Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Geppe Inserra
Un problema diventa una “questione” quando una comunità ne prende coscienza, e decide di affrontarlo collettivamente. Così è stato per la “questione meridionale”, il cui atto di nascita coincide non casualmente con il compimento del processo di unificazione nazionale.
Prima i divari riguardavano le diverse aree regionali. L’arretratezza del Mezzogiorno era un affare dei meridionali. Con l’Unità diventano un nodo di valenza nazionale, che attraversa e talvolta influenza profondamente il dibattito economico, politico e culturale, fino alla Costituzione, che all’art. 119 sancì la necessità di “valorizzare il Mezzogiorno e le Isole”, prevedendo a loro favore “contributi speciali”.
La scelta dell’Assemblea Costituente aprì la strada all’intervento straordinario e alla Cassa per il Mezzogiorno, che ha in qualche modo attenuato il divario tra Nord e Sud. Poi, la questione meridionale è stata progressivamente messa ai margini delle politiche nazionali, fino a venire del tutto obliterata.L’atto conclusivo di questo processo si è consumato con la riforma costituzionale del 2001, quando – senza che si levassero particolari proteste o prese di posizione – la parola Mezzogiorno è stata semplicemente cassata dall’art.119, che nella nuova versione si limita a prevedere “interventi speciali a favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni” quando si tratta di promuovere coesione e solidarietà sociale e rimuovere squilibri economici e sociali.
Peccato che gli squilibri permanevano allora, quando la Costituzione venne manomessa, e permangono tutti oggi. E il peggio è che a parlarne sono rimasti in pochi.Che cosa è accaduto? Che è venuto meno quel sentire collettivo che subito dopo l’Unità aveva portato a percepire la questione meridionale come problema nazionale.
Nel frattempo, tra gli anni Ottanta del secolo scorso, fino ai giorni nostri, sono venuti consolidandosi gli egoismi regionali, contrabbandati per richieste di autonomia, fino allo sconquasso del “regionalismo differenziato” propugnato da una parte della classe politica. L’evidente pericolo è che privilegiando l’autonomia finanziaria delle Regioni, di fatto lo Stato venga privato della possibilità di intervenire con politiche organiche per la rimozione del divario tra Nord e Sud.
Ma non è stata soltanto la politica a dimenticare la questione meridionale. Almeno fino a qualche decennio fa, il dibattito pubblico di cui ho detto all’inizio, ha prodotto una fioritura di studi, pubblicazioni, riviste, inchieste parlamentari che hanno espresso un autentico “pensiero meridionalista”, di largo respiro e caratura intellettuale.
Da un po’ di tempo, però, con la questione meridionale è andato in crisi anche il Meridionalismo. È forse è il caso di ripartire proprio dalla rilettura, rivisitazione ed attualizzazione di questo pensiero. Per impedire che la questione meridionale finisca per sempre nel dimenticatoio, bisogna ricordarla e raccontarla.
È quanto fa, con maestria e passione, Michele Eugenio Di Carlo in questo libro, che raccoglie in edizione rivista ed ampliata le puntate del suo lungo viaggio nel meridionalismo, pubblicate settimanalmente sul blog “Lettere Meridiane”. Una grande antologia, un passe-partout per capire fino in fondo questo nodo irrisolto e trovare gli stimoli necessari per dare il via ad una nuova stagione del meridionalismo.
La sua è un’analisi lucida, approfondita, tutt’altro che ideologica, sempre capace di distinguere la linea che separa le opinioni dai fatti, ma anche di denunciare gli intrecci profondi che legano politica, economia e sistema creditizio, chiave di volta per capire il mancato superamento del divario.
Nel libro, che unisce al rigore scientifico una rara capacità divulgativa, Di Carlo rilancia la grande lezione di Andre Gunder Frank: il sottosviluppo di un’area è funzionale allo sviluppo di altre aree. La questione meridionale non è stata e non è un accidente storico. Lo sfruttamento economico e la marginalizzazione storica del Sud hanno contribuito allo sviluppo più rapido del Nord, secondo rapporti strutturali consolidati.
Leggere questo libro è un modo per prenderne coscienza. E di mobilitarsi, perché il Mezzogiorno d’Italia possa finalmente esigere i crediti che ha maturato.
