di Giuliano Laccetti

Il presente saggio è una rivisitazione scritta di un intervento tenuto al Convegno Spazi di libertà e diritti fondamentali: dalla città alle università, svoltosi il 28 ottobre 2025 presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, organizzato dal Prof. Alberto Lucarelli e dal Dipartimento di Giurisprudenza.

Riassunto
Il saggio analizza la trasformazione dello spazio universitario italiano nel contesto del nuovo “decreto sicurezza” (D.L. 11 aprile 2025, n. 48, convertito in L. 80/2025), evidenziando come l’università venga sempre più percepita come luogo da controllare, anziché presidio di libertà e critica. Attraverso riferimenti normativi, casi recenti e documenti istituzionali (lettera Crui e nota Mur), si mostra come la logica emergenziale e la cultura della sicurezza producano una progressiva normalizzazione del conflitto, con rischi per la libertà accademica e l’autonomia universitaria. Il testo propone una riflessione sul valore politico della libertà di ricerca e insegnamento, richiamando autori come Foucault, Rodotà e Bobbio, e sostiene che difendere la libertà accademica significhi difendere la democrazia stessa.

Parole chiave: libertà accademica; sicurezza; università; decreto sicurezza 2025; controllo sociale; democrazia.

Introduzione: dallo spazio pubblico alla sorveglianza diffusa

Negli ultimi anni, e con particolare evidenza nel 2025, l’università italiana è tornata al centro di un discorso politico e giuridico che la riguarda non più come luogo della libertà di ricerca e di pensiero, ma come potenziale “zona di rischio” per l’ordine pubblico.

Il nuovo decreto sicurezza (decreto 11 aprile 2025, n. 48), poi convertito in Legge (L. 80 del 9 giugno 2025) senza modificazioni, che contiene disposizioni di carattere repressivo e di prevenzione anche nei confronti di luoghi di aggregazione sociale e culturale, segna un ulteriore passo in quella che potremmo definire una “mutazione genetica dello spazio universitario”: da laboratorio del conflitto delle idee a oggetto di controllo e sorveglianza.Per il testo, e note e spiegazioni, vedi ad esempio (Giurisprudenza Penale, 2025).

Negli ultimi mesi, con l’approvazione del decreto, abbiamo assistito a un salto di qualità nella strategia di controllo sociale e politico che investe anche — e forse soprattutto — gli spazi universitari. Per la prima volta, un testo normativo inserisce tra le misure di ordine pubblico disposizioni che di fatto richiamano anche il contesto accademico, come se l’università non fosse più luogo di libertà e di critica, ma potenziale focolaio di devianza o di radicalismo.
È un segnale grave. Perché significa che il potere politico ha interiorizzato l’idea che la ricerca, il dissenso, la mobilitazione studentesca non siano componenti vitali della democrazia, ma problemi di sicurezza nazionale.

La logica emergenziale che caratterizza la governance della sicurezza si estende ora anche al sapere, travolgendo la distinzione tra dissenso politico e minaccia all’ordine pubblico. È un passaggio che interroga la tenuta stessa dei principi costituzionali perché, quando la libertà accademica diventa sospetta, significa che lo Stato di diritto si è trasformato in Stato di sicurezza.

 

1. Il decreto sicurezza e la cultura dell’emergenza

Il decreto sicurezza di cui sopra è parte di una lunga genealogia normativa che tende a rafforzare il paradigma della sicurezza a scapito dei diritti fondamentali. Si tratta di una legislazione d’emergenza normalizzata, che non risponde più a circostanze eccezionali ma si installa stabilmente nel corpo della democrazia.

In questa prospettiva, l’università appare come un laboratorio di sperimentazione di nuove forme di controllo sociale. Le disposizioni che consentono interventi delle forze dell’ordine e perfino infiltrazioni in contesti non criminali – come collettivi studenteschi o organizzazioni giovanili di partiti legali – introducono una zona grigia tra sorveglianza e provocazione.
Parallelamente, si sono registrati episodi inquietanti di infiltrazione di agenti antiterrorismo all’interno di organizzazioni studentesche e giovanili, comprese quelle di partiti legalmente riconosciuti. Non si tratta solo di “monitoraggio preventivo”: in alcuni casi si parla di infiltrazioni con finalità operative o addirittura di provocazioni, cioè di condotte destinate a suscitare reazioni utili a giustificare la repressione.

Siamo davanti a un fenomeno che richiama certe pratiche di “polizia politica” che credevamo relegate a regimi autoritari. Eppure, si ripresentano oggi, legittimate dal linguaggio della sicurezza, della lotta al terrorismo o della prevenzione dei disordini.

Il rischio è quello di una prevenzione senza limiti, che confonde la vigilanza con la repressione. L’infiltrazione di agenti in movimenti studenteschi non risponde solo a un’idea distorta di sicurezza: rivela una concezione autoritaria dello spazio politico, in cui l’espressione collettiva del dissenso viene trattata come minaccia e non come parte costitutiva della democrazia.

2. L’università come spazio di libertà sotto attacco

L’articolo 33 della Costituzione italiana stabilisce che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Questa libertà non è un privilegio corporativo, ma una garanzia democratica: l’università è uno dei pochi luoghi in cui la società può ancora riflettere criticamente su se stessa, discutere, dissentire, proporre alternative.

Eppure, gli ultimi anni mostrano una tendenza a restringere questo spazio. L’università viene sottoposta a vincoli di “neutralità”, a protocolli di sicurezza, a codici di comportamento che ne riducono l’autonomia intellettuale.
In nome dell’ordine e della “serenità del confronto”, si esclude il conflitto – ma senza conflitto non c’è pensiero. Come insegna Foucault (Foucalt, 1975), ogni spazio disciplinare tende a produrre docilità: oggi la governance universitaria rischia di trasformarsi in un apparato di sorveglianza amministrativa, dove tutto deve essere regolato, monitorato, valutato.

Una Repubblica democratica non si fonda sulla sicurezza “dal” conflitto, ma sulla sicurezza “nel” conflitto: sulla capacità delle istituzioni, cioè, di tutelare i diritti anche quando sono scomodi, anche quando disturbano.

L’università non è una “zona rossa”. Eppure, il dispositivo giuridico delle zone rosse, nato per gestire l’ordine pubblico urbano, rischia di estendersi in senso simbolico agli spazi universitari: delimitare, contenere, schedare, impedire l’assembramento — non più fisico, ma politico. È la traduzione istituzionale di una paura del conflitto che attraversa tutto l’Occidente, dove ogni critica viene percepita come destabilizzazione.

3. Dalla neutralità al conformismo: la lettera della Crui e la nota di Mancini

Emblematiche di questa deriva sono due diverse missive, inviate da Crui e Ministero: a) la lettera della segreteria Crui ai rettori, in cui si invitano i rettori a prestare particolare attenzione alla comunicazione esterna, ricordando tra l’altro l’impegno personale dei mistri Mur (Bernini) e Maeci (Tajani)riguardo alle borse di studio IUPALS per studenti palestinesi. Come se (non sarà così, ma l’apparenza è questa), la Crui raccomandasse alle rettrici e ai rettori di trasformare la comunicazione istituzionale in uno spot pubblicitario per il governo. Per il testo della lettera, non di fonte ufficiale, ma riportato in un articolo di un sito online, vedi (Roars, 2025a); e b) la nota del 10 ottobre 2025 del segretario generale del Mur, Marco Mancini, indirizzata alla presidente della Crui, Laura Ramaciotti. In essa si invitano i rettori a “tenere lontano dagli atenei influenze di carattere polarizzante”. Per il testo della lettera, non di fonte ufficiale, ma che riporta il documento integrale del Ministero, vedi (Roars, 2025b)

Un’espressione apparentemente innocua, ma di portata profonda. Come ha osservato un collega su Il Mulino (Baldini, 2025), questo significa, di fatto, “tenere fuori dall’università la cultura, che per sua natura è polarizzante”. La cultura divide, genera conflitto, produce critica: è la sua funzione vitale. Pretendere di renderla neutra significa ridurla a consenso.
Dietro la parola “polarizzazione” si cela una richiesta di conformismo. È la stessa logica che, in nome della sicurezza, invita a sorvegliare le assemblee, a delimitare gli spazi di manifestazione, a ridurre il dibattito pubblico a evento “autorizzato”.
Ma l’università non può essere neutrale: o è libera, o è un’istituzione di addestramento.

4. La libertà accademica come diritto politico

La libertà accademica non è solo un diritto individuale del docente o dello studente: è un diritto politico collettivo, legato alla stessa idea di cittadinanza. Come ricorda Stefano Rodotà (Rodotà, 2012), “il diritto di avere diritti” implica la possibilità di conoscere, di discutere, di criticare il potere.

Nel momento in cui si scoraggiano manifestazioni studentesche, si infiltrano movimenti giovanili o si ammoniscono i rettori contro “influenze ideologiche”, non si sta solo limitando la libertà di parola: si sta ridefinendo il confine stesso tra potere e sapere, tra Stato e società.

L’università è oggi uno dei pochi luoghi dove la società civile può ancora esprimere forme di dissenso organizzato. Colpirla o neutralizzarla significa colpire la democrazia nella sua capacità di autoriflessione. È in questo senso che la “sicurezza” diventa il nome di una nuova forma di repressione legale: un ordine pubblico senza spazio pubblico.

5. Repressione senza violenza: il volto burocratico del controllo

La nuova repressione non ha più il volto della forza bruta, ma quello della burocrazia amministrativa. Le “zone rosse”, i protocolli di comportamento, le limitazioni alle assemblee, gli avvisi di garanzia preventivi: tutto è formalmente legale, ma sostanzialmente liberticida. La paura, la sospensione del dialogo, la burocratizzazione dei rapporti educativi e di ricerca sono già forme di controllo: non serve la repressione aperta, basta la minaccia costante per “paralizzare” il dissenso.

La sentenza del TAR Campania n. 5699/2025 ha ricordato che la temporaneità è requisitoessenziale delle misure restrittive, ma la realtà mostra un’altra tendenza: le eccezioni diventano regole, la provvisorietà si fa permanente. È un processo che Carl Schmitt avrebbe riconosciuto come l’essenza del potere sovrano: la decisione sullo stato di eccezione. Ma in una democrazia costituzionale, l’eccezione non può diventare la norma.

Il controllo oggi si esercita non più contro i corpi, ma dentro le istituzioni: l’università, la scuola, la città. Si reprime amministrando, si censura attraverso la procedura, si normalizza col linguaggio della prevenzione.

E in parallelo, il piano di riforma della governance universitaria proposto dal governo rappresenta una pericolosa operazione di controllo politico: prevedere componenti nominati dal Ministero nei Consigli di amministrazione, estendere il mandato dei rettori a otto anni senza alternative democratiche, imporre linee generali ministeriali. Tutto ciò significa commissariare l’autonomia universitaria e, con essa, la libertà di ricerca e di insegnamento garantite dalla Costituzione.
Non è una “riforma”: è una forma di tutela politica mascherata, che arriva insieme al tentativo di subordinare anche l’Anvur, l’agenzia nazionale di valutazione. L’università, così, da presidio critico diventa organo esecutivo.

6. Difendere la libertà come conflitto

Difendere la libertà accademica significa difendere il diritto al conflitto. Una democrazia matura non teme il dissenso: lo riconosce come componente essenziale della vita pubblica.

L’università deve restare il luogo dove la parola può ancora essere dissonante, dove la critica è un dovere civico, non un rischio da neutralizzare. Come ricordava Norberto Bobbio (Bobbio, 1990), “la libertà è sempre un campo di battaglia”. Oggi quella battaglia passa per la difesa degli spazi universitari come presidio di pluralismo e di resistenza civile.

Laddove lo Stato vede minaccia, la società deve vedere opportunità: la possibilità di pensare diversamente, di dissentire, di non obbedire. Perché, se l’università rinuncia alla libertà, nessun altro spazio pubblico potrà più rivendicarla.

La libertà dell’università non serve all’università: serve al Paese. E ogni volta che viene violata o messa sotto sorveglianza, non è solo un campus a essere ferito: è la città stessa, e con essa la cittadinanza tutta, che perde la sua voce.

 

Riferimenti Bibliografici

Baldini, L. (2025). Università e neutralità: una contraddizione in termini. Bologna: Il Mulino, 2(5), 45–49.

Bobbio, N. (1990). L’età dei diritti. Torino: Einaudi.

Foucault, M. (2014). Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Torino: Einaudi.

Giurisprudenza Penale (2025).  Conversione in legge del decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, recante disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario,
https://www.giurisprudenzapenale.com/wp-content/uploads/2025/06/legge-80.pdf  (consultato il 2 novembre 2025).

Roars (2025a). La CRUI raccomanda di ricordare l’impegno dei ministri per Gaza, a https://www.roars.it/la-crui-raccomanda-di-ricordare-limpegno-dei-ministri-per-gaza/(consultato il 2 novembre 2025).

Roars (2025b). Mancini ai rettori: mettete in riga gli studenti, a https://www.roars.it/mancini-ai-rettori-mettete-in-riga-gli-studenti/ oppure https://www.roars.it/wp-content/uploads/2025/10/AOOSG_MUR.REGISTRO-UFFICIALE.2025.0010117.pdf (consultato il 2 novembre 2025).

Rodotà, S. (2012). Il diritto di avere diritti. Roma-Bari: Laterza.

 

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