di Giuliano Laccetti
Abstract
La crisi degli oceani rappresenta una delle grandi questioni politiche, economiche e sociali del XXI secolo. A partire dai dati del Nono Ocean State Report di Copernicus, si cerca di mostrare come il Mediterraneo, tra le aree più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, costituisca un osservatorio privilegiato delle trasformazioni che investono ecosistemi, attività produttive e comunità costiere. Per il Mezzogiorno, dove una parte significativa dell’economia dipende direttamente dal mare, la degradazione degli ecosistemi marini non è soltanto un problema ambientale, ma un fattore che incide su occupazione, sviluppo, infrastrutture e coesione territoriale. Questione ecologica e questione meridionale sono oggi sempre più intrecciate; la transizione ecologica va concepita come un progetto di sviluppo capace di coniugare sostenibilità, innovazione, giustizia sociale e centralità strategica del Mediterraneo.
Parole chiave: Crisi climatica e oceani; Mediterraneo hotspot climatico; Blue Economy e sviluppo sostenibile; Questione meridionale e cambiamento climatico; Transizione ecologica e giustizia sociale
1. La crisi degli oceani e il Mediterraneo come hotspot climatico
L’8 giugno si è celebrata la Giornata Mondiale degli Oceani. Come spesso accade con le ricorrenze internazionali, il rischio è che la riflessione si esaurisca in qualche dato allarmante e in un generico appello alla tutela dell’ambiente. Eppure, quest’anno, i dati forniti dalla comunità scientifica suggeriscono una conclusione diversa: la crisi degli oceani non è soltanto una questione ecologica. È una questione economica, sociale e politica. E per un Paese come l’Italia, e in particolare per il Mezzogiorno, è destinata a diventare una delle grandi questioni strategiche dei prossimi decenni.
Il Nono Ocean State Report del programma europeo Copernicus descrive un oceano sempre più segnato da quella che viene definita la “tripla crisi planetaria”: cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento (Copernicus Marine Service, 2025). Gli oceani continuano ad assorbire circa il 90% del calore in eccesso prodotto dal riscaldamento globale e una parte significativa dell’anidride carbonica emessa dalle attività umane. Per decenni hanno funzionato come un gigantesco ammortizzatore climatico, rallentando gli effetti più devastanti dell’alterazione del clima. Ma questo ruolo ha un costo crescente. Le temperature marine aumentano, le ondate di calore diventano più frequenti, il livello del mare continua a salire e gli ecosistemi marini subiscono trasformazioni sempre più profonde. Nessuna parte dell’oceano è ormai immune da questi processi. E il Mediterraneo rappresenta uno dei punti più vulnerabili del pianeta.
Per comprendere la portata della sfida occorre però allargare lo sguardo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico. È una costruzione storica, economica e culturale. Per millenni è stato il principale luogo di incontro, di scambio e di contaminazione tra popoli, religioni e civiltà. Fernand Braudel lo descriveva come un sistema complesso di relazioni, una rete di connessioni che univa territori diversi in una comune vicenda storica. Oggi quel mare che per secoli è stato sinonimo di comunicazione e prosperità rischia di trasformarsi in uno degli epicentri della crisi climatica globale.
Gli studiosi parlano ormai apertamente del Mediterraneo come di un “hotspot climatico”, una delle aree del pianeta nelle quali il riscaldamento procede più rapidamente e produce effetti più intensi. Non si tratta di una definizione astratta. Significa che le comunità che vivono lungo le sue coste stanno sperimentando in anticipo fenomeni destinati a interessare progressivamente altre regioni del mondo.
In Italia i segnali sono già evidenti. Nel Delta del Po l’esplosione della popolazione di granchio blu ha provocato danni enormi alla molluschicoltura, mettendo in crisi produzioni storiche e colpendo centinaia di aziende. In Sicilia e in altre aree del Mezzogiorno il surriscaldamento delle acque favorisce la diffusione di specie invasive e accelera processi di tropicalizzazione degli ecosistemi marini. Cambiano le rotte dei pesci, mutano gli equilibri biologici, si modificano condizioni che per secoli erano rimaste relativamente stabili.
Questi fenomeni vengono spesso raccontati come curiosità naturalistiche o emergenze locali. In realtà costituiscono i sintomi di una trasformazione molto più profonda.
2. Mediterraneo, economia del mare e sviluppo
Per lungo tempo il dibattito pubblico ha considerato le questioni ambientali come un settore separato della vita collettiva. Da una parte l’ambiente, dall’altra l’economia; da una parte gli ecosistemi, dall’altra il lavoro. Oggi questa distinzione appare sempre meno sostenibile. Quando si alterano gli equilibri degli oceani non vengono colpite soltanto specie animali e habitat naturali. Vengono colpite attività produttive, occupazione, sicurezza alimentare e modelli di sviluppo. Da questo punto di vista il Mediterraneo rappresenta un laboratorio straordinario. O forse un avamposto.
La cosiddetta Blue Economy, l’economia del mare, comprende infatti una pluralità di attività che spaziano dalla pesca alla logistica, dalla portualità al turismo costiero, dall’acquacoltura alla ricerca scientifica, dalla cantieristica ai servizi marittimi. Si tratta di un insieme di settori che producono ricchezza, occupazione e innovazione e che assumono un’importanza particolare proprio nelle regioni meridionali. Quando si parla di oceani, dunque, non si parla soltanto di natura. Si parla di una delle più grandi infrastrutture economiche esistenti.
Per il Mezzogiorno questa affermazione assume un significato particolare. Per decenni il dibattito sullo sviluppo del Sud si è concentrato, giustamente, sui temi dell’industrializzazione, delle infrastrutture, dell’occupazione, dell’emigrazione e della spesa pubblica. Tuttavia, il Mediterraneo è rimasto spesso sullo sfondo, quasi fosse un elemento del paesaggio e non una risorsa strategica. Eppure, il mare rappresenta una delle principali ricchezze del Mezzogiorno. Le regioni meridionali si affacciano su una delle aree marittime più importanti del pianeta, crocevia di traffici commerciali, turismo, cultura e relazioni internazionali.
La crescente centralità del Mediterraneo nei flussi commerciali globali rende ancora più evidente questo dato. Attraverso il Canale di Suez passa una quota rilevante del commercio mondiale. I porti del Mezzogiorno occupano una posizione geografica che potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo straordinario. Gioia Tauro è uno dei principali hub di transhipment del Mediterraneo. Napoli continua a svolgere un ruolo cruciale per il traffico commerciale e passeggeri. Taranto, Augusta, Palermo, Cagliari e Salerno costituiscono nodi fondamentali di una rete logistica destinata ad acquisire crescente importanza.
Ma proprio queste infrastrutture si trovano oggi ad affrontare nuove sfide. L’innalzamento del livello del mare, l’aumento delle mareggiate e la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi richiedono investimenti significativi nell’adattamento climatico. La questione ambientale entra così direttamente nella programmazione economica e infrastrutturale.
Lo stesso discorso vale per la pesca. Le trasformazioni degli ecosistemi marini stanno modificando disponibilità e distribuzione delle risorse ittiche. In molte aree del Mediterraneo le marinerie devono confrontarsi con stock sempre più instabili, costi crescenti e una competizione internazionale sempre più intensa. Dietro ogni riduzione delle catture non c’è soltanto un problema biologico. Ci sono imprese che faticano a sopravvivere, lavoratori che vedono ridursi il proprio reddito, comunità costiere che rischiano di perdere una parte della propria identità economica e culturale.
Lo stesso discorso vale per il turismo. Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno costruito negli ultimi decenni una parte importante della propria crescita attorno alla valorizzazione delle coste e del patrimonio ambientale. Erosione costiera, innalzamento del livello del mare, eventi meteorologici estremi e degrado degli ecosistemi rappresentano quindi non soltanto un problema ambientale, ma una minaccia diretta per investimenti, occupazione e sviluppo. È qui che la crisi degli oceani incontra la questione meridionale.
3. La crisi ecologica come nuova questione meridionale
Per decenni il dibattito sul Mezzogiorno si è concentrato su temi fondamentali come industrializzazione, infrastrutture, occupazione, emigrazione, investimenti pubblici e divari territoriali. Tutte questioni che restano aperte. Ma oggi emerge una dimensione ulteriore. La vulnerabilità climatica del Mediterraneo rischia di diventare uno dei principali fattori di disuguaglianza territoriale del XXI secolo.
Il Sud non è soltanto una delle aree europee più esposte agli effetti del cambiamento climatico. È anche una delle aree nelle quali una quota significativa dell’economia dipende direttamente o indirettamente dalla salute del mare e degli ecosistemi costieri. In questo senso la crisi ecologica non si aggiunge alla questione meridionale. Ne diventa una componente strutturale.
Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare questa constatazione in una contrapposizione ideologica tra ambiente e sviluppo. Per molti anni una parte delle culture conservatrici e liberiste ha guardato alle politiche ambientali soprattutto come a un insieme di vincoli economici, mettendo l’accento sui costi immediati della transizione ecologica. Non è un caso che ancora oggi una parte del dibattito pubblico si concentri prevalentemente sugli oneri della decarbonizzazione, sulle regole europee o sui meccanismi di tassazione delle emissioni, mentre ricevono minore attenzione i costi economici e sociali derivanti dall’inazione.
Allo stesso tempo, anche una parte dell’ambientalismo del passato ha faticato a confrontarsi fino in fondo con le questioni del lavoro e della giustizia sociale. Negli ultimi anni, tuttavia, si è affermata una consapevolezza diversa. Dentro la cultura progressista, sindacale, ambientalista e cattolico-sociale si è sviluppata una riflessione sempre più attenta alla necessità di tenere insieme sostenibilità ambientale, qualità del lavoro, diritti sociali e sviluppo. L’idea della “giusta transizione” nasce precisamente da questa esigenza.
Non si tratta di stabilire se venga prima l’ambiente o il lavoro. La degradazione degli ecosistemi marini costituisce già di per sé una ragione sufficiente per intervenire. Ma è altrettanto vero che quella degradazione produce conseguenze materiali che colpiscono milioni di persone. La questione ambientale e la questione sociale non sono due emergenze concorrenti. Sono due aspetti della stessa crisi.
4. Governare la transizione: il Mediterraneo come opportunità strategica
In questo senso, alcune intuizioni sviluppate già negli anni Novanta da figure come Alexander Langer appaiono oggi straordinariamente attuali. Langer comprese prima di molti altri che la sfida ecologica non poteva essere affrontata separatamente dalle questioni della pace, della convivenza, della giustizia sociale e della qualità dello sviluppo. Oggi quella intuizione appare ancora più valida nel Mediterraneo, uno spazio nel quale crisi ambientale, disuguaglianze economiche e tensioni geopolitiche si intrecciano continuamente.
Anche per questo assumono particolare importanza gli strumenti di governance internazionale che si stanno costruendo. L’entrata in vigore, nel gennaio 2026, del Trattato ONU sull’Alto Mare rappresenta uno dei più significativi risultati diplomatici degli ultimi anni. Per la prima volta la comunità internazionale dispone di un quadro giuridico per la tutela della biodiversità nelle acque internazionali, che coprono circa due terzi degli oceani del pianeta (United Nations, 2026). Allo stesso modo, l’obiettivo globale “30×30”, che punta a proteggere entro il 2030 almeno il 30% delle aree terrestri e marine, indica una direzione di marcia condivisa dalla comunità scientifica e da gran parte delle istituzioni internazionali (Convention on Biological Diversity, 2022). Il problema è che il tempo della politica continua spesso a essere più lento del tempo della crisi.
Le conferenze internazionali si susseguono, gli accordi vengono firmati, la consapevolezza scientifica cresce. Eppure, il degrado degli ecosistemi marini continua ad avanzare. È questa la contraddizione che attraversa il nostro tempo: sappiamo molto di più rispetto al passato, ma fatichiamo ancora a tradurre quella conoscenza in scelte coerenti e tempestive.
Per il Mezzogiorno la sfida è particolarmente rilevante. Ma proprio per questo il Sud potrebbe diventare anche un laboratorio di innovazione. Portualità sostenibile, economia circolare, energie rinnovabili offshore, ricerca marina, tutela delle coste, valorizzazione delle aree protette, turismo sostenibile e rigenerazione dei territori costieri potrebbero costituire gli elementi di una nuova strategia di sviluppo.
Non si tratta di immaginare un Mezzogiorno condannato a subire passivamente gli effetti della crisi climatica. Si tratta, al contrario, di pensare il Sud come uno dei luoghi nei quali sperimentare un nuovo rapporto tra ambiente, economia e società.
La Giornata Mondiale degli Oceani dovrebbe servire soprattutto a questo. A ricordarci che il mare non è soltanto un paesaggio o una risorsa. È una componente essenziale degli equilibri ecologici, economici e sociali dai quali dipende il nostro futuro. E che, nel Mediterraneo del XXI secolo, la questione ecologica e la questione meridionale stanno diventando sempre più inseparabili. Comprendere questa connessione significa forse compiere il primo passo per affrontarle entrambe.
Bibliografia essenziale e approfondimenti
Documenti e report
Convention on Biological Diversity (2022), Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. https://www.cbd.int/gbf(consultato il 15 giugno 2026).
Copernicus Marine Service (2025), Ocean State Report 9 (OSR9). https://marine.copernicus.eu/access-data/ocean-state-report/ocean-state-report-9(consultato il 15 giugno 2026).
European Commission (2025), The EU Blue Economy Report 2025. https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC142453(consultato il 15 giugno 2026).
Knoblauch, D., Felthöfer, C., Heni, Y., Burgos Cuevas, N., & Best, A. (2025). The Interconnected Challenges of Climate Change, Biodiversity Loss and Environmental Pollution: Drivers, Interdependencies and Impacts of the Triple Planetary Crisis. German Environment Agency / Ecologic Institute. https://www.ecologic.eu/sites/default/files/publication/2025/interconnected-challenges-fact-sheet.pdf(consultato il 15 giugno 2026).
United Nations (2023), Agreement under the United Nations Convention on the Law of the Sea on the Conservation and Sustainable Use of Marine Biological Diversity of Areas Beyond National Jurisdiction (BBNJ Agreement). Entrato in vigore il 17 gennaio 2026. https://www.un.org/bbnjagreement/en(consultato il 15 giugno 2026).
United Nations Environment Programme – UNEP (2024), Global Resources Outlook 2024: Bend the Trend – Pathways to a Liveable Planet as Resource Use Spikes.https://www.unep.org/resources/Global-Resource-Outlook-2024(consultato il 15 giugno 2026).
Testi
Braudel F. (2017), Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, Milano, Bompiani.
