di Giuliano Laccetti

Le Zone Economiche Speciali (ZES) nacquero in Cina alla fine degli anni ’70 (primi esempi a Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen), istituite nel 1979-80 come territori con una normativa economica speciale rispetto al resto del Paese [1]. I governi locali in queste aree poterono sperimentare politiche più liberali e orientate al mercato: esenzioni fiscali, dazi ridotti, semplificazioni amministrative e l’accesso facilitato a infrastrutture moderne [2]. Queste misure, limitate a territori circoscritti, generarono risultati straordinari. Shenzhen, da villaggio di pescatori, divenne in pochi anni un centro economico di portata mondiale: tra 1980 e 1990 la popolazione cresciuta sei volte, il PIL sessanta volte e la produzione industriale duecento volte [3]. A livello nazionale, le ZES contribuirono a quasi un quarto del PIL, quasi la metà degli investimenti diretti esteri, e circa il 60 % delle esportazioni della Cina [2].

Altro interessante caso, per certi aspetti simile a quello italiano, quello polacco. Istituite nel 1994, le ZES polacche riguardavano e riguardano zone molto limitate, a cominciare da quella dell’Euro-Park Mielec nel 1995 [4]. Il principale obiettivo era favorire lo sviluppo economico delle regioni depresse, attraverso incentivi fiscali e la creazione di posti di lavoro [5].

Come l’Italia, la Polonia opera dentro le regole UE: niente dogane autonome, niente modifiche al diritto del lavoro o alla regolazione degli investimenti, solo agevolazioni fiscali (credito d’imposta) e semplificazioni amministrative. Anche in Polonia le ZES hanno registrato un successo: hanno attirato, infatti, cifre ingenti di investimenti esteri, inclusi grandi nomi come GM, Volkswagen, Toyota, Michelin, LG, Electrolux, Gillette. I dati dimostrano una forte crescita occupazionale: tra il 2005 e il 2015, gli addetti nelle ZES sono passati da 75.000 a 287.000, con investimenti totali pari a quasi 20 miliardi di euro su circa 18.200 ettari. Inoltre, Le ZS di Katowice e Łódź sono state premiate tra le zone più attraenti al mondo, classificatesi rispettivamente 2ª e 8ª secondo fDi Magazine [6].

In linea di principio, le ZES funzionano, e funzionano bene, solo se limitate e ben definite. Solo così, infatti, si riesce a ottenere una concentrazione efficace delle risorse: creare zone speciali isolate consente di canalizzare interventi infrastrutturali, agevolazioni fiscali e strumenti amministrativi in modo mirato, massimizzandone l’efficacia. Applicare le stesse condizioni a un territorio molto ampio rischia di essere dispersivo o, in alternativa, insostenibile. Inoltre, zone compatte favoriscono la concentrazione di industrie simili, generando i cosiddetti “spillover tecnologici”, formazione professionale e efficienza logistica (come dimostrano le esperienze cinesi di Shenzhen e Zhuhai). Ancora, un’area delimitata significa controllo più stretto sull’efficacia delle politiche, evitando distorsioni o sprechi. Il rischio è sempre l’“assuefazione” alle facilitazioni, senza sviluppare strutture durature. Ma a mio avviso è un rischio che va corso. Inoltre, essenziale in alcune regioni e zone del nostro Mezzogiorno, si può riuscire a operare un capillare controllo e efficace controllo sulla legalità, impedendo azioni e/o infiltrazioni della malavita organizzata.

In Italia, le ZES, istituite dal Decreto Sud del 2017, sono state pensate attorno a porti strategici del Sud (Napoli, Salerno, Taranto, Gioia Tauro, ecc. …) con l’obiettivo di attrarre investimenti, innovare e collegare le aree infra-strutturalmente con il retroterra produttivo. Divenute realmente operative nel 2021, con l’istituzione dei commissari e dello Sportello Unico, sono state di fatto integrate nel quadro degli investimenti del Pnrr[11]. E, specialmente a Napoli e in Campania, i risultati sono stati soddisfacenti, incoraggianti. In uno studio di The EuropeanHouse Ambrosetti (TEHA), ad esempio, si riporta che in Campania si è riusciti ad attrarre investimenti per circa 900 milioni di euro (in particolare per i servizi di logistica e della farmaceutica) tramite l’Autorizzazione unica e 1.1 miliardi di euro con lo strumento del credito di imposta, generando una ricaduta positiva sull’occupazione locale per oltre 8.000 persone [7], con un impatto economico totale (diretto, indiretto e indotto) stimato in 23 miliardi di euro di valore aggiunto e circa 20.000 posti di lavoro complessivi. Si rivendica, ancora, l’importanza della ZES anche per lo “sblocco” della “vicenda Whirlpool”, che ha “favorito” l’intervento della TEA Tek (e altri gruppi entrati con vari capitali) di rilevare quello stabilimento di via Argine, nell’immediato retroporto di Napoli della zona est, che era stato chiuso e, anche grazie ad una appassionata e convinta battaglia, di anni, dei circa 300 operai e impiegati, che non hanno mai abbandonato la lotta, appoggiati innanzitutto dalla Fiom e dai partiti della sinistra, avviare un piano di ristrutturazione che comprende anche la  riassunzione dei 300 licenziati [8].

Ma ci sono tutte le altre ZES che, seppure in misura inferiore, hanno ottenuto risultati:

Puglia – ZES Adriatica (Bari–Brindisi): 35 AU rilasciate, circa 333 milioni di euro di investimenti attivati [10];
Puglia/Basilicata – ZES Ionica (Taranto): ZES fondata sul porto di investimenti per 83.1 milioni per l’Adriatica e 108.1 milioni per la Ionica, più circa 1.2 miliardidel Pnrr destinati ai porti del Mezzogiorno (infrastrutture a supporto delle ZES) [11];
Calabria – ZES Calabria (Gioia Tauro): ZES costruita attorno al porto hub di Gioia Tauro; si sono completati interventi logistici come il terminal intermodale (20 milioni) e si è operato tramite sportello unico regionale per le pratiche ZES [12].

Si stima, infine, che, se tutte le altre ZES avessero seguito/seguissero il trend della ZES campana, si sarebbe potenziato/potenzierebbe il valore aggiunto complessivo del Mezzogiorno del 23%, pari a circa 83 miliardi di euro (vedi, oltre i già citati studi di TEHA, anche [9]).

Riassumendo, e, ripetendo in sintesi, dal 2018 al 2023, le ZES nel Mezzogiorno hanno avuto un volto concreto e circoscritto: porti, retroporti, aree industriali collegate a nodi logistici strategici. A Napoli e Salerno, in Campania, il modello funzionava: 900 milioni di euro di investimenti mobilitati tramite Autorizzazione Unica (AU) e 1.1 miliardi con il credito d’imposta, oltre 8.000 nuovi occupati stimati. In Puglia, la ZES Adriatica (Bari–Brindisi) ha rilasciato 35 AU per 333 milioni di investimenti; la ZES Ionica (Taranto) ha visto l’avvio di progetti infrastrutturali e industriali grazie anche a 108 milioni di fondi nazionali dedicati. In Calabria, la ZES Gioia Tauro ha potuto innestarsi sul porto hub più grande del Mediterraneo, con interventi mirati sul terminal intermodale e sulla connessione ferroviaria.

Numeri forse modesti rispetto alle ambizioni dichiarate, ma coerenti con una strategia: concentrare incentivi fiscali e snellimento burocratico dove la logistica e l’industria già dialogano, evitando dispersioni. La ZES non era un “bonus a pioggia”, ma un moltiplicatore: porto + retroporto + AU + credito d’imposta, in un perimetro ristretto e governato da un commissario con poteri effettivi. È lì che la politica industriale si faceva concreta, misurabile, e perfino verificabile nei tempi.

Il governo di destra di Meloni e Salvini (e, all’epoca, Fitto) ha scelto di azzerare questa logica. Con la ZES Unica, dal 1° gennaio 2024, l’intero Mezzogiorno (otto regioni, quasi 130.000 chilometri quadrati) diventa zona agevolata. Una “mappa” che ingloba aree portuali di rilevanza internazionale e terreni agricoli marginali, distretti produttivi e aree interne, grandi città e periferie. È un’operazione che, sul piano economico, diluisce l’efficacia degli incentivi fino a renderli un indistinto rumore di fondo.

Il credito d’imposta, strumento principe delle ZES, è infatti per sua natura limitato: una platea enormemente allargata significa meno concentrazione di risorse su progetti strategici, più concorrenza interna tra territori del Sud, e la possibilità concreta che i fondi finiscano in micro-interventi non in grado di spostare gli equilibri industriali. La stessa Autorizzazione Unica perde mordente: con perimetri smisurati, il “fast track” autorizzativo rischia di essere ingolfato da richieste eterogenee, senza la forza di una regia logistica e industriale. L’allargamento indiscriminato finisce per livellare verso il basso. Appare chiaramente, quella della ZES unica, una operazione politica. Alla fine, infatti, è una scelta che sostituisce la politica industriale con il marketing politico. L’annuncio di una “grande ZES del Sud” suona bene, specie in campagna elettorale. Ma il prezzo è la perdita di precisione chirurgica che le ZES portuali avevano iniziato a costruire. Il modello “Campania” (AU rapida, porto come attrattore, credito d’imposta concentrato) mostrava che il Sud può attrarre investimenti se la leva è mirata e territoriale.Con la ZES Unica, è difficile se non impossibile che i numeri si “ripetano”, e non certo per colpa del Sud, ma perché la politica ha scelto la “mappa” piena invece del bersaglio centrato. E nell’economia reale, le agevolazioni sparse come coriandoli non fanno massa critica: evaporano. Passare da poche migliaia di chilometri quadrati, a voler “avvantaggiare” un territorio di milioni di chilometri quadrati, significa rinunciare a qualsiasi vantaggio competitivo e trasformare lo strumento in un’operazione di pura propaganda, tipica di un governo che preferisce moltiplicare i “titoli” dei provvedimenti anziché la loro efficacia. Così, la ZES rischia di diventare un gigantesco cartellone elettorale: grande abbastanza da essere sbandierato, ma troppo diluito per cambiare davvero il destino del Sud.

A parità di risorse, l’allargamento territoriale comporta ovviamente maggiore concorrenza interna e minore concentrazione su nodi logistici strategici; quando invece si aumenta la dotazione(cosa in effetti avvenuta nel 2024, quando, a fronte del grande aumento di richieste, il governo ha alzato la dotazione da 1.8 miliardi iniziali, a circa 3.4 miliardi, per poter “rispondere” a tutte [13]), si copre la domanda ma non si ottiene automaticamente lo stesso effetto “leva” dei modelli portuali compatti (Campania/Adriatica), dove pipeline e governance sono sul pezzo e i progetti sono cantierabili. I dati ufficiali consentono dunque un confronto: l’individuazione di pochi luoghi mirati consente più investimenti per luogo; avere come target tutto il Sud comporta più beneficiari, importi medi più piccoli e meno “massa critica” per nodo [7, 8, 10, 14, 15].

Finisce qui? Noo!

In data 4 agosto 2025, il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge per estendere la Zona Economica Speciale Unica per il Mezzogiorno alle regioni Marche e Umbria [16]. Le Marche e l’Umbria, classificate come “regioni in transizione” secondo la normativa europea, potranno beneficiare dei medesimi incentivi fiscali e semplificazioni già previsti per l’Abruzzo. Il Governo ha chiarito che questa estensione non comporterà alcuna penalizzazione per le regioni del Mezzogiorno, né tagli di risorse; l’intento è parificare le condizioni delle regioni centrali in transizione, estendendo uno strumento giudicato efficace.

A mio modesto avviso l’allargamento a Marche e Umbria delle agevolazioni ZES ne riduce l’efficacia, diluisce ancora una cosa… già molto diluita (come ho cercato di spiegare in precedenza).

Le ZES funzionano al meglio quando circoscritte a aree con forte potenziale economico o infrastrutturale (es. porti, distretti industriali). Una zona troppo estesa e eterogenea rischia di disperdere risorse, incentivi e attenzione, diluendo la capacità di creare effetti moltiplicativi e cluster efficaci. Già ampiamente argomentato e dimostrato.

Un territorio più ampio e con condizioni diversificate implica un coordinamento più complesso. La gestione efficace richiede supervisione attenta: estendere la ZES unica su troppi fronti ne può complicare il monitoraggio, l’efficacia degli interventi e la rapidità decisionale.

Le regioni “in transizione” (Marche e Umbria) hanno necessità e fabbisogni diversi tra loro. Le Marche, ad esempio, hanno problemi infrastrutturali legati alla loro posizione geografica, mentre l’Umbria affronta altre sfide strutturali. Aggiungere entrambe nello stesso piano rischia di appiattire interventi, anziché adattarli alle caratteristiche distintive di ciascuna.

Lo spirito originario delle ZES era quello di valorizzare realtà locali selezionate (come avveniva in Cina o per i porti del Sud Italia) tramite incentivi mirati. Con il superamento di questa logica a favore di una macroarea (ora comprensiva anche del Centro Italia), si rischia di replicare strumenti “one-size-fits-all” poco flessibili alla realtà locale.

Tra pochi mesi si vota per il rinnovo del Consiglio regionale e del Presidente della Regione Marche: l’annuncio governativo sa tanto di propaganda elettorale. Alla Camera, deputati di opposizione hanno esplicitamente e “provocatoriamente” chiesto al governo, a Meloni, di istituire immediatamente la ZES per le Marche, a scanso di … ripensamenti, in caso di riconferma del centro-sinistra alla guida della regione! Non credo sarà così, il ddl deve essere ancora presentato alle Camere! Però, si conoscono già i contenuti. Ad esempio quelli relativi … ai finanziamenti. Nell’art. 4 c. 1 del ddl, secondo quanto riportato da PMI News [18], si stabilisce:

ART. 4
1. Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono all’adempimento dei compiti derivanti dall’attuazione della presente legge con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

Quando in un provvedimento si scrive la formula “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” o “invarianza di spesa”, significa che lo stanziamento complessivo rimane quello già previsto. Se si aumentano i beneficiari (più territori, più imprese) senza aumentare la dotazione, ci sono due possibilità:

  1. Ripartire la stessa torta in più fette → ogni regione riceve meno risorse per progetto, meno incentivi per impresa, meno margini di spesa per infrastrutture locali.
  2. Allungare i tempi di erogazione → gli interventi si fanno, ma diluiti e spalmati negli anni, riducendo l’impatto immediato.

In entrambi i casi, la conseguenza è che le regioni del Mezzogiorno non avranno più la stessa massa critica di risorse per unità di territorio o per progetto che avevano prima dell’allargamento. Questo è il contrario della logica originaria delle ZES “piccole”: lì la concentrazione delle risorse e degli incentivi su un’area delimitata serviva a produrre un effetto visibile e accelerato. Allargando la platea e lasciando invariati i fondi, si trasforma lo strumento da “potente acceleratore” a incentivo generico, annacquato. In più, l’invarianza di spesa obbliga la struttura amministrativa centrale (Commissario ZES e Ministeri competenti) a gestire più territori con lo stesso personale e la stessa capacità operativa. Anche questo comporta meno attenzione e meno rapidità nelle procedure autorizzative e nei controlli per i progetti del Sud.

Quando il Governo annuncia che l’estensione della ZES Unica alle Marche e all’Umbria “non penalizzerà il Sud” perché avverrà “senza nuovi o maggiori oneri per lo Stato”, sta semplicemente giocando con le parole. L’invarianza di spesa significa che la dotazione resta identica a prima: stessa torta, più commensali. Se prima le risorse erano concentrate su otto regioni, ora andranno divise per dieci. Risultato: meno fondi per progetto, meno incentivi per impresa, meno margine per realizzare infrastrutture strategiche. E questa non è un’interpretazione, è aritmetica.La retorica del “nessuna penalizzazione” è il classico paradosso della politica economica all’italiana: allargare i benefici a tutti, senza aumentare i mezzi, non è inclusione, è diluizione. Le ZES funzionano quando concentrano investimenti e incentivi in aree mirate, creando effetti rapidi e visibili. Estenderle a macro-zone sempre più vaste, senza un euro in più, significa annacquarle fino a renderle indistinguibili da un generico regime fiscale agevolato. In altre parole: un’altra occasione per il Sud trasformata in messaggio elettorale.

Ma cerco di essere un po’ più preciso: facciamo il confronto tra situazione attuale (solo Mezzogiorno) e dopo estensione (Mezzogiorno + Marche + Umbria), usando gli stanziamenti ufficiali e vedendo quanto si riduce la “quota potenziale” per le regioni meridionali.

Se il fondo rimane di 2.2 miliardi e si estende la platea a Marche e Umbria, il Sud avrà inevitabilmente meno risorse pro-capite e per territorio. In numeri semplici: per ogni 100 euro di agevolazioni disponibili prima, ce ne saranno, dopo l’approvazione del ddl,soltanto 89-90.

Se il governo di destra di Meloni dice che “nessuna regione perde un euro”, sarà anche vero, ma si tratta di un artificio verbale e contabile, perché il calo, vero, non è assoluto, ma è relativo, e la verità è che si diluisce l’efficacia dell’incentivo, e le imprese meridionali dovranno contendersi fondi con nuovi beneficiari.

La ZES, come dimostrano le esperienze cinesi (e polacche e, in parte, quelle piccole e di breve durata, italiane) è un pregevole e chirurgico strumento per migliorare lo sviluppo economico, sociale, civile di un territorio; se esteso a territori di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, si capisce come, davvero, non serva quasi a niente: tranne che a fungere da grancassa e propaganda per un governo, per altri versi incapace, che lavora non tanto per il bene del Paese, ma per continuare ad avere consensi elettorali, ingannando cittadini ed elettori.

Bibliografia

[1] Enciclopedia Treccani online, https://www.treccani.it/enciclopedia/zes_%2528Dizionario-di-Storia%2529/  (sito consultato il 14 agosto 2025).

[2] AA.VV., Special Economic Zones (SEZs): Lessons from China’sTransformative Experience, CRA Global Development, 2025, https://craglobaldevelopment.com/the-ingredients-for-successful-special-economic-zones-lessons-from-china/ (sito consultato il 14 agosto 2025).

[3] AA.VV., Special economic zones of China, https://en.wikipedia.org/wiki/Special_economic_zones_of_China (sitpconsultato il 14 agosto 2025).

[4] Special Economic Zones in Poland – Invest in Poland, 2020,
https://invest-in-poland.eu/special-economic-zones-in-poland/ (sito consultato il 14 agosto 2025).

[5] Raimondo Fabbri, “La strategia polacca nel Mar Baltico e nel cuore dell’Europa. ZES ed infrastrutture per un nuovo protagonismo”, in Geopolitica, vol. XII, n. 2/2023,
https://www.geopoliticarivista.it/2024/02/19/geopolitica-vol-xii-n-2-2023-lo-sviluppo-costiero-e-le-zone-economiche-esclusive/ (sito consultato il 14 agosto 2025).

[6] Naomi Davies, fDi’s Global Free Zones of the Year 2019 – the winners, fDi Intelligence Magazine, 8 luglio 2020,
https://www.fdiintelligence.com/content/0110d4a2-005f-5263-8b24-4b102adbfd73 (sito consultato il 14 agosto 2025).

[7] Cetti Lauteta, La Zona Economica Speciale (ZES) Campania e Calabria. Risultati raggiunti e Sfide aperte, The European House Ambrosetti, 2023,
https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&id=19251&doc_player=1(sito consultato il 14 agosto 2025).

[8] AA.VV., La Zona Economica Speciale (ZES) Campania e Calabria. Policy Brief, The European House Ambrosetti, 2023,
https://www.ambrosetti.eu/site/get-media/?type=doc&id=19252&doc_player=1 (sito consultato il 14 agosto 2025).

[9] Claudio Celio et al., “Zes Unica, per il Sud un potenziale da 83 miliardi di euro”, in Il Sole 24 Ore, 8 nov 2023,
https://www.ilsole24ore.com/art/zes-unica-il-sud-potenziale-83-miliardi-euro-AF3hLvXB (sito consultato il 14 agosto 2025).

[10] Valerio De Molli et al., La Strategie Europea per una Nuova Stagione Geopolitica, Economica e Socio-Culturale del Mediterraneo, The European House Ambrosetti, 2025,  https://group.intesasanpaolo.com/content/dam/portalgroup/repository-documenti/eventi-e-progetti/progetti/PaperVersoSud2025.pdf (sito consultato il 14 agosto 2025).

[11] Assonime, Le Zone Economiche Speciali in Italia: le ZES regionali e interregionali (2017-2023) e l’introduzione della nuova ZES Unica, 2023,
https://www.astrid-online.it/static/upload/asso/assonime_note-e-studi-6—2023.pdf (sito consultato il 14 agosto 2025).

[12] Francesco Rao, Santo Strati (a cura di), Gioia Tauro. Fronte del Porto, Calabria.Live, 23 febbraio 2021, https://www.portodigioiatauro.it/files/upload/PortaleNews/allegati/calabria%20live-special-gioia-zes-compressed.pdf (sito consultato il 14 agosto 2025).

[13] Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri n. 91 del 7 agosto 2024,
https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-del-consiglio-dei-ministri-n-91/26440 (sito consultato il 14 agosto 2025).

[14] Corte dei Conti, Investimenti Infrastrutturali per le Zone Economiche Speciali (ZES), 2022,
https://www.corteconti.it/Download?id=72025891-50c5-4764-82b5-b8075b0ba6ac (sito consultato il 14 agosto 2025).

[15] AA.VV., “Sud, Palazzo Chigi: 6.885 richieste Zes unica per 2,5 miliardi”, in il denaro.it, 13 dicembre 2024,
https://www.ildenaro.it/sud-palazzo-chigi-6-885-richieste-zes-unica-per-25-miliardi/ (sito consultato il 14 agosto 2025).

[16] Comunicato CdM n. 138 del 4 agosto 2025,  https://www.nomoscsp.com/cdm/comunicato-cdm-n-138-del-4-agosto-2025.html (sito consultato il 14 agosto 2025).

[17] Redazione Economia, “Zes Marche-Umbria, così il Centro Italia diventa Mezzogiorno: ecco cosa cambia”, in Corriere della Sera, 5 agosto 2025, https://www.corriere.it/economia/aziende/25_agosto_05/zes-marche-umbria-cosi-il-centro-italia-diventa-mezzogiorno-ecco-cosa-cambia-6fe44160-ef82-41e2-ac69-eb3f4aa97xlk.shtml (sito consultato il 14 agosto 2025).

[18] DDL Disposizioni per il rilancio economia Umbria e Marche, 2205, 
https://pminews.eu/2025/08/04/cdm-ddl-rilancio-economia-umbria-e-marche-il-testo/?utm_source=chatgpt.com (sito consultato il 14 agosto 2025).

 

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