di Antonio Salvati

La crisi dell’Occidente[1] è, piaccia o meno, il motore del momento storico che stiamo vivendo ora.  Che le democrazie occidentali siano in crisi – per alcuni esperti stiamo già vivendo in una post-democrazia – non è un’asserzione marginale; è un luogo comune condiviso da molti analisti, sia pur con sfumature diverse[2].  Occidente che – preme ricordarlo – non è storicamente “liberale”, poiché ha generato anche il fascismo italiano, il nazismo tedesco e il militarismo giapponese. Un Occidente tutt’altro che stabile; anzi, è addirittura malato. Di questa crisi parla diffusamente Emmanuel Todd, autore di un libro che ha fatto molto discutere, La sconfitta dell’Occidente, pubblicato nel 2024. Occidente che continua ad occupare una posizione centrale.

Infatti, il suo peso demografico ed economico, da sette a dieci volte superiore a quello della Russia, il suo vantaggio tecnologico, il suo predominio ideologico e finanziario ereditato dalla storia economica tra il 1700 e il 2000, ci inducono inevitabilmente a ipotizzare che la sua crisi equivalga alla crisi del mondo. Per Todd in Occidente lo sviluppo economico è avvenuto prima che in altre parti del mondo, per via delle rivoluzioni culturali che hanno favorito il suo decollo: il Rinascimento italiano e il protestantesimo tedesco. Secondo Todd, seguendo la classica lezione di Max Weber[3], la débâcle occidentale si spiega attraverso il tramonto della fede religiosa (e di quella sua versione secolarizzata che sono le ideologie politiche). Max Weber, com’è noto, stabilì un legame tra il protestantesimo e lo sviluppo economico dell’Europa, per via di un fattore semplice ed essenziale: dal momento che tutti i fedeli devono avere accesso diretto alle Sacre Scritture, “il protestantesimo alfabetizza, per principio, le popolazioni su cui domina. E una popolazione alfabetizzata è capace di progredire a livello sia tecnologico che economico. La religione protestante ha accidentalmente forgiato una forza lavoro altamente efficiente”[4].

In questo senso, la Germania ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo occidentale, e ciò a prescindere che la rivoluzione industriale sia avvenuta in Gran Bretagna e che lo slancio finale più spettacolare sia stato compiuto dagli Stati Uniti. Aggiungendo la Scandinavia, protestante e precocemente alfabetizzata, otteniamo la mappa di quello che era il mondo maggiormente avanzato alla vigilia della prima guerra mondiale. La Francia è il paese cattolico che, per contiguità, è riuscito a mantenersi nella sfera più sviluppata dell’Occidente, che è essenzialmente protestante.

Pertanto, il primato industriale, tecnologico e commerciale dell’Occidente si è formato sull’etica protestante e sulle sue versioni secolarizzate. Il protestantesimo, assieme all’ebraismo, non hanno solo promosso l’intraprendenza industriale e commerciale, ma anche stimolato lo studio e favorito un alto livello intellettuale delle élite dominanti. Essendo un weberiano “ortodosso”, si capisce perché per Todd una volta raggiunto quello che definisce “il grado zero” della religione, le élite capitaliste postmoderne siano divenute incapaci di elaborare una strategia coerente. In Todd, la religione e la sua pratica sono al centro delle sue riflessioni e dei suoi modelli, in quanto il cristianesimo è stato la matrice religiosa all’origine di diverse credenze collettive.

Pertanto, la secolarizzazione, la perdita dei costumi e dei valori della religione spiegano in parte la crisi delle democrazie liberali. Infatti, la scomparsa effettiva del cristianesimo in Occidente senza una credenza collettiva sostitutiva si riverbera in tantissimi ambiti: non solo sull’etica del lavoro e sul sentimento nazionale, ma anche sulla capacità di sacrificarsi per la comunità o sul concetto di una morale sociale vincolante.

Una democrazia liberale si muove nell’ambito di uno Stato-nazione, in cui i cittadini si comprendono più o meno tra loro, il più delle volte ma non sempre, grazie alla presenza di una lingua comune.  Le elezioni a suffragio universale si svolgono regolarmente, è garantito il pluralismo dei partiti, la libertà di espressione e la libertà di stampa. Tuttavia, per fare di un paese una democrazia liberale non bastano delle leggi formali. Queste devono – direbbe giustamente Todd – essere attivate, “incarnate e vissute dalla grazia dei costumi democratici. I rappresentanti eletti mediante il suffragio universale devono, assolutamente, considerarsi i rappresentanti dei cittadini che li hanno eletti. Quanto all’accordo tra leggi e costumi, questo è stato reso possibile nel XX secolo grazie alla diffusione dell’alfabetizzazione”.

Oggi la democrazia liberale conosce diverse minacce, come quella del contrasto tra l’elitismo e il populismo. Le élite – osserva Todd – denunciano una deriva dei popoli verso le destre xenofobe, mentre i popoli sospettano le élite di voler sprofondare in un “globalismo” delirante. Senza un raccordo per lavorare insieme tra il popolo e l’élite il concetto di democrazia rappresentativa perde ogni suo significato: si finisce con l’avere una élite che non vuole più rappresentare il popolo e un popolo che non è più rappresentato. In diverse “democrazie occidentali”, il politico e il giornalista sono le due professioni meno rispettate nella maggior parte delle. Nel contempo si va diffondendo il complottismo, una patologia propria di un sistema sociale strutturato dal binomio elitismo/populismo, nonché dalla sfiducia sociale.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un aumento delle disuguaglianze, sebbene in misura diversa a seconda dei paesi. Se le disuguaglianze sociali aumentano in maniera considerevole, è lecito nonché ovvio domandarsi perché non ci sono rivolte diffuse nel pianeta. O meglio ci chiediamo se è possibile una rivoluzione. Byung-Chul Han, ascoltatissimo filosofo contemporaneo, risponde negativamente e argomenta le sue tesi nel volume significativamente intitolato Perché oggi non è possibile una rivoluzione Saggi brevi e interviste[5]. Il nuovo capitalismo non è repressivo, ma seduttivo. Il potere non è più visibile, non c’è più una controparte palesemente evidente così come l’abbiamo conosciuta nell’Ottocento e nel Novecento.

Nel neoliberismo ciascuno è al contempo servo e padrone, imprenditore di sé stesso. “La lotta di classe si è trasformata in una lotta interiore. Chi oggi fallisce si dà la colpa e si vergogna: individuiamo il problema in noi stessi, piuttosto che nella società”. Il potere non agisce più mediante divieti e restrizioni, ma fa leva sul piacere e sulla soddisfazione dei desideri ovvero sulla libertà e fa sì che le persone si sottomettano volontariamente. Il dominio si espleta attraverso l’ebbrezza della comunicazione. Smartphone, internet, Facebook sono i nuovi confessionali, dove ci denudiamo volontariamente. “È questo senso di libertà a rendere impossibile la protesta. Questo denudamento, questo volontario passarsi ai raggi X, segue la medesima logica di efficacia dell’autosfruttamento. Protestare contro cosa? Contro sé stessi? L’artista concettuale americana Jenny Holzer ha messo in risalto questa situazione paradossale in uno dei suoi “truismi”: ‘Protect mefrom whatl want’ (‘Proteggimi da ciò che desidero’)”[6].

Se si vuole instaurare un nuovo sistema di dominio bisogna sconfiggere ogni resistenza. Ciò vale anche per il sistema neoliberista. Per introdurre un nuovo sistema di dominio è indispensabile un potere capace di imporsi, spesso accompagnato dalla violenza. Il potere stabilizzante – ricorda Byung-Chul Han – della società disciplinare e di quella industriale era repressivo. Gli operai delle fabbriche

venivano sfruttati senza pietà dai padroni e lo sfruttamento brutale condusse a proteste e resistenze. Questo rendeva possibile una rivoluzione capace di rovesciare i rapporti di produzione vigenti. In quel sistema repressivo erano visibili sia l’oppressione, sia gli oppressori. Esisteva – abbiamo detto – una controparte concreta, un avversario visibile cui opporre resistenza. Il sistema di dominio neoliberista è strutturato in maniera profondamente diversa. Non solo non è più repressivo, bensì seduttivo, non è più così visibile o evidente che opprime la libertà e contro cui sarebbe possibile opporre resistenza. L’efficacia del potere si fonda sul fatto che non funziona più attraverso divieti e restrizioni, bensì facendo leva sul piacere e sulla soddisfazione dei desideri.

Anziché renderle remissive, cerca di rendere le persone dipendenti. È importante – rileva Byung-Chul Han – distinguere tra potere che s’impone e potere che preserva. Il potere che salvaguarda il sistema “assume oggi una forma affabile, ‘smart’, rendendosi invisibile e inattaccabile. Il soggetto sottomesso non sa nemmeno di esserlo, e anzi crede di essere libero. Questa tecnica di dominio neutralizza la resistenzain maniera efficacissima. Le forme di dominio che sottomettono e attaccano la libertà, al contrario, non sono stabili. Il regime neoliberista è stabile proprio perché si immunizza contro qualsiasi resistenza e usa la libertà invece di opprimerla. L’oppressione della libertà suscita ben presto resistenza. Lo sfruttamento della libertà no”.

Aggiungiamo, infine, ai diversi tratti della crisi dell’Occidente quello della riabilitazione dello strumento della guerra e l’acquiescenza della coscienza e della politica internazionale a questo fenomenoÈ il rischio della stagione in cui ci stiamo inoltrando, come sottolinea da anni Andrea Riccardi. La guerra a tanti preoccupa di meno. Fare la guerra non suona così scandaloso o innaturale, per buona parte dell’opinione pubblica, Si pensa che la guerra sia questione di altri, anche se poi gli altri non sono poi così lontani[7].

La guerra non è mai neutra. Anche chi la pratica con buone ragioni lascia materiali tossici, difficili poi da smaltire. Riccardi invita a raccogliere le tante richieste e grida di pace perché c‘è anche una forza della ragionevolezza della pace, risposta all’anelito di tanti: molte volte è un’energia sottovalutata[8]. La storia non è uno spartito già scritto. La storia è piena di sorprese. E la più grande sorpresa è la pace. Il XXI secolo non può e non deve essere destinato alla guerra. Servono nuovi compagni di strada. Ecco la rivoluzione possibile e praticabile per l’Occidente e non solo, alla portata di ciascuno.

[1] Intendendo per Occidente una vasta gamma di paesi. Accanto a Stati Uniti, Regno Unito e Francia, questo Occidente comprenderebbe anche l’Italia, la Germania e il Giappone. Potremmo dire una sorta di NATO allargata al protettorato giapponese.

[2] Ne aveva già parlato, tra gli altri, Emmanuel Todd con il suo Aprés la démocratie, Parigi, Gallimard 2008.

[3] M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli 1991; M. Weber, Sociologia della religione, Volume primo, Parte Prima, Milano Edizioni di Comunità, 1982.

[4] E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.

[5]Byung-Chul Han, Perché oggi non è possibile una rivoluzione Saggi brevi e intervisteEdizioni Nottetempo, Milano 2022.

[6]Ibidem.

[7] A. Riccardi, Il grido della pace, Milano, San Paolo 2023.

[8]Ibidem.

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