di Salvatore Lucchese
Se è vero, come certifica la Svimez, che nel corso del biennio 2025-2026, il Sud (+0,8%) è cresciuto e crescerà più del Centro-Nord (+0,5%), è anche vero che si tratta di una crescita vincolata alla “benzina” del Pnrr, “benzina” che a partire dal 2027 in quota parte (122,6miliardi di euro su un totale di 194,4miliardi) l’Italia dovrà anche restituire all’UE; nonché di una crescita incentrata su un modello di sviluppo, soprattutto edilizia e turismo, a bassa qualificazione ed a salari reali bassi, che corrispondono a lavoro povero ed a famiglie in povertà assoluta.
Una conseguenza di tale modello di sviluppo effimero basato sullo sfruttamento intensivo di una forza lavoro poco qualificata, modello fatto passare propagandisticamente per “salto di paradigma” del Mezzogiorno, è l’emigrazione costante dei giovani laureati meridionali dalle contrade natie per dirigersi verso quelle del sistema-Nord, che, in questo modo, compensa la perdita dei suoi giovani laureati che emigrano verso l’estero.
Insomma, siamo in presenza del solito meccanismo di estrazione di risorse, questa volta umane, dalla colonia interna Sud, asservita, con la complicità della sua borghesia estrattiva, alle esigenze di sviluppo della cosiddetta “locomotiva Nord”, che, a sua volta, prosegue imperterrita verso l’attuazione del regionalismo estrattivo, differenziato e discriminatorio, per potere mettere al sicuro le risorse finanziarie sottratte indebitamente, articolo 3 della Costituzione alla mano, ai cittadini italiani di serie B residenti nel Sud del cosiddetto “Bel Paese”.
Come rispetto alle migrazioni dei laureati ha evidenziato la Svimez nel suo ultimo Rapporto 2025:
“L’Italia rimane in coda in Europa per quota di giovani laureati (30,6% contro 43% Ue). Gli atenei meridionali attraggono più studenti e si riduce la migrazione ante-lauream, ma dopo la laurea il quadro torna critico: oltre 40mila giovani meridionali si trasferiscono ogni anno al Centro-Nord, mentre 37mila laureati italiani emigrano all’estero. Con l’emigrazione di questi laureati, una parte del rendimento potenziale dell’investimento pubblico sostenuto per la loro formazione viene dispersa. Il bilancio economico di questo movimento è pesante: dal 2000 al 2024 il Mezzogiorno perde di investimenti 132 miliardi di euro di capitale umano, contro un saldo positivo di 80 miliardi per il Centro-Nord. Poli esteri che attraggono giovani italiani altamente formati, il Centro-Nord che perde verso l’estero ma recupera grazie alle migrazioni interne di laureati da Sud, il Mezzogiorno che li forma e continua a perderli”.
Cosa fare rispetto a questo salasso che depaupera il Sud di preziosissime risorse economiche, umane e culturali, tanto da prospettarne, come ha evidenziato Marco Esposito, il definitivo collasso demografico ce lo dice la stessa Svimez:
“Per trattenere i giovani, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata”.
Cosa fare è chiaro, cosa non è altrettanto chiaro è chi deve fare cosa, ossia, a partire dalla struttura sociale del Sud e dell’intero sistema-Paese e da un conseguente impegno di lotta via via sempre più radicale alle diverse forme di diseguaglianza, di sfruttamento e di oppressione, quale forza politica dovrebbe porre il tema della perequazione sociale ed infrastrutturale tra le storiche due Italie. Sud senza rappresentanza, a partire dalle sue classi marginali e lavoratrici, a partire dai suoi giovani.
vatore Lucchese
