di Giuliano Laccetti
Abstract
L’università pubblica italiana continua a essere raccontata soprattutto come un problema di costi, mentre il vero nodo resta il sottofinanziamento cronico del sistema. L’Italia investe in istruzione superiore una quota del PIL molto inferiore rispetto ad altri Paesi europei, aggravando disuguaglianze sociali e territoriali. Il rischio è particolarmente forte nel Mezzogiorno, dove definanziamento, criteri premiali, denatalità ed emigrazione studentesca e professionale stanno impoverendo gli atenei e il tessuto sociale. In questo quadro, il diritto allo studio, il reclutamento dei giovani ricercatori e la difesa dell’università pubblica diventano questioni strategiche per sviluppo, democrazia e coesione nazionale. Anche le prossime elezioni rettorali della Università degli Studi di Napoli Federico II possono rappresentare un’occasione per rilanciare una visione autonoma e meridionalista dell’università pubblica.
Parole chiave: Università pubblica; Mezzogiorno; Diritto allo studio; Ricerca scientifica; Disuguaglianze territoriali.
C’è un tratto ricorrente nel dibattito italiano sull’università: quando si parla di bilanci, il sapere viene trattato come un costo da contenere più che come un investimento strategico. È una visione miope ovunque, ma nel Mezzogiorno rischia di diventare devastante. Eppure, continua a riproporsi con impressionante regolarità, quasi che università, ricerca e diritto allo studio rappresentino un lusso di cui il Paese potrebbe fare a meno nei momenti difficili.
Negli ultimi mesi, attorno alla sostenibilità finanziaria delle università pubbliche, sono tornate a moltiplicarsi analisi e interventi che insistono soprattutto sui costi: la fine dei finanziamenti straordinari del PNRR, l’aumento della spesa per il personale, l’estensione della no-tax area, gli investimenti immobiliari degli atenei, la crescita delle università telematiche e il calo demografico. Sullo sfondo, il timore che il sistema universitario pubblico non riesca più a sostenere diritto allo studio, ricerca, welfare studentesco e qualità della formazione.
È un tema serio. Ma colpisce come, sempre più spesso, l’università pubblica venga raccontata quasi come un sistema che avrebbe vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Una lettura che rischia di capovolgere completamente la realtà, soprattutto in un Paese che continua a investire in istruzione superiore e ricerca meno di gran parte delle economie europee avanzate.
L’aumento del Fondo di Finanziamento Ordinario viene frequentemente presentato come una crescita consistente della spesa pubblica universitaria. Ma gli investimenti in istruzione e ricerca non si misurano in valore assoluto: si misurano rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese, cioè rispetto al PIL. E da questo punto di vista l’Italia continua a investire nell’università pubblica una quota drammaticamente bassa: circa lo 0,42-0,43% del PIL. Praticamente la stessa percentuale di anni fa. Altro che crescita strutturale. In altre parole, mentre il dibattito pubblico parla di “spese eccessive”, il sistema universitario italiano continua a muoversi dentro una condizione di sottofinanziamento cronico e strutturale che nessun governo sembra davvero intenzionato a affrontare.
Il confronto con la Spagna è impietoso. Madrid investe in termini assoluti una cifra non molto distante da quella italiana, ma rapportata a un PIL più contenuto significa uno sforzo pubblico compreso tra lo 0,7 e lo 0,75% del PIL. Se l’Italia decidesse semplicemente di allinearsi a quel livello, il Fondo di Finanziamento Ordinario aumenterebbe di oltre 6 miliardi di euro. Il punto, dunque, non è un’università che spende troppo, ma un Paese che investe troppo poco nella conoscenza, nella ricerca scientifica e nella formazione avanzata. E che continua a considerare il sapere non come leva strategica di sviluppo, ma come voce da comprimere nei momenti di difficoltà.
Anche sul costo del personale il dibattito pubblico tende spesso a essere parziale, quando non apertamente fuorviante. I professori universitari non hanno rinnovi contrattuali tradizionali come gli altri dipendenti pubblici. Gli adeguamenti retributivi vengono calcolati automaticamente, con oltre un anno di ritardo, sulla media degli aumenti ottenuti dagli altri comparti pubblici contrattualizzati. Non esiste dunque alcun privilegio nascosto, ma un meccanismo di recupero tardivo dell’inflazione e degli incrementi già riconosciuti altrove.
Lo stesso vale per gli scatti di anzianità. Durante la stagione dell’austerità tutti i dipendenti pubblici subirono il blocco degli aumenti stipendiali. Ma per i docenti universitari il trattamento fu persino più penalizzante. Il blocco durò sei anni, non cinque come per gli altri comparti pubblici. E soprattutto, mentre agli altri lavoratori pubblici gli anni congelati furono comunque riconosciuti ai fini della carriera, ai professori universitari quegli anni furono cancellati. Sei anni persi per sempre. Nessun arretrato, nessun riconoscimento giuridico. Un unicum nel panorama del pubblico impiego italiano, spesso completamente rimosso dal dibattito mediatico e politico.
Per questo preoccupa il riemergere di una cultura politica che tende a considerare la ricerca e la formazione quasi come un lusso sostenibile soltanto nei momenti di prosperità economica. Una visione che richiama inevitabilmente il celebre “con la cultura non si mangia” attribuito a Giulio Tremonti e che rischia di riportare il dibattito pubblico indietro di decenni. Come se università, ricerca e produzione culturale fossero elementi accessori, sacrificabili nelle fasi difficili, e non invece strumenti decisivi per affrontare proprio le crisi economiche, sociali e produttive.
Ma davvero vogliamo raccontare l’università come un problema di spesa? Davvero la priorità dovrebbe essere frenare diritto allo studio, reclutamento, ampliamento dell’accesso e investimenti territoriali? In un Paese segnato da bassi salari, fuga dei cervelli, precarietà intellettuale e declino demografico, istruzione e ricerca dovrebbero rappresentare il cuore di una strategia nazionale di sviluppo. Senza università pubblica forte non esiste innovazione diffusa, non esiste mobilità sociale, non esiste nemmeno una democrazia realmente consapevole.
Il diritto allo studio non è un lusso contabile. È uno strumento di mobilità sociale e di riequilibrio democratico. Le no-tax area permettono a migliaia di giovani provenienti da famiglie a basso reddito di accedere all’università. E in un Paese dove il numero dei laureati resta tra i più bassi d’Europa, ridurre l’accesso significherebbe aggravare ulteriormente il divario sociale e produttivo. Ancora oggi, per troppi giovani, il percorso universitario continua a dipendere più dal reddito familiare che dal merito o dalle capacità. E questo è un problema non solo economico, ma profondamente democratico.
Allo stesso modo, il reclutamento di giovani ricercatori non è una spesa improduttiva, ma un investimento sul futuro. I Paesi che competono sull’innovazione, sulla tecnologia e sulla qualità del lavoro investono massicciamente in università, ricerca pubblica e alta formazione. Perché sanno che conoscenza, innovazione e capitale umano qualificato producono crescita economica, occupazione di qualità, competitività industriale e persino maggiore coesione democratica. In Italia, invece, troppo spesso i giovani ricercatori vengono celebrati nei discorsi pubblici e poi lasciati intrappolati in precarietà, sottofinanziamento e fuga all’estero.
C’è poi un nodo decisivo che riguarda il Mezzogiorno. Una politica di definanziamento di fatto, unita alla fine della spinta del PNRR e a sistemi di premialità che finiscono quasi sempre per favorire gli atenei già forti, finisce per ampliare ulteriormente i divari territoriali. I meccanismi competitivi premiano chi dispone già di maggiori risorse, infrastrutture e capacità attrattiva, e così i più forti diventano sempre più forti, mentre gli atenei meridionali inseguono con mezzi inferiori. È una spirale che rischia di consolidare una frattura territoriale già profondissima, trasformando la competizione universitaria in un meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze.
In parallelo agiscono la denatalità e la storica emigrazione studentesca verso il Nord, dove università e tessuto produttivo offrono prospettive occupazionali molto più solide. È un doppio impoverimento: giovani che partono per studiare e laureati formati nel Sud che, una volta acquisite competenze e professionalità, sono costretti ad andare altrove per trovare opportunità adeguate. Una perdita enorme di capitale umano per territori già fragili. Intere aree del Mezzogiorno rischiano così di trasformarsi in luoghi che formano eccellenze destinate però a produrre sviluppo, innovazione e ricchezza altrove. Una vera e propria emorragia silenziosa che dura da anni nell’indifferenza generale.
Da quattro anni il governo delle destre continua a sottofinanziare l’università pubblica senza una vera strategia nazionale. Nel frattempo, sulle università telematiche private pratica un laissez-faire sempre meno neutrale e sempre più politico: deroghe, facilitazioni e margini operativi che agli atenei pubblici non sarebbero consentiti. Una scelta che rischia di ridisegnare in senso privatistico pezzi rilevanti della formazione superiore italiana.
Il problema non è la didattica a distanza in sé. Ancora una volta il confronto con la Spagna mostra un’altra strada possibile: lì esiste una università telematica pubblica, statale, pensata per garantire accesso agli studi superiori a lavoratori, adulti e persone impossibilitate alla frequenza tradizionale, mantenendo però standard qualitativi elevati e pieno controllo pubblico. In Italia, invece, si è scelto di lasciare questo settore interamente nelle mani del privato, accentuando le disuguaglianze tra chi può permettersi rette e spese elevate, e prendere un titolo che non sempre è davvero “qualificato”, e chi ivece non può.
Anche per questo le prossime elezioni del rettore della Federico II assumono un significato che va oltre il semplice ricambio interno. I candidati potrebbero confrontarsi non solo su gestione e organizzazione, ma sul ruolo politico e culturale che la più grande università del Mezzogiorno, e la più antica università laica e statale del mondo, intende svolgere nei prossimi anni. Sarebbe importante vedere una competizione virtuosa nel riaffermare il valore dell’università pubblica e nel portare dentro la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane e nei rapporti con il ministero una voce autonoma, coraggiosa e consapevole del ruolo strategico che gli atenei meridionali hanno per il futuro del Paese.
Università e ricerca non servono soltanto a formare professionisti. Servono a costruire cittadinanza critica, capacità scientifica, legalità, partecipazione democratica. Indebolirle significa indebolire il Paese. E il Mezzogiorno rischia di pagare questo arretramento più di chiunque altro.
