di Ciro Esposito

Il collasso demografico delle aree interne del Sud è un problema nel problema del declino demografico dell’Italia. I dati ISTAT certificano la costante diminuzione della popolazione italiana in maniera molto cruda: nel 1964, l’anno in cui nasce il maggior numero di bambini della storia repubblicana, si supera il milione di neonati (con un saldo positivo naturale di oltre mezzo milione di unità), che diventano 657 mila nel 1980 (saldo naturale negativo di 281 mila unità) e poco meno di 400 mila nel 2022 (saldo naturale negativo di 322 mila unità).

La politica italiana al riguardo è rimasta inerte nonostante i segnali che facevano presagire l’inverno demografico già nel 1972, quando in dieci province dell’Italia settentrionale i decessi superarono le nascite.

Secondo il giornalista ed economista Marco Esposito (ne scrive in Vuoto a perdere, 2024), i frequenti ed evidenti segnali di declino demografico non sono stati raccolti o sono stati sottovalutati per una serie di resistenze e pregiudizi radicati tanto nella classi dirigenti quanto nell’opinione pubblica italiane, non ultimo l’illusione che il Sud avrebbe continuato a conservare lo stesso tasso di fecondità: i meridionali avrebbero fatto sicuramente più figli e questi sarebbero emigrati al Nord, come era accaduto nei primi venticinque anni della storia repubblicana.

I pregiudizi non incidono sui processi demografici, per cui questa previsione priva di base scientifica si è rivelata illusoria, perché le giovani donne meridionali senza figli sono ormai più numerose delle coetanee del Nord.

Per il Mezzogiorno si profila una vera e propria deriva demografica, provocata dalla saldatura tra emigrazione e saldo naturale negativo. Lo stesso Marco Esposito, al di là delle nude cifre, ne spiega la portata con una metafora:

Immaginate un’aula con venticinque banchi in una scuola del Sud aperta nel 1964. All’inizio è piena, dopo qualche tempo si presentano in ventiquattro alunni, quindi ventitré, poi ventidue, finché i bambini in classe si riducono a otto. Diciassette sedie restano vuote, il disagio è evidente. (Ivi. p. 17)

Quello italiano è un declino all’interno di un più generale calo della popolazione che non risparmia nessuno, né a nord né a sud, né i poveri né i ricchi e le cui cause sono molteplici, profonde e intrecciate tra loro. Tuttavia, mentre Paesi a noi vicini, su tutti la Francia, hanno comunque provato a reagire, promuovendo già da tempo politiche di incentivazione della natalità, l’Italia rimane ferma.

L’unica politica visibile è quella in difesa del fortino settentrionale, dove vengono concentrate buona parte delle risorse e cui si sacrifica il resto del Paese. Così il Sud si svuota dei suoi abitanti più giovani e – novità rispetto al passato – più istruiti mentre il Nord rinvia un problema che comunque dovrà affrontare in futuro, quando, permanendo l’attuale ostilità all’immigrazione straniera, il Sud non avrà più giovani pronti a emigrare per migliorare le proprie condizioni di vita.

Le aree interne – denuncia il dossier di Legambiente “Borghi Avvenire” – si stanno svuotando ancora più rapidamente.

Nella percezione comune i borghi sono residuali, ma non è così. I Comuni con una popolazione inferiore ai 5mila abitanti sono 5526 su un totale di 7901 (il 69,9% del totale). Al primo gennaio 2024 in questi Comuni viveva un sesto della popolazione italiana (poco meno di dieci milioni di persone). In Campania rappresenta il 12% della popolazione, in Calabria, Basilicata e Sardegna tra il 30% e il 38%, in Molise addirittura il 52%. Nell’intero Mezzogiorno vivono nei borghi oltre tre milioni di persone su una popolazione complessiva di 19 milioni. Non sono residuali, tutt’altro.

Dal 2001 al 2024, secondo “Borghi Avvenire”, la popolazione dei borghi in tutta Italia è diminuita dell’8,5%, quella anziana è arrivata a contare per il 26,1% (addirittura il 29,8%, uno su tre, nei Comuni con meno di mille abitanti).  Meno che nelle città gli stranieri, cui vengono offerte minori possibilità di inserimento, per quanto precario (il caso, in controtendenza, di Riace, non ci ha insegnato niente).

Le aree interne sono cadute in un circolo vizioso in cui il calo della popolazione trascina verso il basso l’occupazione, seguita dalla minore offerta di servizi pubblici e, infine, dal dissesto idrogeologico e dal degrado del patrimonio culturale e paesaggistico.

Si tratta di un quadro drammatico che richiederebbe una mobilitazione di risorse senza precedenti da parte del Governo ma che viene invece disattesa dal PSNAI (Piano Strategico Nazionale Aree Interne) del sestennio 2021-2027, per il quale “un numero non trascurabile di aree interne si trova già ora con una struttura demografica compromessa” e con essa “basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività”.

Per queste aree, collocate perlopiù al Sud, viene pertanto certificata l’impossibilità di invertire la tendenza. Quel che si può fare è assisterle “in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento, in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ci abita”. Niente di più di un accompagnamento alla morte.

Tuttavia, nella denuncia del processo di maggiore decremento demografico delle aree interne è contenuta una possibile risposta alla crisi:

Natalità e presenza di giovani in età lavorativa e riproduttiva hanno meno beneficiato delle immigrazioni dall’estero, maggiormente concentrate nell’Italia centro-settentrionale. Inoltre, a contenere il degiovanimento delle regioni del Nord e del Centro (in particolare i grandi centri urbani) e ad accentuarlo nel Mezzogiorno è la mobilità interna, costituita in buona parte da giovani in cerca di migliori opportunità di formazione e lavoro (https://politichecoesione.governo.it/media/ihnf1qaq/1_contributo-cnel-demografia-delle-aree-interne-e-condizioni-per-uninversione-di-tendenza.pdf)

I fondi per gli interventi necessari non mancherebbero al Governo: ai 400 milioni di euro già disponibile dei Fondi Europei e non ancora spesi si aggiungono i 600 milioni di euro messi a disposizione dal PNRR e altri fondi ancora (per il quotidiano “Domani” (Domani, 04/06/2024, p. 8) si tratta di 310 milioni di euro approvati dalla Legge di Bilancio del Goveno Conte II e mai spesi.

I soldi a disposizione sono molti, sono pochi? Dipende dagli obiettivi che ci si prefigge e dalla strategia che si intende adottare. Se si pensa che il Fondo perequativo per le infrastrutture del Sud è stato ridotto da oltre 4 miliardi a 900 milioni (cifre per investimenti spalmati in un decennio) dal Ministero guidato da Matteo Salvini e che non è ancora stato nominato il Ministro del Sud, allora sembra chiaro che la strategia sia rimasta la stessa: consolidare il fortino del Nord e alla malora il resto.

 

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