Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Garofalo

Se si pensa che basti destinare risorse al Mezzogiorno per colmare il divario storico con il resto del Paese, si resta prigionieri di un equivoco che, a dire il vero, attraversa l’intera storia dell’Italia unita.

È un equivoco comodo, perché riduce una questione complessa a un fatto contabile: più fondi uguale più sviluppo. Ma la realtà è molto meno lineare. Le risorse, da sole, trasformano difficilmente i territori. Anzi, possono perfino consolidarne la subordinazione, se non incidono su ciò che davvero determina la capacità di sviluppo: i rapporti sociali, le istituzioni, la qualità delle classi dirigenti.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si colloca esattamente dentro questa contraddizione.

Da un lato rappresenta uno sforzo senza precedenti per mobilitare investimenti pubblici. Dall’altro si appoggia su una struttura statale che resta profondamente diseguale. E osservando anche solo superficialmente il funzionamento del sistema, si nota la frattura: lo Stato centrale appare efficiente nel definire obiettivi e rispettare scadenze formali, mentre nei territori — soprattutto nel Mezzogiorno — la realizzazione concreta degli interventi procede con maggiori difficoltà.

È il riflesso di una frattura storica, che non nasce certo oggi. Se si guarda al funzionamento reale delle amministrazioni locali, si comprende facilmente come le condizioni di partenza siano molto diverse. Alcune dispongono di apparati consolidati, competenze tecniche diffuse, continuità amministrativa. Altre operano in una condizione di emergenza permanente, con personale insufficiente e strutture fragili. Pretendere che procedano allo stesso ritmo, sotto la pressione di scadenze rigide, significa ignorare la realtà concreta e rifugiarsi in un’astrazione burocratica.

Così il PNRR rischia di produrre un effetto paradossale: proprio mentre destina più risorse alle aree più deboli, finisce per avvantaggiare quelle già forti, che sono più attrezzate per trasformare rapidamente i fondi in progetti realizzati.

Qui emerge un limite che appare evidente: una concezione puramente quantitativa dello sviluppo. Come se contasse solo “quanto” si distribuisce, senza interrogarsi abbastanza su “chi” e “come” sia in grado di organizzare, dirigere e utilizzare quelle risorse.

In altri termini, si tratta anche di egemonia, anche se il termine può risultare impegnativo.

Dove esiste una classe dirigente capace di esercitare una funzione di direzione, anche strumenti complessi diventano praticabili. Dove questa funzione è debole o subordinata, le risorse restano inutilizzate o producono effetti marginali.

Il Mezzogiorno continua a scontare questa debolezza. E non si tratta solo di una questione recente: pesa una lunga storia in cui lo Stato ha preferito amministrare il divario piuttosto che superarlo davvero, intervenendo con politiche straordinarie senza costruire una reale autonomia dei territori.

Il PNRR, in assenza di una discontinuità, rischia quindi di inserirsi nella stessa traiettoria.

Si parla molto di “messa a terra” dei progetti e poco di ciò che rende possibile questa messa a terra: una pubblica amministrazione solida, competenze diffuse, una rete di istituzioni capaci di cooperare. Senza questi elementi, ogni piano resta sospeso tra intenzione e realizzazione.

Per questo la questione appare, in ultima analisi, profondamente politica.

Se si vuole davvero utilizzare questa fase per ridurre i divari territoriali, occorre spostare il focus: dalle risorse alle capacità, dalle procedure ai soggetti. Accelerare la spesa non basta. Serve costruire le condizioni perché quella spesa produca trasformazione reale.

Questo implica investimenti strutturali nella pubblica amministrazione, nella formazione e nella continuità amministrativa. E forse, più in profondità, anche nella costruzione di una nuova classe dirigente capace di visione e iniziativa.

Senza questo passaggio, il rischio è che tra qualche anno si possa tracciare un bilancio piuttosto netto: fondi stanziati, in parte spesi, divari sostanzialmente invariati.

E allora diventerà evidente — almeno questa è l’impressione — che destinare risorse non era sufficiente. Occorreva, e occorre ancora, trasformare il modo stesso in cui il Paese pensa e organizza il proprio sviluppo.

 

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