di Giuliano Laccetti

La crisi apertasi con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran riporta al centro una domanda che accompagna l’ordine internazionale da decenni: contano di più le regole o i rapporti di forza? Se si mettono da parte simpatie e appartenenze, resta un interrogativo che riguarda direttamente l’Europa: i principi invocati per condannare l’invasione russa dell’Ucraina valgono allo stesso modo quando a usare la forza sono Washington e i suoi alleati?

Il riferimento inevitabile è la Carta delle Nazioni Unite, che dal 1945 vieta l’uso della forza salvo due eccezioni: mandato del Consiglio di Sicurezza o autodifesa in caso di attacco armato. È su questa architettura che l’Unione europea ha costruito la propria posizione sull’Ucraina: nessuna aggressione subita da Mosca, nessuna autorizzazione ONU, violazione della sovranità di uno Stato indipendente.

Ma se si applica lo stesso metro al caso iraniano, il quadro si fa meno lineare. C’è stato un attacco armato iraniano contro Stati Uniti o Israele tale da rendere inevitabile una risposta immediata? O siamo davanti a una logica di prevenzione strategica, all’idea di colpire oggi per evitare che domani un avversario diventi più pericoloso, magari dotandosi dell’arma nucleare?

Qui il terreno si sposta dalla legalità formale alla politica della sicurezza. La dottrina della guerra preventiva è sempre stata controversa. Nel 2003, l’invasione dell’Iraq fu giustificata con il timore di armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Da allora, l’argomento della prevenzione è diventato scivoloso: quanto deve essere concreta una minaccia per legittimare l’uso della forza? E chi decide quando il rischio è “intollerabile”? È sufficiente la capacità potenziale o serve una volontà manifestata e imminente di colpire?

Anche ammettendo che la proliferazione nucleare sia una minaccia grave, resta il problema delle modalità. Quando operazioni militari investono aree urbane e producono vittime civili, la questione non è solo strategica ma morale e politica. Un intervento presentato come difensivo rischia di perdere legittimità se le sue conseguenze appaiono sproporzionate o indistinte. Le immagini di quartieri colpiti e di bambini uccisi non sono soltanto tragedie umanitarie: diventano elementi che ridefiniscono la percezione globale di chi usa la forza e di chi la giustifica.

È in questo spazio che emerge il nodo della “doppia morale”. L’ordine internazionale fondato sulle regole presuppone universalità: le norme valgono per tutti oppure perdono forza. Se la prevenzione è respinta quando invocata da Mosca ma accolta con comprensione quando evocata da Washington, il messaggio che arriva al resto del mondo è chiaro: il diritto è flessibile, dipende da chi lo interpreta.

Non si tratta di equiparare situazioni diverse né di ignorare le differenze tra i regimi politici. Si tratta di coerenza. Quando l’Europa rivendica la difesa di un “ordine basato sulle regole”, assume un impegno che dovrebbe andare oltre le alleanze. Se invece l’applicazione dei principi varia a seconda dell’attore coinvolto, si rafforza la percezione, soprattutto nel Sud globale, che il diritto internazionale sia uno strumento nelle mani delle potenze occidentali. “Diritto internazionale, fino a un certo punto”.

Questo ha conseguenze concrete. La credibilità diplomatica europea nelle crisi future dipenderà anche dalla coerenza dimostrata oggi. Come potrà Bruxelles chiedere a Paesi emergenti di rispettare le regole se quei Paesi percepiscono un’applicazione selettiva delle stesse? In un sistema internazionale sempre più multipolare, dove Cina, India, Brasile, Sudafrica e molte altre potenze regionali rivendicano autonomia strategica, la legittimità è una risorsa politica fondamentale.

L’Unione europea vive una tensione strutturale. Da un lato ambisce a essere una potenza normativa, capace di orientare il mondo attraverso il multilateralismo, il diritto e la diplomazia. Dall’altro è parte integrante dell’alleanza atlantica, che rappresenta il pilastro della sua sicurezza. La NATO non è solo un meccanismo militare: è un vincolo politico. Mettere in discussione apertamente una scelta americana significherebbe aprire una frattura profonda nell’architettura di sicurezza europea, in un momento già segnato dalla guerra in Ucraina e dall’instabilità energetica e militare.

Eppure, proprio questa tensione definisce la maturità geopolitica dell’Europa. Essere alleati non significa rinunciare alla capacità di giudizio. La cooperazione strategica non dovrebbe trasformarsi in automatismo politico. Se l’Europa ambisce a un’autonomia strategica (espressione spesso evocata ma raramente praticata), essa deve valere anche nel campo dell’analisi e della valutazione delle operazioni militari degli alleati.

Per l’Italia questa tensione è ancora più evidente. La nostra collocazione internazionale è storicamente legata agli Stati Uniti; basi, cooperazione militare, interdipendenza strategica rendono l’allineamento una scelta quasi automatica. Ma l’automatismo ha un costo: alimenta la percezione di una subalternità politica, dell’impossibilità di esercitare una valutazione autonoma quando l’uso della forza proviene dall’alleato principale. Una democrazia matura dovrebbe essere in grado di distinguere tra solidarietà e adesione acritica.

C’è anche un profilo interno che non può essere ignorato: la legittimazione democratica delle scelte di politica estera. Se l’Europa e i suoi Stati membri fondano la propria identità sul parlamentarismo e sul controllo democratico, il sostegno, anche solo politico, a operazioni militari controverse dovrebbe essere accompagnato da un dibattito trasparente nelle sedi rappresentative. Invece, troppo spesso, le decisioni vengono ricondotte automaticamente all’“interesse atlantico”, come se l’appartenenza all’alleanza esaurisse la discussione.

Il rischio è duplice. Sul piano esterno, l’Europa perde credibilità quando parla di legalità internazionale ma appare selettiva nell’applicarla. Sul piano interno, si alimenta una frattura tra istituzioni e opinione pubblica, che percepisce l’allineamento come subordinazione. In tempi di polarizzazione e sfiducia, questa frattura può diventare terreno fertile per narrative antioccidentali o antieuropee.

Si può sostenere che l’Iran rappresenti una minaccia sistemica e che l’eccezionalità della posta in gioco giustifichi misure straordinarie. Ma proprio l’eccezione richiede trasparenza, prove, coinvolgimento multilaterale. Senza una cornice condivisa, la prevenzione rischia di diventare una categoria elastica, pronta a essere invocata da chiunque si senta potenzialmente minacciato. E in un mondo armato e interconnesso, quasi ogni Stato può sostenere di sentirsi minacciato.

Alla fine, il tema non è essere “con” o “contro” qualcuno. È chiedersi quale modello di ordine internazionale si vuole difendere. Un ordine in cui la forza è regolata da principi comuni o uno in cui la legittimità dipende dall’appartenenza a un blocco? Se la condanna dell’invasione russa si basa su principi universali, quegli stessi principi dovrebbero orientare ogni altra valutazione, anche quando è politicamente scomoda.

La credibilità internazionale dell’Europa dipende da questa coerenza. E anche la sua credibilità interna. Perché in un mondo multipolare e instabile, la scelta tra principio e potenza non è soltanto morale: è strategica. Senza coerenza, il diritto si indebolisce. E quando il diritto diventa selettivo, la sicurezza collettiva finisce per dipendere esclusivamente dai rapporti di forza. In quel momento, l’ordine fondato sulle regole lascia il posto a un equilibrio precario, dove la stabilità non è garantita dalla norma ma dalla paura reciproca.

Un’ulteriore variabile politica non va sottovalutata: le aspettative di una parte della diaspora iraniana, e di segmenti dell’opinione pubblica interna, che vedono negli attacchi occidentali un possibile acceleratore della caduta del regime degli ayatollah. Dopo anni di repressione, proteste soffocate, incarcerazioni e limitazioni delle libertà civili, non pochi esuli guardano con favore a qualsiasi indebolimento del potere teocratico, nella speranza che possa aprirsi uno spazio per una transizione.

Ma la storia iraniana invita alla prudenza. L’alternativa al regime islamico non è automaticamente la democrazia liberale. Il ritorno nostalgico alla monarchia dei Pahlavi, evocato da alcuni ambienti dell’esilio, porta con sé un passato tutt’altro che innocuo. La polizia segreta SAVAK, strumento centrale del potere dello scià, era tristemente nota per la brutalità nella repressione degli oppositori politici. Fu addestrata e sostenuta anche da apparati occidentali, in particolare CIA e Mossad, in un contesto di Guerra fredda che privilegiava la stabilità rispetto ai diritti. L’illusione che un cambio di regime garantisca automaticamente libertà e pluralismo rischia di sottovalutare la complessità sociale e politica dell’Iran contemporaneo.

La caduta di un potere autoritario non coincide sempre con l’instaurazione di un ordine più giusto. E quando il cambiamento è percepito come imposto o favorito dall’esterno, può generare reazioni nazionaliste e nuove radicalizzazioni. Anche per questo, l’idea che i bombardamenti possano essere uno strumento di emancipazione politica merita una riflessione più cauta di quanto il dibattito emotivo lasci intendere.

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