di Salvatore Lucchese
In uno dei brani più suggestivi ma anche più enigmatici del suo saggio Tesi di filosofia della storia (1940), che ben rappresenta gli sviluppi del suo pensiero, in cui si intrecciano il materialismo storico di matrice marxiana con il messianesimo di origine ebraica, il filosofo tedesco Walter Benjamin si sofferma sull’Angelus Novus, quale figura emblematica della sua concezione della storia come frattura rivoluzionaria tra un passato di “macerie” ed un futuro incentrato sul giudizio universale, sulla “bufera” divina.
C’è un quadro di Klee – scrive Benjamin – che s’intitola Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. Gli occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono spiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre il cumulo delle macerie sale davanti a lui fino al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso è questa bufera (Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962, p. 80).
Dunque, contrariamente alle filosofie della storia di matrice positivistica, liberale, socialdemocratica e materialistico-dialettica della storia come progresso ineluttabile, secondo il filosofo tedesco, la storia non si configura nei termini di un progresso lineare teso al perseguimento di una meta prestabilita, non è una catena evolutiva verso il meglio, una catena di cui ogni singolo anello ha il suo senso in relazione ad un tutto variamente concepito, ad un fine assoluto che ne giustifica anche gli aspetti negativi come momenti necessari per il raggiungimento di una meta predeterminata, come, ad esempio, lo staliniano e stalinista “Sol dell’avvenire”.
All’opposto, Benjamin, che assume il punto di vista dei vinti e degli oppressi, verso i quali l’Angelus Novus volge il suo sguardo per dare, invece, le sue spalle e le sue ali alla “tempesta” divina, la storia si configura nei termini di una rottura tra un passato di “macerie”, vale a dire di sfruttamento, di guerre, di devastazioni e morti, ed un futuro di emancipazione degli stessi oppressi attraverso una cesura rivoluzionaria.
Non un’educazione ad una filosofia ottimistica della storia, ma, all’opposto, un’educazione ad una filosofia realistica e tragica della stessa deve caratterizzare, secondo Benjamin, l’educazione dello sguardo delle classi oppresse, al fine di renderle consapevoli che la loro emancipazione deve passare attraverso la definitiva rottura rivoluzionaria dell’ordine esistente.
Se il filosofo tedesco concepisce la storia come “cumulo di macerie” facendo volgere lo sguardo dell’Angelus Novus verso il passato, nel suo ultimo libro, Libercomunismo. Scienza di un’utopia (Feltrinelli, Milano 2026), l’economista italiano di formazione marxista Emiliano Brancaccio concepisce la storia come quel “mare di sangue” (p. 7) in cui “siamo già tornati a sguazzare” (ibidem), non già volgendo il suo sguardo verso il passato, a cui accenna soltanto, bensì volgendolo nella direzione opposta, dal presente verso il futuro, in modo tale da potere cogliere, sottolinea lo studioso, la “tendenza verso l’abisso” (ibidem).
Nel suo libro, l’economista napoletano sì sintetizza in modo rigoroso le tesi cui è pervenuto il gruppo di ricerca da lui coordinato, e di cui in appendice riporta la bibliografia di approfondimenti specialistici da esso prodotto nel corso degli ultimi anni, ma lo fa anche in modo da renderlo fruibile ad un pubblico di lettori non specialisti.
Facendo leva su concetti tra loro contraddittori, liberalismo/comunismo, scienza/utopia, Brancaccio, economista innovatore degli studi critici marxisti, sostiene la seguente tesi:
Lo spirito di questo tempo alberga in una tendenza: è la centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti. L’ecologia, la scienza, la politica internazionale sono ormai catturate dall’esocapitale, la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato. Una forza che sfrutta in modi sempre più sofisticati il lavoro e la natura e, al contempo, genera sprechi e inefficienze, trasforma gli individui in capitali umani isolati, consuma dall’interno le istituzioni della democrazia, liberale e prepara il terreno a una nuova minaccia: un oltrefascismo transnazionale, in cui la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà. Contro questo scenario, Libercomunismo, apre a una prospettiva inedita: la grande tendenza va affrontata sfidando il più grande tabù politico moderno. Pianificazione collettiva e libertà individuale, finora contrapposte, vanno intese come poli di un unico obiettivo: una lunga lotta per espropriare il grande capitale, democratizzare il controllo delle forze produttive e, al tempo stesso, liberare le energie creative dei singoli individui. Un esercizio scientifico che sfida le ideologie dominanti e invita a concepire una politica all’altezza di questo tempo catastrofico (p. 1).
I concetti chiave di “tendenza”, “concentrazione del capitale”, “esocapitale”, “oltrefascismo”, “libercomunismo”, insieme a quelli ad essi collegati di “scienza capitale,”, “ecologia di mercato”, “nuovo capitale umano”, “momento” e “memento” Lenin, sono i capisaldi di un’analisi critica dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo, a cui Brancaccio fa seguire gli “Appunti per un manifesto” (pp. 157-165, in corsivo nel testo), in cui traccia le linee essenziali di un programma politico di riforme radicali da approfondire ed articolare ulteriormente grazie al contributo decisivo di quello che lo stesso autore definisce nei termini di “un genio collettivo, che riunisca le più articolate capacità di ricerca e di militanza” (p. 157, in corsivo nel testo).
Da qui il taglio di alta sintesi divulgativa del suo stimolante libro. Ma qual è l’impianto epistemologico cui fa riferimento lo studioso di Economia politica nel predire “una tendenza verso l’abisso” (p. 7)? La sua analisi critica è il frutto di una concezione economicistica della storia? O è il frutto di un’originale revisione critica del materialismo storico? Ed ancora, Brancaccio fa i conti con la fine delle grandi narrazioni? O ne ripropone un’altra in forma diversa, in forma rovesciata?
Come lo stesso studioso di Economia politica evidenzia nel suo agile ma denso saggio, impreziosito anche da raffinati e semanticamente preganti riferimenti letterari, come quello, ad esempio, del Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, l’impianto epistemologico cui egli fa riferimento è sì quello della tradizione marxista ma della tradizione marxista rivisitata alla luce del falsificazionismo popperiano (p. 99) e soprattutto di quelle che lui stesso definisce le “forche caudine di Louis Althusser e dei suoi continuatori” (p. 63), ai quali, sottolinea Brancaccio, va riconosciuto il merito di avere confutato definitivamente ogni “banalità economicista” (p. 64) grazie al concetto di “‘surdeterminazione’” (ibidem), da cui, secondo l’economista federiciano, emerge una concezione della realtà come struttura complessa, in cui la dimensione economica interagisce con le altre dimensioni che la costituiscono.
Tale prospettiva epistemologica consente all’autore di confrontarsi criticamente sia con il post-modernismo di Jean-François Lyotard sia con alcuni limiti, a suo parere, dello strutturalismo dello stesso Luis Althusser.
Se rispetto al primo, Brancaccio condivide della teoria lyotardiana della “‘fine delle grandi narrazioni’” (p. 15) la critica radicale della concezione della storia di matrice illuministica e staliniana delle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità” (p. 16), ne stigmatizza fortemente, invece, le ricadute negative in ambito epistemologico, che hanno fatto sì, a suo parere, che, “nel rigettare le parabole messianiche sul radioso futuro dell’umanità, è stata abbandonata qualsiasi indagine scientifica sulle tendenze storiche” (p. 17).
Allo stesso modo, Brancaccio evidenzia i punti di forza ma anche le criticità del pensiero di Althusser. Infatti, se, da un lato, il docente di Economia politica riconosce allo studioso francese, da lui considerato “forse, il più grande teorico marxista del Novecento, il merito di avere voluto “districare il marxismo proprio dalle vecchie paludi della teleologia, cioè dall’idea di un inesorabile, glorioso cammino delle società umane verso il comunismo […] in modo tale da situare il resto del’analisi marxiana nell’ambito di un robusto, moderno discorso scientifico” (p. 149).
Dall’altro, invece, mette in risalto il fatto che Althusser trascura che “le leggi di funzionamento del capitalismo attengono non solo alla riproduzione del sistema ma anche alle ‘tendenze’ che lo attraversano nel robusto senso epistemologico di Steve Fleetwood e altri” (p. 151).
Ora, secondo Brancaccio, la tendenza storica del capitale consta nel suo “centralizzarsi sempre in meno mani” (ibidem). Questo, secondo l’autore, fa sì che “l’avanzare della tendenza modifica le condizioni strutturali di riproduzione del sistema, scuote il suo funzionamento generale, in ultima istanza lo destabilizza”.
La qualcosa, a sua volta, a parere di Brancaccio, implica che, all’opposto di quanto sosteneva Althusser, non è la “necessità” a montare dal “caso”, bensì, all’opposto, è il “caso” a montare dalla “necessità”.
Sulla base di tale impostazione epistemologica, che fa leva sull’accertamento scientifico delle tendenze proprie del modo di produzione capitalistico, e nel criticare l’attuale “disfacimento cognitivo” (p. 22), dovuto alla rimozione della ricerca delle sue tendenze strutturali, “disfacimento cognitivo” che, a sua volta, a parere di Brancaccio, si caratterizza non solo per l’“attuale successo della cosiddetta geopolitica” (ibidem), ma anche per la “ritornante mistica politica del nostro tempo” (p. 23), con il suo correlato di “‘irrazionalismo’” (p. 24), che, egli sottolinea, richiamandosi a Lukàcs, è da considerare come il “presagio di terrificanti svolte politiche” (ibidem), l’autore del libro, dati empirici alla mano (p. 34), dimostra “quella che Marx definiva la ‘legge’ di tendenza verso la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani” (p. 27).
In ambito finanziario, tale concentrazione di capitali, frutto di una competizione in cui, secondo Brancaccio, il “pesce grosso mangia il pesce piccolo e così diventa sempre più grosso” (p. 28), si caratterizza, secondo l’autore, per la strutturazione di un “grande patronato senza bisogno di proprietà” (p. 30), rappresentato dai “demiurghi dei consigli di amministrazione” (ibidem), che sulla base di una “maggioranza relativa” (p. 29), riescono ad esercitare il loro “comando assoluto” (ibidem) su un capitale “frazionato tra una miriade di piccoli proprietari” (ibidem).
A sua volta, evidenzia Brancaccio, “La tendenza verso la centralizzazione dei capitali cambia il volto del mondo. Il suo avanzare, come vedremo, impone una mutagenesi del sistema, in tutti i suoi aspetti cruciali: economici, sociali, politici, persino psicologici” (p. 36).
Dunque, coerentemente all’impostazione marxiana della critica come critica globale della società, Brancaccio si sofferma anche sulle conseguenze della centralizzazione del capitale non solo in ambito socio-economico, ma anche in ambito politico, culturale e psicologico.
E lo fa riportando, in un’ottica d’interazione, alla tendenza verso la centralizzazione dei capitali: 1. L“inefficienza” (pp. 36-40) del sistema capitalistico; 2. La formazione sia dell’“esocapitale” (pp. 41-49), ossia della “materia oscura, estranea alla contabilità dei prezzi” (p. 44) e strettamente collegata ad un assetto capitalistico in cui “i proprietari non sono più padroni e i padroni non sono più proprietari (p. 45), sia della “scienza capitale” (pp. 50-55), con il suo portato di subordinazione della ricerca al profitto e di conseguente “sfiducia crescente delle masse verso i benefici della scienza” (p. 54); 3. L’“ecologia di mercato” (pp. 56-62) che scarica i costi dell’inquinamento sulle classi subalterne, le quali diventano sempre più sensibili al “conforto dell’irrazionalismo, degli stregoni e delle fattucchiere” (pp. 62); 4. Il diffondersi di un clima politico-culturale incentrato sulla “reazione” (pp. 63-75) di matrice “piccolo borghese, maschia, queerfobica, fanatica, razzista”; 5. L’“oltrefascismo” (pp. 76-86), come “‘recessione’ globale della democrazia” (p. 79), in cui gli aspetti tradizionali dei regimi fascisti, tra cui le discriminazioni di razza, etnia, cultura, religione ed orientamento sessuale sì persistono, ma, secondo Brancaccio, vengono anche rimodulate sulla base dell’imperativo fondamentale per il capitale centralizzato: “profitti alti per i padroni, immediati per i proprietari” (p. 83); 6. Il governo della tendenza (pp. 87-96) mediante la subordinazione delle classi subalterne alle esigenze del grande capitale e dei piccoli capitalisti; 7. Il “momento della guerra” (pp. 97-119) ovvero il “‘momento Lenin’” (p. 101), ossia il tendere verso una guerra imperialista per il nuovo ordine mondiale tra USA e Cina, la prima “indebitata e protezionista” (p. 111), la seconda “creditrice e liberista” (ibidem); 8. La formazione di un “nuovo capitale umano” (pp. 120-127) frammentato ed egoistico, del tutto funzionale alle esigenze di “produzione, consumo, riproduzione e centralizzazione” (p. 120).
Alla centralizzazione dei capitali con il loro portato di diseguaglianze sociali, di sfruttamento ed oppressione, di torsione autoritaria ed oltrefascista degli ordinamenti liberal-democratici, di devastazione della natura, di diffusione sempre più estesa e capillare delle culture fideistiche ed irrazionalistiche anche in ambito politico e di un pericolo sempre più crescente di precipizio verso una guerra imperialista tra grandi potenze nucleari, Brancaccio, coerentemente ad una rigorosa impostazione marxiana, oppone dialetticamente l’esigenza di favorire il protagonismo politico autonomo ed indipendente delle classi sociali subalterne, mediante l’assunzione di una prospettiva libercomunista, capace, afferma l’autore, di “raccogliere e trarre spregiudicata sintesi” (p. 9) dalle “promesse tradite (ibidem) sia dai liberali, per il loro “obiettivo mancato della libertà individuale” (ibidem), sia dagli stalinisti, per l’“ambizione traviata del piano collettivo” (ibidem).
In altri termini, secondo Brancaccio, il divorzio tra la libertà del capitale monopolistico entrato in contraddizione dirimente con “tutte le altre libertà, fino a corrompere le fondamenta stessa delle democrazie liberali” (p. 138), pone le condizioni oggettive e dialettiche sia per il passaggio del controllo del capitale da privato a pubblico (p. 134), sia per porre l’“istanza della libertà individuale” (p. 141) al “centro della lotta politica dei nuovi pianificatori collettivi” (ibidem). Ne seguono gli “Appunti per un manifesto” (pp. 157-165), redatti da Brancaccio come
[…] una mera raccolta note sparse, soprattutto di ordine economico, da mettere assieme a tutte le altre e da porre in assemblea, al ritmo serrato di una danza di cooperazione e di lotta, se un giorno avverrà ‘l’incontro’ di forze necessarie per assaltare l’estrema tendenza e farla finalmente deragliare (p. 157, in corsivo nel testo).
Dopo avere specificato che occorre unificare “tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali” (p. 158), tra le “note sparse” (p. 157) di ordine economico, il docente federiciano annovera anche l’aumento di salari, stipendi, e l’introduzione del reddito universale, l’“esproprio collettivo del grande capitale centralizzato” (p. 160), non attraverso quella che lui stesso considera un’“obsoleta ‘nazionalizzazione’” (ibidem), bensì, attraverso “una regolazione politica della centralizzazione internazionale” (ibidem).
Inoltre, tra le “note sparse” (p. 158), Brancaccio annovera anche altri temi, quali, ad esempio, la promozione della pace in contrapposizione all’imperialismo bellicista, l’ambientalismo comunista, la promozione di una scienza collettiva e di una pedagogia critica “tesa la libero sviluppo di ciascuna persona, condizione per il libero sviluppo di tutte (p. 165). Infine, rispetto all’annosa questione o riforme o rivoluzione, Brancaccio osserva:
Tra riforma e rivoluzione vale il nesso comunista: la lotta per le riforme costituisce il mezzo ma lo scopo è la trasformazione rivoluzionaria della società. E vale, nel trapasso, la regola di condotta indicata dai liberali: quando l’autorità di governo si sforza di ridurre il popolo in soggezione sotto il potere arbitrario del capitale centralizzato, essa si pone in stato di guerra contro il popolo, che da quel momento è sciolto da ogni ulteriore vincolo di obbedienza (p. 165).
Insomma, lo sguardo rivolto alla tendenza centralizzatrice ed in quanto tale subordinatrice e distruttrice del capitale, a parere dello studioso di Economia politica, deve predisporre ad “agire per il cambiamento” (ibidem), e fare della consapevolezza del “momento Lenin” (p. 119), la guerra tra potenze imperialiste, la condizione per il “memento Lenin” (p. 119), l’innesto di un processo rivoluzionario, espressione del blocco sociale delle classi subalterne, le cui istanze, i cui bisogni ed i cui desideri, sottolinea Brancaccio, dovranno essere rappresentati da una “nuova forma partito” (p. 127), caratterizzata da una “continuità dialettica tra verticale e orizzontale” (ibidem).
Nel complesso, si tratta di “note sparse” (p. 157, in corsivo nel testo) alquanto stimolanti, in quanto inducono a formulare, tra le altre, le seguenti domande: L’espropriazione collettiva del capitale per una sua regolamentazione collettiva può essere realizzata solo su base globale? O può essere realizzata anche su base nazionale? Ed in questo caso, come evitare la fuga dei capitali all’estero e le altre conseguenti reazioni e ritorsioni, anche militari, da parte delle grandi potenze capitaliste? Nell’era della globalizzazione, la libera circolazione dei capitali a livello mondiale non costituisce uno scaco matto agli Stati-nazione che esercitano la loro sovranità a livello territoriale? Ed ancora, cosa si deve intendere nel concreto per “nuova forma partito” (p. 127), capace di conciliare in modo dialettico la gerarchia verticale con la partecipazione democratica orizzontale”? Data la molteplicità dei soggetti subalterni, non sarebbe più opportuno proporre la costruzione di reti e di federazioni di partiti, associazioni, comitati e movimenti già esistenti e non la fondazione di un unico partito? Come riformare non solo gli ordinamenti scolastici ed universitari ma anche tutte le altre agenzie educative e formative formali, informali e non formali alla luce delle istanze della pedagogia critica?
Infine, alcune riflessioni a margine dell’illustrazione dei contenuti salienti di Libercomunismo. Proprio da un punto di vista pedagogico-critico, che si caratterizza per la finalità politico-civile di favorire, in un’ottica intersezionale, nei vinti, negli sfruttati e negli oppressi la presa di coscienza, tramite la loro presa diretta di parola, delle cause radicali delle loro condizioni di sfruttamento, marginalità, precarietà, discriminazione ed oppressione, in modo tale da metterle in condizione di costruirsi come soggetto attivo di un radicale processo di auto-emancipazione, il libro di Brancaccio invita ad educare lo sguardo delle classi subalterne facendoglielo rivolgere in avanti e verso il basso, in modo tale da metterli in condizione di cogliere la tendenza nichilista verso l’“abisso” (p. 7), nel quale ci sta facendo precipitare la logica di accentramento di risorse e poteri, propria del sistema capitalistico.
La stessa finalità potrebbe essere perseguita intrecciando l’educazione dello sguardo scientifico verso un futuro di miserie, autoritarismi, oltrefasciscismi, imperialismi e guerre sempre più devastanti con l’educazione benjaminiana dello sguardo rivolto ad un passato di oppressioni, discriminazioni e distruzioni, ma anche, come sembra evidenziare lo stesso Brancaccio quando nel suo libro cita en passant alcuni esempi di “esplosione di libertà creativa dei primi anni della rivoluzione sovietica” (p. 139), verso un passato di lotte, di estro e d’inventive.
Uno sguardo, quello dei vinti e degli oppressi, diretto verso un passato sì di miserie e sconfitte ma anche di lotte, di parziali vittorie ed in generale di pratiche di resistenza, di riflessioni e di proposte politiche originali ed innovative, spesso rimosse o mistificate, cui fare riferimento, in modo tale da rilanciare un percorso di costruzione di una soggettività critica, che si muova nella direzione di un definitivo superamento delle contraddizioni e dei limiti intrinseci al processo di sviluppo capitalistico.
Dunque, una “scienza dell’utopia”, come processo dialettico tra reale ed ideale, ovvero la consapevolezza empiricamente e storiograficamente fondata del dove è andato e del dove va il “mondo”, ossia, la consapevolezza della tendenza distruttiva di un capitalismo senza limiti, come condizione sine qua non della presa di coscienza dell’esigenza di dove dovrebbe andare il “mondo”, vale a dire di un superamento delle attuali tendenze accentratrici, autoritarie e distruttive, tramite la realizzazione di un modello altro ed alto di società.
Una “scienza dell’utopia” all’incrocio tra lo sguardo dell’Angelus Novus, la storia vista e rivisitata dal punto di vista dei vinti, in una chiara prospettiva di frattura radicale, e lo sguardo proiettato verso la “tendenza”, che, grazie alla presa di coscienza di un futuro distopico sempre più concreto, apra all’opportunità di costruire collettivamente un futuro incentrato sulle libertà civili e politiche e sulla pianificazione collettiva.
Come, nel concreto, sia possibile conciliare libertà e pianificazione e grazie a quali forme partitiche e politico-istituzionali di partecipazione dal basso e di governo dall’alto sia possibile realizzare tale esigenza di costruzione di una nuova forma di socialismo, rispetto a quelle storicamente già realizzate, dovrà essere oggetto, in un’ottica interdisciplinare, data la complessità della questione, di ulteriori chiarimenti ed approfondimenti, tanto dal punto di vista della consapevolezza storica, quanto dal punto di vista delle proposte socio-economiche e politico-culturali.
