di Antonio Salvati
L’Esortazione apostolica di Leone XIV Dilexi Te (“Ti ho amato”) è un testo che chiaramente mette i poveri al centro della vita della Chiesa. Seppur si tratta di un documento di minor peso rispetto a una Enciclica, ci consente di meglio capire quali sono i cardini sui quali si svilupperà il nuovo Pontefice. In realtà, la Dilexi te è un documento scritto a quattro mani, un «progetto ricevuto come in eredità». Infatti, Prevost all’inizio spiega che deve moltissimo a Papa Francesco che poco prima di morire ci aveva lavorato personalmente, decidendone persino il titolo.
Si è parlato di un pontificato “sottovoce”, sobrio, qualcuno lo ha addirittura definito “democristiano” che non osa sbilanciarsi sulle grandi questioni sociali ed economiche mondiali. A dire il vero, energicamente Papa Prevost sostiene che «la cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, dal Vangelo in poi, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di ogni tempo». E aggiunge che la carità è «una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento», perché «esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri» e perché «ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità l’attenzione preferenziale ai poveri».
«È doveroso continuare a denunciare la dittatura di un’economia che uccide», scrive papa Leone XIV, facendo intendere chiaramente di essere in piena sintonia con la prima esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii gaudium, nella quale Bergoglio affermò che «questa economia uccide». Altro che Papa democristiano. Prevost, spiega di voler significativamente proporre «all’inizio del mio pontificato» una sorta di documento programmatico – come più volte sono state le prime esortazioni apostoliche dei recenti pontefici – dedicato ai poveri che non sono una «categoria sociologica», ma la «carne di Cristo». E riconducono all’«essenziale della fede».
L’intuizione di Prevost è che a partire dai poveri giungiamo al cuore dell’esperienza cristiana. Papa Giovanni XXIII, padre del Vaticano II, un mese prima dell’apertura Concilio diede una grande sintesi della Chiesa: «la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri». La Chiesa – disse tra l’altro – è «madre di tutti indistintamente» e come «le madri e i padri di famiglia detesta la guerra». Uscendo dal politically correct del sociale, dobbiamo dire che l’amicizia con i poveri è cuore del cristianesimo. In un libro del giovane Joseph Ratzinger, Fraternità cristiana, leggiamo: «Prossimo è anzitutto il bisognoso che incontro, perché egli è semplicemente come tale, un fratello del maestro che mi diventa sempre presente nei più piccoli tra gli uomini».
Papa Leone ripropone le parole di Paolo VI che in occasione dell’apertura della seconda sessione del Concilio, riprese il tema posto dal suo predecessore, vale a dire che la Chiesa guarda con particolare interesse «ai poveri, ai bisognosi, agli afflitti, agli affamati, ai sofferenti, ai carcerati, cioè guarda a tutta l’umanità che soffre e che piange: essa le appartiene, per diritto evangelico». Nell’Udienza generale dell’11 novembre 1964 egli sottolineò che «il Povero è rappresentante di Cristo» e, accostando l’immagine del Signore negli ultimi a quella che si manifesta nel Papa, affermò: «La rappresentanza di Cristo nel Povero è universale, ogni Povero rispecchia Cristo; quella del Papa è personale. […] Il Povero e Pietro possono coincidere, possono essere la stessa persona, rivestita d’una duplice rappresentanza, della Povertà e dell’Autorità».
In tal modo, il legame intrinseco tra Chiesa e poveri – spiega Papa Prevost – veniva espresso simbolicamente con inedita chiarezza. La forza di queste affermazioni ha fermentato l’azione della Chiesa nei decenni seguenti, ed è – sottolinea Vincenzo Paglia – «non solo una forza storica, ma una forza di salvezza». È in questa prospettiva che papa Francesco ha voluto istituire la Giornata Mondiale dei Poveri da celebrarsi la domenica precedente la solennità di Cristo Re per rafforzare l’universalità dell’amore per i poveri che trascende ogni confine e ogni fede, accogliendo anche chi non crede.
Senza ombra di dubbio, il testo papale ha una sua valenza politica perché sostiene che «la mancanza di equità è la radice dei mali sociali». Il Papa ricorda «la miseria di tante persone». Denuncia i «nuovi e drammatici squilibri» o le «crescenti disuguaglianze». Nel contempo «vediamo crescere alcune élite di ricchi che vivono nella bolla di condizioni lussuose». Biasima «una visione dell’esistenza imperniata sull’accumulo della ricchezza e sul successo sociale a tutti i costi, da conseguire anche a scapito degli altri e profittando di ideali sociali e sistemi politico-economico ingiusti che favoriscono i più forti».
La Dilexi te contiene un ulteriore atto di accusa nei confronti di un sistema economico capitalista che crea ingiustizie e genera miseria: crescono le «élite di ricchi» ma i poveri sono sempre di più. «Sebbene non manchino diverse teorie che tentano di giustificare lo stato attuale delle cose, o di spiegare che la razionalità economica esige da noi di aspettare che le forze invisibili del mercato risolvano tutto – scrive Leone -, la dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani, e la situazione di miseria di tante persone a cui viene negata questa dignità dev’essere un richiamo costante per la nostra coscienza». Un appello non solo per la coscienza, ma anche per la politica, dal momento che «l’impegno a favore dei poveri e per rimuovere le cause sociali e strutturali della povertà, pur essendo diventato importante negli ultimi decenni, rimane sempre insufficiente».
Tuttavia, per Papa Prevost non occorre occuparsi solo dell’assistenza e del necessario impegno per la giustizia. I credenti debbono rendere conto di un’altra forma di incoerenza nei confronti dei poveri. Infatti, «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale […]. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria». Tuttavia, tale attenzione spirituale ai poveri – ricorda Prevost – viene messa in discussione da certi pregiudizi, «anche da parte di cristiani, perché ci sentiamo più a nostro agio senza i poveri. C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare. A volte, invece, si assumono criteri pseudoscientifici per dire che la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà. Oppure, persino, si opta per una pastorale delle cosiddette élite, sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti, cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci».
La presunta moralità di chi si disinteressa dei poveri si sostanzia nella fiducia provvidenzialistica nel mercato che, prima o poi, porterebbe all’assorbimento dei marginali. Un approccio meramente ideologico. La povertà ha infiniti volti da scoprire. Vedere i poveri – direbbe Andrea Riccardi – fa nascere un grande bisogno di speranza e di visioni del futuro. Insegnava Giovanni Crisostomo, antico vescovo e teologo greco e patriarca di Costantinopoli, fine umanista: «Se elimini i poveri, elimini la grande speranza della nostra salvezza». Eliminare i poveri dalla vita, da società (difendersi dai poveri), segna un indubitabile calo di speranza. Nella società l’eliminazione dei poveri causa imbarbarimento e fine della gratuità. Una società senza gratuità è senza umanità.
Nell’Enciclica Dilexit nos Papa Francesco ha ricordato che il peccato sociale prende forma come “struttura di peccato” nella società, che «fa spesso parte di una mentalità dominante che considera normale o razionale quello che in realtà è solo egoismo e indifferenza. Tale fenomeno si può definire alienazione sociale». Diventa un’abitudine ignorare i poveri e vivere come se non esistessero.
Nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, il Concilio vaticano II ribadì con forza la destinazione universale dei beni della terra e la funzione sociale della proprietà che ne deriva: «Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti […]. Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possono giovare non solo a lui ma anche agli altri. Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. […] Colui che si trova in estrema necessità ha il diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. […] Ogni proprietà privata ha per sua natura una funzione sociale che si fonda sulla comune destinazione dei beni. Se si trascura questa funzione sociale, la proprietà può diventare in molti modi occasione di cupidigia e di gravi disordini». Questa convinzione fu rilanciata da Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, dove leggiamo che nessuno può ritenersi «autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario». Nel suo intervento alle Nazioni Unite, Papa Montini si presentò come l’avvocato dei popoli poveri, sollecitando la comunità internazionale a edificare un mondo solidale.
Con l’Esortazione, che si compone di ben 121 paragrafi, Papa Prevost vuole indicare ai cristiani come debbano approcciare il problema della povertà. Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. Il rapporto con loro non può essere ridotto a un’attività o a un ufficio della Chiesa. In tal senso, è opportuno che – come sosteneva Papa Francesco nella Evangelii Gaudium – «tutti ci lasciamo evangelizzare» dai poveri, e che tutti riconosciamo «la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro». I poveri abituati a sopravvivere nelle condizioni più avverse, «fidandosi di Dio con la certezza che nessun altro li prenda sul serio, aiutandosi a vicenda nei momenti più bui», hanno appreso tante cose che conservano nel mistero del loro cuore.
Coloro che hanno avuto esperienze simili hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio. La Chiesa sente come propria “carne” la vita dei poveri, i quali sono parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo l’amore a coloro che sono poveri – in qualunque forma si manifesti tale povertà – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio. Infatti, ogni rinnovamento ecclesiale ha sempre avuto fra le sue priorità questa attenzione preferenziale ai poveri, che si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria.
C’è un umanesimo da far sorgere, con una sua radice evangelica, come fu quello affascinante del movimento dei minori suscitato da Francesco. Vuol dire – direbbe Andrea Riccardi – coltivare un sentire radicato nei poveri, nell’esperienza degli uomini, nel grande mondo, nell’amore per la Bibbia. Chi mantiene un legame con i poveri, anche nei momenti confusi, non perde la strada dell’umanità. I poveri sono bussole sicure della cultura dell’umano. Per Riccardi, il particolare del povero apre all’universale. I poveri sono la misura dell’universalità. Per essere umana, una vita –anche una politica o una cultura – deve essere dei poveri. Ogni uomo, specie povero, «esprime – sostenne Gregorio Magno, vescovo di Roma – in modo autentico l’universalità, perché in lui in qualche modo è racchiuso l’universo».
