedere fra non molti mesi. Ebbi anche da Laterza i tuoi saluti, nel ’43 seppi della tragica morte di tuo figlio.
Le mie notizie sommarie sono queste. Non sono iscritto a nessun partito, e mi dico “indipendente di sinistra” (come tra il Partito d’azione e il socialista, e con molto dentro). Ho formato il Centro di orientamento sociale, di cui ti mando stampati. Ho diretto per i primi numeri il “Corriere di Perugia”.
Le differenze certamente tra i due intellettuali non mancano. E Fiore, uomo schietto, in un momento storico di riorganizzazione dei partiti, non manca di puntualizzarlo poco tempo dopo:
Caro Aldo,
grazie dei tuoi scritti. Li passerò a mio figlio per il “N.R.” Quello che fai è estremamente utile. Gli amici però pensano che ogni movimento culturale deve assumere responsabilità politica. Il tuo posto sai bene dov’è. Se tu hai superato il concetto di classe non ti resta che entrare nel Partito d’Azione.
Tommaso Fiore aveva svolto le sue battaglie sempre con e nei partiti e per lui non è concepibile continuarle senza la mediazione di essi; per Capitini, quegli stessi partiti costituiscono un limite alla sua libertà d’azione e di quella mediazione ne vede il limite legato alla necessità del consenso. Parlando del Congresso mondiale della Pace, tenutosi a Parigi fra l’aprile e il maggio 1949, Capitini spiega le sue convinzioni in questi termini a Fiore:
Ti ringrazio appena letta la tua lettera, per la questione del Congresso di Parigi. Io non ho fatto nulla per essere nel gruppo, e se me lo chiedessero rifiuterei. Ormai sulla questione della pace (e via via lo dirò anche per le altre: avremo Convegni, scritti ecc.) Debbo presentare “posizioni di coscienza” (vi scrissi un articolo su Italia libera un anno fa), nella loro purezza. Sono per la pace fino in fondo; i comunisti che quasi esclusivamente improntano e popolano il Congresso di Parigi, suscitano guerre dove hanno la speranza di vincerle, fucilano gli obiettori di coscienza e li perseguitano, schiacciano le libertà, hanno osteggiato Gandhi ecc.
Nonostante le diversità di vedute i rapporti tra i due vanno avanti con un sodalizio che si sviluppa attraverso scambi di idee, articoli e conferenze.
Il 13 maggio 1961, anno della prima Marcia della Pace, Capitini scrive a Fiore:
Stiamo organizzando in Italia una Marcia della pace come già ne sono state fatte e sono in corso in molti paesi del mondo. Davanti al pericolo di guerra bisogna rendere consapevoli dal basso le popolazioni, particolarmente i giovani e coloro che non seguono quotidianamente i fatti politici, credendo di poter così provvedere meglio al proprio interesse. Per questo prepariamo una manifestazione che ha dell’esteriore, ma è divulgativa, popolare, e se riesce imponente, ha una indubbia efficacia.
La marcia, per Capitini, necessita di «nomi di personalità» capaci di dare «certamente spicco e autorevolezza» all’iniziativa.
Tommaso Fiore, quasi ottantenne, ma con l’entusiasmo di un ragazzino, non soltanto partecipa alla marcia tra Perugia e Assisi, ma si adopera per riproporne una in Puglia, che, come abbiamo detto,viene replicata nel ’63. È un periodo in cui i carteggi tra i due si intensificano. In una di queste, datata 2 marzo 1962, Capitini scrive a Fiore:
Caro Tommasino […] Per la marcia della pace a Bari, verrà tra settimane un mio bravo collaboratore (uno studente di filosofia) che sta con me, Claudio Cardelli: egli parlerà con molti di Bari per la possibilità di una Consulta barese per la pace (il nostro Movimento nonviolento per la pace è rigorosamente il metodo non violento di lotta, e contro ogni guerra; siamo una specie di “frati minori”; la Consulta è una specie di terz’ordine). Ti preavviseremo della sua venuta. Per me è un aiuto prezioso, e ne vorrebbero decine. Grazie della tua offerta di parlare per la pace (ma non devi strapazzarti); me le chiedono, e non ci vado, ma sono troppo lontane da Bari.
L’iniziativa pugliese è organizzata in maniera meticolosa. Vengono invitate a partecipare le organizzazioni politiche e sindacali, ma senza i propri simboli, per far sì che sia «sede di tutti i pacifisti», come si legge sul comunicato pubblicato dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 5 gennaio 1963:
Le popolazioni della Puglia e della Lucania sono chiamate ancora una volta ad esprimere i loro propositi a favore di una politica italiana di pace e di amicizia con tutti i popoli, col partecipare alla Marcia della pace di Altamura. Non abbiamo, noi italiani, problemi di forza da risolvere con alcun Paese, né vicino. Né lontano. L’armamento atomico che si vuole aggiungere alle nostre forze armate è un atto non certo di distensione e di contributo alla pace. Le rampe atomiche sulle colline della Puglia sono un sinistro richiamo di morte e la cosa più saggia e urgente è rimuoverle, attraverso l’impegno del nostro governo che tenda al disimpegno atomico di tutta l’Europa e al disarmo mondiale. Noi pugliesi e lucani non vogliamo rampe di guerra sulle nostre terre; chiediamo industrie di pace.
Le schermaglie politiche e sindacali non mancano, anche a mezzo stampa. Il Psdi e il sindacato Uil, ad esempio, sulle pagine della “Gazzetta del Mezzogiorno”, si affrettano a smentire in maniera netta la notizia, pubblicata da “L’Unità”, di un loro consenso alla manifestazione. Un diniego motivato dal timore che fosse una marcia dai tratti fortemente ideologici; i comunisti, a loro dire, erano colpevoli dell’aggressione cinese all’India, di quella nordvietnamita al Vietnam del Sud, della divisione fratricida di una Germania dall’altra. Sono questi ultimi a rispondere, appoggiando pienamente le ragioni della Marcia, e precisando che
l’idea della Marcia è nata dall’appello lanciato dagli intellettuali italiani all’indomani della crisi cubana. Appello che si è richiamato all’azione del filosofo pacifista Bertrand Russel, che, certamente, non può essere accusato di filocomunismo.
Ufficialmente non aderisce neanche la Dc sempre per il timore di una speculazione comunista, nonostante molti democristiani individualmente manifestino l’appoggio all’iniziativa pacifista.
Al di là di tutto, comunque, quella di Altamura è stata una delle prima manifestazioni pacifiste e antimilitariste che, dagli anni ’60, proseguendo lungo il decennio successivo, si diffondono in maniera capillare nel nostro paese e non solo. Esse iniziano ad aprire e alimentare dibattiti non solo nella politica, ma anche negli ambienti culturali e artistici. Si pensi alla letteratura, alle numerose pellicole o, ancora, all’animazione giapponese che, dalla proposta pacifista e dal timore di un nuovo conflitto atomico, hanno tratto molta ispirazione.
L’iniziativa della Marcia Gravina–Altamura è stata ripetuta altre volte, anche di recente, il 19 marzo 2022, per chiedere la fine della guerra tra Russia e Ucraina.
