Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Garofalo
Ogni volta che una società muta le sue forme produttive, mutano anche le sue forme di dominio. Nulla si ripete mai in modo meccanico, e tuttavia è possibile cogliere – sotto la superficie delle trasformazioni apparenti – il filo rosso di una continuità storica: il lavoro che produce ricchezza, privo di potere; la fatica che costruisce il mondo, esclusa dalla sua direzione. Nella cosiddetta “nuova questione agraria” si manifesta, sotto condizioni mutate, una antica struttura di subalternità che ha segnato la storia del Mezzogiorno e oggi si presenta in forme globalizzate, frammentate, apparentemente “tecniche”.
Conviene non lasciarsi ingannare dal linguaggio amministrativo, dalle statistiche sui flussi migratori, dalle formule neutre sulle “filiere globali”: dietro queste parole si cela un rapporto di forza. La terra, un tempo posseduta da pochi latifondisti e lavorata da masse contadine senza titoli, viene oggi sostituita da un intreccio di proprietà diffuse, imprese agricole, piattaforme commerciali, grande distribuzione. Il principio resta tuttavia identico: chi sta in basso nella catena produttiva – il bracciante, il manovale dei campi – resta esposto, intercambiabile, dipendente da una organizzazione del lavoro che sfugge al suo controllo.
Nel Mezzogiorno storico, la questione agraria risultava ben più di un problema puramente “tecnico” di rese dei raccolti o di distribuzione della terra. Si trattava, prima di tutto, di una questione di potere: chi decideva dell’organizzazione produttiva, chi incamerava il surplus, chi costruiva la propria egemonia politica e culturale a partire da quel controllo. I contadini apparivano non solo poveri: risultavano subordinati. La loro condizione materiale si accompagnava a una condizione morale e intellettuale di dipendenza, di rassegnazione, di isolamento.
Oggi la scena appare mutata: il vecchio latifondo si è frammentato, la terra è attraversata da investimenti, cooperative, consorzi, imprese che si inseriscono in catene globali del valore. La subordinazione di chi lavora la terra ha assunto però una nuova pelle. Gli antichi contadini poveri vengono sostituiti, in gran parte, da lavoratori migranti, spesso privi di diritti pieni, collocati in spazi sociali periferici, nei ghetti, nei casolari abbandonati, nelle pieghe invisibili delle campagne.
Si potrebbe dire che il Mezzogiorno, storicamente laboratorio di subalternità interna alla nazione, oggi costituisce uno dei punti in cui si incrociano le vecchie gerarchie territoriali con le nuove gerarchie globali. Alla figura del contadino meridionale, escluso dalla cittadinanza economica, si affianca – e in parte si sostituisce – quella del bracciante migrante, spesso estromesso anche dalla cittadinanza giuridica e politica. Cambiano le biografie, le lingue, i paesi di partenza; il meccanismo tuttavia resta stabile: chi produce valore non decide del destino di quel valore, poiché il controllo rimane altrove.
Nel passato, lo sfruttamento agricolo appariva con i tratti, spesso brutali ma trasparenti, del latifondo: grandi proprietà, masse contadine, rapporti paternalistici, dipendenza personale. Oggi lo stesso processo si presenta in forme disperse, spezzettate, apparentemente impersonali. La filiera agricola è costruita come una catena di passaggi: produttore, intermediario, grande distribuzione, mercato internazionale. Ognuno scarica sull’anello successivo la pressione alla riduzione dei costi, fino a raggiungere l’ultimo gradino: il lavoro vivo.
Qui occorre essere chiari: il motore principale del fenomeno non risiede nel solo “carattere” dell’imprenditore agricolo o nel “vizio morale” del caporale. Risiede nelle condizioni strutturali di mercato – prezzi imposti al ribasso dalla grande distribuzione, concorrenza globale, volatilità della domanda, frammentazione produttiva – che creano un contesto in cui lo sfruttamento diventa la via più immediata per mantenere margini di profitto. L’anello più debole, il lavoro, viene trattato come variabile di aggiustamento.
Il caporalato, in questo quadro, difficilmente appare come corpo estraneo o deviazione isolata estirpabile con qualche intervento di polizia. Si presenta piuttosto come sintomo di un assetto economico. Il caporale incarna la figura che organizza, nella forma più brutale e arcaica, ciò che l’intera filiera esige in modo “moderno”: flessibilità estrema, costi bassi, disponibilità immediata, sostituibilità continua della forza lavoro. Dove lo Stato appare debole, dove il sindacato resta assente o marginale, dove la società civile si mostra frammentata, quel ruolo viene occupato da poteri informali, spesso criminali.
La frammentazione dei contratti, la moltiplicazione delle forme di subappalto, l’intermediazione di cooperative fittizie costituiscono meccanismi che disarticolano il rapporto diretto fra chi lavora e chi comanda. In questo modo risulta più difficile non solo l’azione sindacale, persino la semplice percezione di chi sia il vero “padrone”. Un tempo, il latifondista aveva un volto, un nome, una casa padronale; oggi il potere può risiedere in una sede legale anonima, in un consiglio di amministrazione distante, in un ufficio marketing che decide i prezzi in un’altra regione o in un altro paese.
L’ingresso massiccio di lavoratori migranti nelle campagne italiane non rappresenta un fenomeno casuale. Occorre coglierne il senso: la struttura economica richiede una forza lavoro insieme indispensabile e ricattabile. Il bracciante migrante, spesso legato a permessi di soggiorno temporanei, a reti informali di reclutamento, a condizioni abitative e sociali precarie, incarna questa figura. Risulta essenziale al funzionamento dell’agricoltura intensiva, ma privo degli strumenti per trasformare questa necessità in potere contrattuale. Ci si trova di fronte a una “proletarizzazione senza cittadinanza”. Se il vecchio proletariato industriale entrava, sia pure lentamente, nei circuiti della cittadinanza politica e sindacale, il nuovo proletariato agricolo migrante resta spesso ai margini. Invisibile nelle statistiche ufficiali, invisibile nelle città, invisibile nel discorso pubblico, salvo quando diventa oggetto di emergenze costruite ad arte o di campagne securitarie.
La retorica sull’immigrazione svolge qui una funzione precisa: sposta il fuoco dello sguardo. Il dibattito si incentra su “invasioni”, “sbarchi”, “clandestinità”, mentre resta in ombra il semplice fatto che interi settori produttivi si reggono sulla presenza sistematica di questa forza lavoro. Il migrante viene rappresentato come problema di ordine pubblico, mentre costituisce un elemento strutturale dell’ordine economico. La sua figura risulta doppiamente scissa: necessario ai campi, indesiderato nella città; necessario alla produzione, escluso dal pieno riconoscimento sociale.
Questa scissione produce effetti anche sul piano della coscienza. Dove manca una organizzazione collettiva capace di unificare esperienze diverse – il bracciante italiano e quello straniero, il piccolo produttore schiacciato dai prezzi e il lavoratore subordinato – si diffonde una guerra tra poveri, una competizione interna ai subalterni. Il rancore viene diretto verso chi appare più vicino, più visibile, più debole, anziché verso le strutture che determinano quella situazione.
Ogni sistema di sfruttamento richiede un linguaggio che lo renda naturale, ovvio, inevitabile. Nel passato, la subordinazione contadina veniva giustificata da un intreccio di tradizione, religione, paternalismo: “si è sempre fatto così”, “il padrone è duro ma giusto”, “la povertà è nel destino”. Oggi la giustificazione assume altre forme: si parla di “competitività”, di “mercato globale”, di “esigenze della filiera”. La sofferenza concreta dei corpi piegati nei campi viene tradotta in categorie economiche astratte.
Questa trasformazione linguistica rappresenta un aspetto fondamentale dell’egemonia. Quando una società accetta come naturale che un prodotto agricolo debba avere un prezzo bassissimo sullo scaffale del supermercato, accetta implicitamente che qualcuno, lungo la catena, paghi il costo di quella convenienza. Se questo qualcuno resta invisibile, lavora in luoghi remoti, appartiene a gruppi sociali stigmatizzati, la sua condizione risulta tanto più facile da naturalizzare.
La retorica emergenziale sull’immigrazione agisce dunque come dispositivo di depistaggio. Trasforma un problema strutturale – l’organizzazione del lavoro, la distribuzione del potere economico nella filiera – in un problema di “ordine” e di “sicurezza”. Il bracciante migrante viene rappresentato talvolta come vittima da compatire, talvolta come minaccia da contenere. In entrambi i casi, la sua figura risulta separata dal contesto sociale e produttivo che lo rende ciò che è: un lavoratore subordinato in un sistema che richiede il suo lavoro e rifiuta di riconoscerlo come soggetto pieno.
L’egemonia si manifesta non solo come dominio materiale, ma come capacità di definire ciò che appare “ragionevole”, “inevitabile”, “realistico”. Quando si afferma che “i prezzi li fa il mercato”, si cela il fatto che dietro il mercato esistono scelte politiche, rapporti di forza, decisioni sulla distribuzione del reddito. Questa naturalizzazione rende più difficile immaginare alternative e, di conseguenza, organizzare conflitto.
Parlare di “nuova questione agraria” significa più che descrivere una serie di fenomeni – il ritorno dell’agricoltura intensiva, la presenza di migranti, il caporalato. Significa cogliere una ristrutturazione dei rapporti di produzione e, insieme, una ristrutturazione delle forme di subordinazione. Il nodo riguarda “l’agricoltura” e “l’immigrazione” in quanto intrecciate nella collocazione del lavoro dentro la catena del valore e del comando.
Finché il lavoro resterà l’elemento più debole della catena, la ricchezza prodotta nelle campagne continuerà a concentrarsi in altri punti della filiera: nelle centrali di acquisto, nelle imprese che controllano la trasformazione, nei grandi distributori, negli attori finanziari che scommettono sui prezzi delle materie prime. Il campo assume così il ruolo di ultimo anello visibile di una macchina che si estende ben oltre l’orizzonte locale.
Questa situazione ripropone, in forma nuova, la vecchia domanda: chi dirige? Chi organizza? Chi trae vantaggio? E, di conseguenza: quali forze sociali possono mettere in discussione questo assetto? Una risposta moralistica – che condanni lo sfruttamento e denunci gli eccessi più brutali – appare insufficiente se non individua il terreno su cui possa emergere una contro-egemonia, una capacità dei subalterni di organizzarsi, di parlare in proprio, di costruire alleanze. Nel passato, uno dei grandi problemi irrisolti fu la mancata alleanza organica fra operai del Nord e contadini del Sud.
La questione meridionale venne trattata spesso come problema “regionale”, di arretratezza, di folklore, anziché come parte integrante della struttura del capitalismo italiano. Questa separazione indebolì entrambi: i contadini rimasero isolati, gli operai non compresero fino in fondo la dimensione nazionale – e poi internazionale – del conflitto.
La nuova questione agraria oggi richiede una diversa articolazione di alleanze. I lavoratori delle campagne – italiani e stranieri – rappresentano non un residuo arcaico, ma un segmento centrale di un capitalismo che ha esteso nel settore agricolo logiche di sfruttamento tipiche di altri comparti: flessibilità, precarietà, segmentazione, esternalizzazione. L’operaio della fabbrica, il rider della città, il bracciante del Mezzogiorno, il migrante nei campi del Nord compongono figure diverse dello stesso processo.
Perché questa alleanza possa prendere forma risultano indispensabili mediatori politici e culturali: sindacati capaci di parlare molte lingue e attraversare gli spazi informali del lavoro; associazioni radicate nel territorio; intellettuali organici che evitino di limitarsi a descrivere dall’esterno e partecipino alla costruzione di coscienza collettiva. La semplice indignazione risulta insufficiente: occorre una paziente organizzazione.
Una nuova politica delle campagne non può ridursi a incentivi, bandi, piani di sviluppo tecnologico. Deve affrontare la questione del potere nella filiera: chi fissa i prezzi, come si distribuisce il reddito lungo la catena, quali garanzie esistono per chi lavora. Significa, ad esempio, mettere in discussione modelli di grande distribuzione che si reggono sul ricatto al produttore; costruire forme cooperative autentiche, non di facciata; riconoscere il lavoratore migrante come soggetto politico, oltre che come destinatario di misure caritative o repressive.
Il diritto del lavoro nelle campagne risulta spesso più debole, meno applicato, più facilmente aggirato. Dove la norma appare fragile o resta lettera morta, avanzano i poteri extra-legali: caporali, mafie, clientele. La soluzione difficilmente si esaurisce nell’inasprimento delle pene o nella moltiplicazione dei controlli, pur necessari. Senza una trasformazione dei rapporti di forza – senza una presenza organizzata dei lavoratori e dei ceti popolari – lo Stato rischia di diventare un apparato che interviene soltanto sulle conseguenze estreme, lasciando intatti i meccanismi che le producono.
La legge può vietare il caporalato, tuttavia, se la filiera continua a premiare chi risparmia sul lavoro, nuove forme di intermediazione sorgeranno. La repressione colpisce l’anello visibile, senza toccare sempre quello forte. Perché lo Stato diventi strumento di emancipazione e non semplice correttore marginale delle ingiustizie più scandalose, deve essere attraversato da forze sociali che portino dentro le istituzioni le esigenze dei subalterni. Altrimenti, le stesse politiche agricole finiscono per assecondare gli interessi più forti, mascherandoli con un linguaggio di efficienza e modernizzazione.
La nuova questione agraria, quindi, non rappresenta un campo separato, tecnico, riservato agli esperti. Costituisce uno dei luoghi in cui si decide se il lavoro resterà “variabile di costo” o diventerà principio ordinatore di una diversa organizzazione economica. Ogni misura che accetta implicitamente l’idea di una vita di chi produce valore comprimibile, precarizzabile, resa invisibile, rafforza l’assetto esistente, anche quando si presenta come riforma. Finché il lavoro continuerà a occupare la posizione più debole della catena, lo sfruttamento apparirà meno come incidente e più come conseguenza naturale. Questo rappresenta il nucleo della nuova questione agraria: non una somma di ingiustizie episodiche, ma un meccanismo sistemico di produzione di ricchezza e di concentrazione del potere economico lontano da chi quella ricchezza crea.
La storia del Mezzogiorno, con le sue generazioni contadine che hanno lavorato senza emanciparsi, non costituisce un capitolo chiuso: suona come un monito. Oggi quella dinamica si è globalizzata. I confini non coincidono più soltanto con quelli tra Nord e Sud della penisola, ma con quelli tra Nord e Sud del mondo, tra cittadini tutelati e lavoratori privi di pieni diritti, tra chi compra a basso prezzo e chi paga in fatica e in vita il costo di quella convenienza. La figura del bracciante migrante rappresenta il punto di incrocio di queste linee. Resta aperta la domanda se rimarrà figura muta di una nuova subalternità, oppure se potrà diventare, insieme ad altri soggetti sfruttati, protagonista di un processo di trasformazione.
Perché ciò avvenga, la denuncia risulta insufficiente. Occorre costruire strumenti di organizzazione, di coscienza, di alleanza. Occorre un lavoro minuto, paziente, che parta dalle condizioni reali – dai contratti spezzati, dai turni massacranti, dai ghetti, dalle baraccopoli – per trasformarle in terreno di lotta comune. Qui si colloca il compito di una politica decisa ad affrontare davvero la nuova questione agraria: oltre l’amministrazione dello sfruttamento, verso la messa in discussione della sua pretesa di normalità, riconoscendo nel lavoro non un semplice costo, ma il fondamento stesso di ogni possibile emancipazione.
