di Antonio Salvati
Il giorno 13 luglio 2022 la Corte di Assise di Caltanissetta emise – nel disinteresse generale e dopo un lunghissimo iter giudiziario – una “storica” sentenza. Due funzionari di polizia, ormai a fine carriera – accusati di aver “depistato” le indagini sull’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, il 19 luglio 1992 – furono dichiarati colpevoli del reato a loro imputato, ma senza l’aggravante di aver favorito la mafia. Pertanto, i reati furono “prescritti”. In tal modo, il più grande depistaggio della storia italiana resta senza colpevoli puniti penalmente: Mario Bo e Fabrizio Mattei (il primo funzionario di polizia, l’altro ispettore della Mobile di Palermo tutti in forza al gruppo Falcone Borsellino) hanno depistato le indagini su via D’Amelio, ma non nell’interesse di Cosa Nostra. Il terzo, Michele Ribaudo, anch’esso poliziotto, è stato assolto. Ritornò sotto i riflettori investigativi la vicenda del pentito Vincenzo Scarantino, per il quale la Corte ha deciso di rinviare gli atti in procura, per procedere per calunnia. Dunque, la Corte d’assise di Caltanissetta, dichiara prescritto il reato di calunnia per Bo e Mattei, assolvendo Michele Ribaudo, accusati di avere messo in piedi la grande impostura del falso pentito Scarantino, seguita alla strage di via D’Amelio, che cambiò il corso della nostra storia recente aprendo con il tritolo le porte alla seconda repubblica. Per la Procura i tre poliziotti erano stati protagonisti di un «pressing fatto di minacce, anche psicologiche, maltrattamenti e manomissioni di prove» per indurre Scarantino a depistare le indagini, accollandosi la responsabilità della strage; lo avrebbero fatto, per il PM, obbedendo alle direttive del questore Arnaldo La Barbera, morto vent’anni fa, con cui i tre imputati avrebbero avuto un forte rapporto fiduciario «che rende concreta l’ipotesi che abbiano avuto la reale rappresentazione degli scopi sottesi delle condotte poste in essere», ha ribadito in aula il PM Stefano Luciani che nel corso della requisitoria ha contestato all’ispettore Mattei di avere mentito quando ha disconosciuto la paternità degli appunti fatti leggere a Scarantino, secondo l’accusa, per indottrinarlo. Tutti questi nomi oggi non dicono più niente. Tuttavia, hanno rappresentato parti di uno dei più grandi inganni organizzati a danno dei fondamenti del vivere civile, ovvero la fiducia nelle nostre istituzioni fondamentali, quali la magistratura, la polizia, i carabinieri, per non parlare della cosiddetta classe politica. Una storia lunga trent’anni, sconosciuta per venticinque e poi timidamente emersa, fino a diventare, per gli addetti ai lavori, un simbolo, un “caso di studio”, inzeppato di superlativi: il «più grande depistaggio», «il colossale depistaggio», «il maggior depistaggio della storia giudiziaria italiana».
Enrico Deaglio, uno dei pochi giornalisti italiani ad aver raccontato questa vicenda terribile e incredibile nei suoi più minuti dettagli, ha ricostruito il depistaggio con cui agenti di polizia e magistrati costruirono e portarono a sentenza una versione falsa sui responsabili. Prima con il libro Il vile agguato. Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna (Feltrinelli 2012 pp. 176 € 10,00, poi con Qualcuno visse più a lungo. La favolosa protezione dell’ultimo padrino (Feltrinelli 2022 pp. 128 € 14,00). Successivamente con il volume Il depistaggio perfetto (UTET 2023 pp. 288 € 19,00). Quando, il 19 luglio del 1992, un’autobomba distrusse via D’Amelio a Palermo uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, il depistaggio che mirava a nascondere colpevoli e mandanti era già iniziato. E sarebbe continuato per più di vent’anni.
La parola “depistaggio”, in genere espressione gergale tipica del mondo della malavita o dello spionaggio, è diventata parte del linguaggio ufficiale e codificata dall’articolo 375 del Codice penale, che il Parlamento ha approvato recentemente nel 2017. La nuova fattispecie di depistaggio si presenta come un reato proprio e si declina in due differenti ipotesi che, in assonanza con il linguaggio utilizzato nella descrizione di altri delitti contro l’amministrazione della giustizia, si possono definire di depistaggio materiale – in sintesi, consistente nell’immutazione di luoghi, cose o persone connessi al reato – e di depistaggio formale – consistente in una falsa dichiarazione alla Autorità giudiziaria o alla polizia giudiziaria. Delle due ipotesi, ad apparire più problematica è quella di depistaggio materiale. Evidentemente, la legge è figlia del suo tempo. La qualificazione del “depistaggio” come reato è figlia di un preciso fatto storico, forse il più grave atto terroristico avvenuto nell’Italia del dopoguerra: la strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, per cui sono stati condannati all’ergastolo come esecutori tre membri dell’organizzazione di estrema destra NAR (Nuclei di Azione Rivoluzionaria) per conto dei vertici dell’eversione di destra. Per proteggere i mandanti (gli autori furono arrestati abbastanza facilmente), le indagini vennero “depistate”, ovvero vennero inventati altri moventi, altri dati di fatto, altri alibi. Per esempio, si ipotizzò una pista internazionale che legava la strage alla Libia del colonnello Gheddafi, oppure all’attività del terrorismo palestinese; una pista europea, una pista francese, una pista tedesca.
Fu per Bologna che la parola “depistaggio” cominciò a diventare popolare. Nel mondo delle parole, prima, era – spiega Deaglio – sinonimo di complotto, insabbiamento, intimidazione, omertà istituzionale, mistero, accompagnato da un certo fatalismo italiano sulla realtà del potere, della sua burocrazia e della sua retorica. Dopo, «si cominciò a considerare una possibilità piuttosto difficile da digerire: e cioè che il Potere (o lo Stato, o comunque lo si voglia chiamare) adotta gli stessi metodi della malavita o della criminalità che combatte. Il “depistaggio”, infatti, è considerato assolutamente normale da parte dei “cattivi”. È nella loro natura: i malviventi, i gangster, i criminali organizzati fanno il loro mestiere: studiano i loro colpi, si preparano gli alibi, ammazzano chi si mette di traverso, liquidano i testimoni scomodi, corrompono i giudici, pagano i periti per dire il falso. Ora si scopre che lo Stato (o comunque lo si voglia chiamare) fa esattamente le stesse cose. Nella storia di Italia l’arte del depistaggio si insinua fin dagli albori della repubblica».
Un altro grande depistaggio fu la strage di piazza Fontana. Oggi, a distanza di oltre cinquantacinque anni, sappiamo che la bomba alla banca dell’agricoltura che il 12 dicembre 1969 causò diciassette morti fu collocata da una cellula di Ordine nuovo finanziata dall’ufficio Affari riservati del Viminale. All’epoca avvenne un depistaggio programmato. Fu immediatamente indicata la pista anarchica, Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli erano i colpevoli. Fu un caso che cambiò l’Italia.
Cinque anni dopo, il 28 maggio 1974, a Brescia, in piazza della Loggia, durante una manifestazione antifascista fu fatta esplodere una bomba in un cestino della spazzatura causando la morte di otto persone e il ferimento di 102. Si cominciò da subito a inquinare le prove e questa volta i falsi colpevoli si trovarono negli ambienti eversivi di destra. Fu dopo questi eventi che Pasolini scrisse per il “Corriere della Sera” l’articolo Io so. Quasi cinquant’anni dopo si è riaperto il processo, grazie alle attività dei familiari e al lavoro di recupero e condivisone dati dell’associazione Casa della Memoria, che ha ottenuto e messo a disposizione una serie di informazioni.
Queste storie provano – secondo Deaglio – che l’Italia è un Paese che vive nei depistaggi, «è un humus che frequentiamo da quando è nata la repubblica e ci ha reso inclini a esser scettici e non fiduciosi sulla possibilità di raggiungere una verità. Ma non abbiamo l’esclusiva». La storia moderna si è praticamente retta sul depistaggio. I depistaggi che hanno cambiato la storia. Pensiamo al noto Affaire Dreyfus. Siamo nel 1894, Parigi. La Francia attraversa un periodo assai difficile, e venticinque anni prima ha assistito alla sua sconfitta più umiliante: a conclusione della guerra con la Prussia, del 1870, l’esercito francese, che fu di Napoleone I, e poi di Napoleone III, ha ceduto di schianto all’invasore, lo ha visto sfilare sotto l’arco di trionfo di Parigi, ha dovuto cedere le sue regioni più ricche, l’Alsazia e la Lorena, e pagare astronomici danni di guerra. Inoltre, l’anno seguente, i prussiani hanno dato una mano nel sopprimere senza pietà la Comune di Parigi, la prima utopia anarchico socialista nel cuore dell’Europa. In un paese diviso tra monarchia e repubblica, riforme o reazione, laicismo o cattolicesimo, il sentimento nazionale è unito intorno a una parola: la revanche, la rivincita, ovviamente contro gli odiati tedeschi. La politica produce scandali in continuazione, la borghesia viene attratta in speculazioni finanziarie fallimentari, come quella della società per la costruzione del canale di Panama. Inevitabilmente, la voglia di trovare dei colpevoli è grande: nell’esercito, nella politica, nei traditori interni. Fu così, che a Parigi, il 26 settembre 1894, la vedova Bastian, impiegata come donna delle pulizie, donna apparentemente ottusa e analfabeta (in realtà “l’agente Auguste” dei servizi segreti francesi) ispeziona, come al solito, il cestino della carta straccia dell’ufficio dell’addetto militare dell’ambasciata tedesca a Parigi e consegna, come al solito, nella penombra della chiesa di Sainte Clotilde, quello che ha trovato. Questa volta è un foglio appallottolato che passa al suo referente, il maggiore Hubert Joseph Henry, del controspionaggio militare. Nel foglio (passato alla storia come il bordereau, la “distinta”) sono indicati cinque segreti militari dell’esercito francese che un anonimo ufficiale dell’esercito francese ha offerto al nemico, il colonnello tedesco von Schwartzkoppen. Il resto della storia è noto. Émile Zola, scrittore e giornalista francese e convinto innocentista nel caso Dreyfus, di fronte all’arroganza dell’esercito e alla diffusione della stampa antisemita che approfitta dell’affaire Dreyfus per chiedere la “pulizia etnica” in Francia, scrive su “L’Aurore” un suo editoriale, con un titolo forte: J’accuse, dove si attaccano frontalmente i militari, i loro falsi, la loro persecuzione (i capi di imputazione sono molto dettagliati) e si chiede l’intervento del presidente della repubblica. Zola sa bene a che cosa va incontro. Zola fu denunciato e dovette fuggire in Inghilterra per sfuggire all’arresto. Ma J’accuse resterà come il primo segno fondamentale, in epoca moderna, del potere dell’opinione pubblica, dei diritti e dei doveri degli intellettuali, della forza della libertà di stampa. Il capitano Dreyfus venne infine liberato, ma quello che vide succedere un giornalista ebreo ungherese, Theodor Herzl, lo convinse della necessità per gli ebrei di lasciare la Francia, e tutto il resto d’Europa, per costruirsi una patria in Palestina. Chiamò il suo movimento, “sionismo”, dal nome di Sion, la collina che domina Gerusalemme. Una storia da cui si capisce come un depistaggio compiuto su un foglietto appallottolato in un cestino della carta straccia possa essere enorme.
Come non far cenno all’omicidio di John Kennedy a Dallas, Texas, il 24 novembre 1963 mentre percorreva il centro della città a bordo di una Cadillac scoperta. Il “presunto omicida” fu James Lee Oswald dalla finestra al quinto piano di un edificio. Mentre veniva condotto in carcere, davanti alle telecamere, venne raggiunto da un colpo di pistola sparato da Jack Rubinstein che morirà di cancro pochi anni dopo. L’impatto dell’omicidio Kennedy – in diretta – fu enorme in tutto il mondo. L’uomo più potente del mondo risultava non essere adeguatamente protetto e poteva essere ucciso da una “persona qualunque”. Apparve a tutti evidente che l’uccisione di Oswald era accaduta per chiudergli la bocca, per evitare che rivelasse i nomi dei suoi complici e dei suoi mandanti. Praticamente, il potere era – sottolinea Deaglio – in grado di uccidere sè stesso. Oppure, un altro potere era in grado di uccidere il potere ufficiale.
Avviciniamoci ai nostri giorni. Il 20 marzo 2003 inizia l’operazione Shock and awe (Colpisci e terrorizza) e sulla capitale dell’Iraq vengono scaricate una quantità di bombe che l’umanità avesse mai messo insieme. Contemporaneamente 260.000 uomini, in massima parte americani ed inglesi, erano pronti ad invadere l’Iraq. Quella guerra, tra le prime dieci tragedie del mondo, scaturì da un’impostura. Tutto iniziò – com’è noto – l’11 settembre 2001 quando venne messo a segno il più spettacolare e grande attentato della Storia moderna. La CIA s’inventò che l’Iraq stava preparando la bomba atomica e produsse prove su prove, tutte false. Il Segretario di stato Colin Powel all’ONU agitò la famosa fialetta, piena di una polverina bianca. Abboccarono tutti, tranne la Francia di Jacques Chirac. Pochi ricordano che gli USA di Bush volevano deporre Saddam Hussein non solo per il pericolo che rappresentava, ma per “esportare la democrazia” nel Medio Oriente. Sappiamo come finì. Fu il disastro dell’America, di quell’America. La democrazia non arrivò, anzi a conquistare l’Iraq arrivarono gli odiati sciiti di Teheran. Anni dopo, Powel ammise, con dolore. Accusò la CIA di averlo ingannato. Morirà di Covid nel 2021. Non lasciò libri di memorie.
Torniamo alle stragi mafiose. A trent’anni di distanza la verità non è ancora emersa. La verità ufficiale è che Giovanni Falcone sia stato ucciso per vendetta dei corleonesi. Come abbiano fatto dei contadini di scarsissima istruzione – si chiede Deaglio – a programmare ed eseguire uno degli attentati più complessi dell’era moderna. I magistrati hanno creduto alla ricostruzione dei fatti presentata dalla polizia e da una schiera numerosa di “pentiti” che hanno fornito i “riscontri” alle intuizioni dei giudici. Altre piste alternative, «nonostante fossero evidenti come macigni non hanno trovato la forza giudiziaria per emergere. O meglio, sono state soffocate». E Deaglio ne ha elencate alcune.
Cosa è stato il depistaggio? «Null’altro che la sostituzione di una verità paurosa con una verità più dolce e accettabile. Perché rischiare di mettere in discussione, dalla reputazione di chi aveva appena vinto le elezioni alla credibilità degli ultimi baluardi dello stato rimasti in piedi nella tempesta di quegli anni, solo per arrivare a una ricostruzione corretta, ma anche presumibilmente, atroce e disgustosa? Non era meglio trovare un’altra spiegazione, altri colpevoli, convincere il popolo che i suoi rappresentanti eletti, nonché lo Stato tutto, erano bravi, buoni e facevano i suoi (del popolo) interessi?»
