di Antonio Salvati

A scuola insegniamo che le razze non esistono. Eppure l’idea di suddividere gli esseri umani in razze è molto antica. Del resto, la storia della scienza dimostra che è utile classificare, ossia raggruppare le osservazioni in classi con caratteristiche comuni. In questo senso, nei secoli passati numerosi scienziati hanno cercato di classificare anche gli esseri umani, raggruppandoli in razze per esempio in base al colore della pelle, la differenza più evidente che si osserva tra le persone di diverse parti del mondo.

Nei secoli abbiamo assistito a diversi tentativi di classificazione eogni studioso ne proponeva una diversa. In realtà, a un attento esame scientifico nessuna classificazione funzionava davvero, come ci indica la genetica moderna. Sappiamo confrontare nelle diverse popolazioni umane il DNA, cioè la molecola con i geni che determinano il fenotipo degli esseri umani, compreso il colore della pelle.

Ebbene, questi studi hanno portato a concludere che semplicemente le razze umane non esistono. Infatti, quando si confronta il DNA di persone scelte a caso, non si trovano caratteristiche genetiche che permettano di separare le persone in gruppi distinti. Il colore della pelle ha lo stesso valore del colore degli occhi o dei capelli e, soprattutto, ha zero influenze sulle capacità intellettive o sul carattere delle persone. Ogni individuo, che sia nato in Africa o in Europa, condivide con il suo prossimo il 99,9% del patrimonio genetico. Anzi, l’africano è il primo uomo a comparire sulla terra, quindi siamo tutti quanti un po’ africani.

Nondimeno, si fa un gran parlare di razze di questi tempi. Facendo una gran confusione, ci spiega sagacemente Andrea Graziosi che ha scelto chiarire le questioni attorno al tema della razza che – dicevamo – ha origini antiche. Il suo volume Il ritorno della razza. Alle radici di un grande problema politico contemporaneo (Il Mulino 2025, pp. 150, 13,00 euro)è utile perché vale la pena ripercorrere anche solo la storia di un’idea e di un concetto fondamentale come quello di razza.

Inoltre, come dice Graziosi, si aprono così prospettive interessanti, e spesso inedite, sulla storia in generale. Ma anche«perché sono altrettanto convinto che conoscerla sia indispensabile a una politica che voglia e sappia affrontare la realtà odierna, una realtà in cui come sempre, ma in nuove forme, le differenze esistono assieme all’uguaglianza, e gli esseri umani desiderano sì la seconda ma affermano anche le prime e reagiscono ad esse talvolta con piacere e interesse, ma anche con rifiuto e violenza». 

Graziosi ricorda che il 1972 è il primo anno in cui in quasi tutti i paesi europei il tasso di fecondità scese sotto quello della riproduzione naturale (2,2 figli per donna fertile). Iniziarono decenni di una crisi demografica divenuta sempre più intensa. L’immigrazione cominciò ad essere necessaria alla sopravvivenza di società europee che in passato si erano concepite e pure massacrate in nome della purezza della nazione e della razza. Anche in tempi più recenti,dopo il crollo dell’Urss e della Jugoslavia dove, com’è noto, «l’etnonazionalismo era stato consacrato a principio formale dell’organizzazione delle “repubbliche nazionali”».

L’immigrazione giunta nei vari paesi dell’Europa occidentale, con tempi e ritmi disuguali, portò alla conoscenza di una nuova diversità. Questa diversità fu spesso all’inizio – come poi in Italia dopo il 1991 – «a bassa intensità» e quindi di «relativamente facile integrazione perché bianca, europea e cristiana, simile, cioè, a quella che la Francia era riuscita ad assorbire senza troppi problemi a fine Ottocento e poi tra le due guerre». Arrivarono però, per motivi diversi, anche consistenti gruppi di fede islamica e poi, sempre con andamenti diversi da paese a paese, «cominciò ad apparire anche in buona parte dell’Europa continentale una linea del colore prima quasi sconosciuta».

In altri termini, attraverso le dinamiche demografiche correnti, la decrescita europea e la crescita africana, contribuiscono a riportare in Europa in auge l’idea e la realtà di «razze» oggi comunemente identificate, appunto, col colore, acutizzando già intensi conflitti «culturali». Seppur la popolazione nativa sia ancora largamente dominante anche dal punto di vista numerico, larghe parti dell’Europa, e specie le sue grandi città, «sono già oggi multilingui, multireligiose e popolate da colori differenti e lo saranno sempre di più, anche se in modo diverso a seconda delle politiche che verranno adottate».

Il processo tocca inoltre popolazioni più anziane e sottoposte a processi evolutivi forse più lenti e perciò meno capaci di favorire/rendere accettabile l’integrazione, «un fenomeno aggravato dal peso decrescente della fascia più giovane e più aperta della popolazione, che si sente emarginata e nei suoi settori più fragili e meno istruiti teme la competizione dei nuovi venuti».

Oggi il razzismo non si fonda più sui vecchi presupposti storici della lotta al potere, e nemmeno sulle elucubrazioni biologistiche sfociate nei genocidi nazi-fascisti. Difficile oggi immaginare la riproposizione nelle stesse modalità del grottesco apparato ideologico e scenografico di cui si ammantarono Hitler e i suoi seguaci.  Occorre, tuttavia, far memoria dell’affermazione di Hannah Arendt secondo la quale il male è un fatto “banale”, cioè non radicale e tuttavia estremo.

Pertanto, dobbiamo allora ripensarlo e interpretarlo nelle forme che esso sta assumendo nell’era della globalizzazione. Si pensi agli episodi di ostilità – che hanno visto per protagonisti anche giovanissimi – nei confronti dei senza fissa dimora o degli extracomunitari, fino a pensargli di dare fuoco.

La lotta delle razze non è più una controstoria, e forse ha perduto anche la funzione, espressa dal razzismo, di separare ciò che può vivere da ciò che deve morire. Resta tuttavia – per Maura Simone – nella forma di una strategia di potere, «perché garantisce il mantenimento della sensazione d’insicurezza diffusa che trova nell’estraneo la figura caratteristica». E riconferma la necessità della norma sociale per cui la “vita nomade” resta il pericolo principale.

Pertanto, la tematica razzista diventa il fondo sostanziale di una strategia globale dei conservatorismi sociali. Da ciò deriva il concetto di purificazione permanente come dimensione entro cui iscrivere il processo di normalizzazione sociale. Ci sarà dunque da una parte la razza autentica, sana, titolare e rappresentativa della norma; dall’altra parte prolifererà invece la sottorazza, gli Untermenschen (un termine dell’ideologia razzista nazista utilizzato per descrivere specialmente gli ebrei, i Popoli romanì, gli slavi e ogni altra persona che non fosse di “razza ariana”, secondo la terminologia nazista contemporanea), la massa dei degenerati, degli anormali, di tutti coloro che minacciano la società, la purezza e la sanità della popolazione. Ciò che occorrerà difendere in primo luogo sarà il patrimonio biologico, dalla cui conservazione deriva il benessere sociale e culturale di una razza.

Il discorso della razza – spiega Maura Simone – ha conosciuto, con la globalizzazione, ulteriori trascrizioni legate alla società iper-tecnologizzata, al crescente divario tra Nord e Sud del mondo, tra coloro che producono e coloro che invece dalla produzione sono esclusi, tra chi abita le metropoli e chi popola territori rurali sempre più impoveriti edel tutto inadatti a garantire il tenore di vitache l’Occidente ritiene accettabile.Il risultato sono quelle vite di scarto di cui ha parlato Zygmunt Baumann insieme a Papa Francesco, quelle vite che non possiedono né i mezzi né le capacità richieste perl’adattamento a uno stile di vita che esige costante mobilità, perenne capacità di assorbiremutamenti sempre più rapidi, di consumareun numero sempre maggiore di prodotti, diaccettare una condizione di flessibilità per laquale il nemico principale è il concetto di stabilità e durata.

Gli slums diventano il nuovo modello di “campo” dove si ammassano corpi ai quali non viene riconosciuta altra identità se non quella dell’eccedenza. Essi sono infatti il sottoprodotto del capitalismo globale e, nello stesso tempo, ciò che ne ostacola il funzionamento. Questi corpi che non producono, che non consumano, che non viaggiano, che non possono far parte della comunità virtuale dei sistemi informatici sono i moderni Untermenschen sui quali, tuttavia, si preferisce non esercitare più alcuna forma di controllo né di rieducazione che ancora erano velleità del potere disciplinare.

La guerra è prepotentemente entrata nelle case europee. Dopo l’immediato sgomento, sono seguiti rassegnazione, distacco, impassibilità. Dobbiamo prenderne atto: siamo entrati in una nuova epoca storica, dominata da regimi di guerra. E ciò ha conseguenze – avverte la filosofa Donatella Di Cesare – non solo sul panorama geopolitico, ma anche sulla nostra percezione degli altri e di noi stessi, sulla nostra umanità. L’attuale narrazione mediatica, il reportage dal fronte, ci ha via via abituato a credere «che sia inevitabile ricorrere alla violenza militare, cioè alla violazione del corpo altrui, per dirimere un conflitto. Anche nel XXI secolo. Ma c’è di più: la retorica disumanizzante della guerra ci ha spinto a considerare normale la morte delle vite altrui – decine, centinaia, migliaia».

Il regime di guerra in cui siamo entrati non ha solo incentivato tutto ciò, ma ha fornito – spiega la Di Cesare – soprattutto la cornice interpretativa. Sta qui la svolta: «Si giustifica ormai la separazione tra vite degne di lutto e vite non degne di lutto. Allo stesso modo in cui si giustifica la frontiera tra vite da proteggere e vite da abbandonare e bandire. Si parla di muri, ma il vero grande muro sta in questo iato, in questa separazione abissale, nel baratro che ormai è stato scavato tra le vite che si conformano alla norma occidentale dell’umano e le vite degli altri più altri, estranei al punto da essere stigmatizzate come umanità superflua ovvero non-umanità». Una deriva senza precedenti, che minaccia di scardinare non solo i nostri valori religiosi, etici, politici, ma la nostra stessa coesistenza. Se si avallasse «l’idea di una vita non degna di lutto si spezzerebbe il legame umano. Passa di qui la divisione tra umanità primaria e secondaria, degna e indegna».

Da questo nuovo discorso prendono avvio tutte le elaborazioni teoriche sul razzismo, sulla degenerazione e sull’anormalità ed è per rispondere alla nuova richiesta di sicurezza che si faranno funzionare precisi meccanismi, nuove istituzioni volte alla separazione, segregazione e normalizzazione della sotto-razza edel suo rappresentante più emblematico, ildegenerato.

Tra le conseguenze – avverte Graziosi – di questi grandi cambiamenti, acutizzati dalla contemporanea perdita di status della «vecchia Europa» e dalla comparsa di aspettative decrescenti, «vi è un forte spostamento verso opinioni securitarie, quando non autoritarie o reazionarie, di una parte dell’opinione pubblica europea. È uno spostamento che, come sappiamo, si nutre di richiami alla difesa di “comunità naturali” minacciate nella loro identità (il fatto che tutte le comunità sono in realtà oggetti storici conta poco di fronte alla percezione)».

Esso è inoltre alimentato in maniera autonoma e direi spontanea dall’invecchiamento (gli anziani hanno più paura dei giovani) e dalla reazione di una sezione della popolazione maschile alla grande rivoluzione che ha ribaltato in pochi decenni i tradizionali ruoli sessuali di dominio, intaccando fortemente i privilegi cui era abituata. Auspichiamo che una maggiore cultura bilanci questi fattori negativi ed è per fortuna probabile che lo faccia, almeno in parte. Ma il problema resta enorme, insieme a quello della denatalità-invecchiamento. Non è sufficiente ribadire due indubbie verità: la comparsa di più fedi, più lingue, più costumi e più colori costituisce anche un arricchimento, e «senza questa “trasfusione” di esseri umani dall’esterno (che non potrà peraltro durare in eterno visto che la denatalità si estende ovunque col benessere) non riusciremo neanche sul breve-medio periodo a mantenere il nostro tenore di vita».

Occorre anche essere consapevoli che società meno omogenee richiedono «una gestione e una “manutenzione” molto più attenta e complessa, e che è possibile fare scelte davvero sbagliate, magari capaci di alleviare sul breve periodo problemi in larga parte inevitabili (psicologici e culturali ma anche di nuove stratificazioni sociali, di sesso e di età, nonché di convivenza), e al contempo di aggravarli sul lungo periodo». Serve discutere, ragionando anche istituzionalmente sulle principali esperienze fatte e sulle soluzioni cercate in altri paesi, nonché sulla loro storia, «ricordando che l’utopia di società, stati e popoli etnicamente puri, che ha causato tante sofferenze, è finita, e che la razza, come colore ma anche come teorizzazione di una differenza «essenziale» di popoli-monadi, è di nuovo purtroppo con noi». È indispensabile ascoltare, riconoscere e gestire paure, timori e rabbia.

Parafrasando ed aggiornando le famose parole di Franz Grillparzer, dobbiamo sempre ricordare che è facile discendere«dall’umanità alla bestialità» non solo «attraverso la nazionalità», ma anche attraverso la razza, la religione, la classe, l’ideologia o qualunque altro raggruppamento umano collettivo. Una verità confermata tutti i giorni dalle sofferenze di chi viene aggredito e da quelle degli aggressori che l’hanno dimenticata e finiscono vittime della loro follia e presunzione.

 

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