di Antonio Salvati
Ero poco meno di un adolescente quando durante la notte del 16 aprile 1973 a Primavalle – quartiere periferico di Roma dove sono cresciuto – si consumò un terribile eccidio in cui morirono Virgilio Mattei, 22 anni, e suo fratello Stefano, 10 anni, arsi vivi a causa di un incendio appiccato da tre esponenti di Potere Operaio (che confesseranno parecchi anni dopo), noto gruppo della sinistra extraparlamentare italiana, dinanzi l’abitazione della famiglia Mattei, il cui capofamiglia Mario era il segretario della sede locale del MSI.
La tragica vicenda – divenuta nota con il nome di rogo (termine che evoca l’esecuzione di streghe ed eretici tra le fiamme e dell’intolleranza ideologica) di Primavalle – è stata ricostruita dalla studiosa inglese Amy King Politica e martirio. Il rogo di Primavalle tra storia e memoria (Donzelli, pp. 266 € 28). Il “rogo di Primavalle” divenne una sorta di spartiacque nella storia della violenza politica in Italia. Per la sinistra rappresentò la fine dell’innocenza; per il MSI e successivamente per i gruppi neofascisti l’inizio della costruzione di una narrazione e di una retorica intrecciata di sacrificio e martirio. Il libro di King, esperta di memory studies, è anche una riflessione sull’utilizzo della memoria.
Per lo storico Alessandro Portelli la memoria non è una cosa sola. Nella prefazione afferma che «esiste una memoria che consola e una memoria che disturba, una memoria che afferma e una memoria che nega: una memoria-monumento, che serve a confermare l’identità di eroe o di vittima che ti sei costruito, e una memoria-disturbo che la mette in difficoltà, una memoria-inciampo che ci impone ricordi rifiutati come le Stolpersteine (pietre d’inciampo) – che infastidiscono chi cammina inconsapevole sui marciapiedi delle nostre città e non a caso sono sistematicamente ingiuriate e vandalizzate».
Per gli antifascisti e per gli eredi della nuova sinistra degli anni Settanta la memoria “rogo di Primavalle” disturba. Ci volle tempo per capire che cosa fosse veramente successo quella notte a Primavalle. Con sincerità Portelli afferma: «io non ci volevo credere. E non ero il solo». In tanti, dopo l’assassinio di Pinelli e la strage di piazza Fontana, pensavano che «un compagno non può averlo fatto». In fondo, quel tipo di violenza – si pensava – non ci apparteneva. Pinelli era innocente davvero, piazza Fontana è stata davvero una strage fascista. E invece a Primavalle dei “compagni” l’avevano fatto.
In realtà, ingenuamente non si percepiva ancora consapevolmente che ci accingevamo a vivere un decennio – gli anni Settanta – in cui si registrò una impressionante diffusione della violenza politica. Con elaborazioni teoriche atte a giustificarne legittimità e necessità, essa iniziò ad entrare nel repertorio delle forme d’azione di sempre più numerosi attori collettivi. Il fenomeno raggiunse poi le sue manifestazioni più esasperate nelle formazioni dedite alla lotta armata sovversiva. Peculiare del contesto politico e sociale italiano fu, inoltre, il simultaneo passaggio alla lotta armata da parte di attori di orientamento tra loro diametralmente opposto, così da dare luogo ad un duplice fenomeno: un terrorismo stragista di orientamento prettamente reazionario (vedi appunto Piazza Fontana) da un canto e uno eminentemente antisistema e mosso da finalità antirivoluzionarie dall’altro. Nella prima metà degli anni Settanta ci fu una certa reticenza e lentezza a riconoscere l’azione di formazioni politiche di sinistra impostate sulla lotta armata sovversiva che erano di fatto entrate a far parte dello “spirito dei tempi”.
Più facile da riconoscere era il terrorismo stragista di matrice reazionaria, che non presentava ambiguità nel presentarsi sulla scena sociale. Giova ricordare che quattro giorni prima dell’assassinio dei fratelli Mattei c’era stata la morte dell’agente di polizia Antonio Marino in occasione di una manifestazione, “il giovedì nero di Milano”, promossa dal MSI e guidata dal capo della rivolta di Reggio Calabria Ciccio Franco. Dieci giorni prima del rogo di Primavalle sul treno Torino-Roma un terrorista fascista voleva azionare una bomba di un chilo di Tnt e fortunatamente il detonatore gli esplose tra le mani e si evitò una strage di centinaia di persone.
Amy King ricorda la robusta campagna innocentista condotta dopo l’eccidio non solo da gruppi e organi politicamente vicini ai responsabili, ma anche da media moderati e di centro, come Il Messaggero – all’epoca quotidiano molto influente e diffuso nella capitale – e altri. Erano ancora i tempi dell’arco costituzionale, dell’antifascismo come tessuto unificante della Repubblica democratica. Potremmo dire che l’idea dei compagni come innocenti perseguitati – portata avanti da diversi rappresentanti della sinistra – apparteneva allo stesso paradigma vittimario dei neofascisti. Oggi – sottolinea Portelli – non sarebbe così.
Parallelamente si sviluppa un’altra narrazione, o meglio un’altra memoria, «la memoria-monumento, consolatoria e aggressiva, dei fascisti e della destra. Con una componente di manipolazione, ma soprattutto fondata su una solida convinzione, la memoria di destra fa dell’uccisione dei fratelli Mattei un caposaldo della rappresentazione di sé come vittime ed emarginati (…) paradossalmente complementare all’altra autorappresentazione del fascismo come potenza, virilità, dominio». La costruzione del martire è anche un modo per appropriarsi di una vicenda specifica riportandola a un significato generale: «ed ecco che i fratelli Mattei non diventano solo simboli della violenza comunista sulle vittime di destra, ma anche iconici caduti “italiani”, continuatori di una ininterrotta tradizione di vittimismo nazionalistico, dalla “grande proletaria” alle “inique sanzioni”, alle foibe».
Il libro di King è, quindi, sulla memoria di un attentato terribile e tragico a una famiglia di destra e sul modo in cui l’estrema destra si è fatta carico fi tenere viva quella memoria nel mezzo secolo trascorso da allora. La memoria è stata per molto tempo la linfa vitale dell’estrema destra in Italia. La King analizza i modi con cui è stato ricordato il rogo di Primavalle e le varie rivisitazioni dell’estrema destra per ravvivare la memoria, conferendole sfumature attuali e nuovi significati per assicurarne la longevità. «L’estrema destra non dimentica mai». Un libro, pertanto, per comprendere il ruolo emotivo svolto dalla memoria, nel costruire la nuova generazione di neofascisti e nel sostenere un’ideologia pericolosa, la cui minaccia è più forte di quanto non sia mai stata nell’Italia postbellica.
Il MSI e soprattutto Giorgio Almirante fecero leva sul potere emotivo dell’idea di martirio inquadrando le morti, soprattutto le vittime di Primavalle, come atti di sacrificio. Identificando i primi stadi di una sacralizzazione della politica che non a caso toccò l’apice sotto il fascismo, lo storico Emilio Gentile scrisse: «La simbologia cristiana morte e della resurrezione, la dedizione alla nazione, la mistica del sangue e del sacrificio, il culto degli eroi e dei martiri, la “comunione” del cameratismo divennero gli ingredienti per formare una nova “religione della patria”». Fin dagli esordi il MSI fu diviso dal punto di vista politico (una parte di esso non voleva assolutamente affrettare il ritorno al fascismo), ideologico e anche geografico. Non disponendo di importanti risorse economiche, si ingegnò in tanti modi per poter sviluppare una efficace propaganda. Fino al 1973, la violenza politica si era limitata in buona parte alle strade, ai trasporti pubblici o agli spazi pubblici.
La situazione cambiò col rogo di Primavalle, quando la violenza politica varcò i confini dello spazio familiare. Le morti di Stefano e Virgilio Mattei alla finestra della loro casa, «la soglia letterale fra spazio pubblico e privato, trasformò in testimoni della loro morte coloro che invitavano i due ragazzi a buttarsi giù per mettersi in salvo». Questa tragedia privata – e di sensazione di spettacolo pubblico – fu immortalata come molti ricorderanno nella fotografia scattata da Antonio Monteforte al corpo di carbonizzato di Virgilio dentro la finestra bruciata. La sua riproduzione in tutta la stampa nazionale diffuse la notizia oltre Roma, come monito sulle conseguenze funeste che aveva la violenza dell’estremismo politico.
I fratelli Mattei non diventano solo simboli della violenza comunista sulle vittime di destra, ma – come sottolinea Portelli – «anche iconici caduti “italiani”, continuatori di una ininterrotta tradizione di vittimismo nazionalistico, dalla “grande proletaria” alle “inique sanzioni”, alle foibe». La narrazione martirologica del MSI – il corpo del giovane morto e il dolore patito erano componenti importanti di questa retorica emotiva – compensava ciò che si diceva comunemente sulla violenza esercitata da diversi militanti del partito. Questa narrazione incentrata su martiri e sacrificio mette in risalto luoghi comuni utilizzati sia a sinistra che a destra, «forme linguistiche – osserva acutamente Portelli – in cui il senso comune egemonico cerca di attribuire una soggettività alle vittime (e quindi sminuire quella dei perpetratori), come se, al pari dei martiri cristiani, avessero avuto una possibilità di scelta, come se fossero andati coscientemente incontro alla morte per dare una testimonianza, e come se la loro morte fosse stata una qualche forma di consacrazione».
Il giorno dopo la strage, L’Osservatore Romano chiamava «persone sacrificate» gli uccisi delle Ardeatine, quasi come se la strage fosse stata un rituale, una liturgia che trasferisce la materialità della morte in una luminosa sfera di redenzione spirituale. In realtà, né i morti delle Ardeatine, né i fratelli Mattei hanno scelto la morte per dare una testimonianza; non si sono sacrificati, sono stati uccisi. I partigiani avevano almeno scelto di rischiare la vita, anche se lottavano per uscirne vivi, e liberi; i fratelli Mattei neanche questo. Stefano Mattei aveva dieci anni e certo non ha scelto di «dare la vita».
La King si è soffermata, infine, su come oggi gruppi neofascisti, come CasaPound (i cui militanti si definiscono i “fascisti del terzo millennio”), cercano di conservare la memoria e l’attenzione sul rogo attraverso una contromemoria nell’Italia antifascista fondata sulla persistente ingiustizia e sulla malagestione della vicenda a livello istituzionale nei cinquant’anni trascorsi.
In altri termini, si tratta di realizzare spazi controegemonici per mettere in discussione la memoria culturale e politica acquisita. Spazi ed eventi anche sovversivi, come esprimere esplicitamente la venerazione per Mussolini. Il ricordo del passato violento e la resistenza all’oblio sono pertanto virili atti di militanza. La confessione di Achille Lollo, uno dei tre attentatori, nel 2005 misero in rilievo una serie di inadempienze dello Stato come l’assoluzione iniziale e l’incapacità di ottenere l’estradizione dopo la condanna in secondo grado.
Questo senso di ingiustizia ha incentivato il lavoro della comunità di estrema destra. Tenendo conto che abitualmente la memoria politica, secondo Aleida Assmann, «non è frammentaria e diversificata, ma intessuta in una narrazione carica di emotività che trasmette un messaggio chiaro e vivificante». Negli ultimi anni CasaPound si è assai adoperata, attraverso diverse iniziative, per diffondere la storia del radicalismo di destra cercando di raggiungere un ampio pubblico e più giovane possibile.
Politica e martirio offrono anche oggi diverse chiavi di lettura per comprendere la mentalità, i valori e l’immaginario di buona parte dei componenti dell’attuale classe di governo. Alcuni martirologi offuscano i dettagli. Mentre il dolore – osserva King – va oltre gli steccati ideologici, e il riconoscimento reciproco di questo dolore è una parte importante della riconciliazione, il concetto di martirio divide: le storie di martirio cementano gli steccati e impediscono di avere un atteggiamento bipartisan. Non a caso, nel 2007 l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni lavorò alla ricerca, se non di una impossibile “riconciliazione”, almeno del reciproco riconoscimento dell’umanità delle vittime.
