Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio

Negli ultimi quindici anni il dibattito politico italiano è stato profondamente segnato dal tema della violenza e della cosiddetta “certezza della pena”. Le forze di estrema destra hanno egemonizzato quasi quotidianamente questo dibattito, orientando l’opinione pubblica attraverso la paura: prima il migrante, presentato come “virtuale criminale”, poi i piccoli delinquenti, fino ad arrivare ai giovani incensurati delle periferie, indicati dalla stampa con l’appellativo dispregiativo di “maranza”.

Questa narrazione, totalizzante e costante sulle prime pagine dei giornali e nei telegiornali, suggerisce l’immagine di un Paese insicuro e attraversato da una criminalità out of control. Ma è davvero così? Per evitare un approccio ideologico e propagandistico, il metodo più corretto è quello di verificare i dati e interpretarli, nel tentativo di avvicinarsi il più possibile alla realtà dei fatti.

Secondo il World Prison Brief, la popolazione carceraria italiana è passata da 26.150 detenuti nel 1990 a 56.196 nel 2022, mentre il rapporto Antigone del 30 aprile 2025, “I numeri della detenzione”, riporta 62.445 detenuti, e la rilevazione del Ministero della Giustizia di luglio 2025 indica 62.986 persone ristrette negli istituti di pena.

Dunque, dagli anni Novanta a oggi il numero delle persone finite in carcere è cresciuto in maniera significativa. Se però confrontiamo questi dati con quelli degli omicidi, emerge una discrepanza macroscopica: tra il 1988 e il 1992 si registrarono circa 8.000 omicidi, dato che diminuisce anno dopo anno fino ad arrivare nel 2024 a 327 vittime, con una prevalenza oggi di omicidi in ambito familiare o affettivo rispetto a quelli di matrice mafiosa o politica di inizio anni ’90.

Sempre più si aprono, dunque, le porte del carcere, ma solo per una parte di popolazione. Reati amministrativi di scarso impatto sociale vengano trasformati in reati penali, mentre reati finanziari, di corruzione o legati a disastri ambientali e sul lavoro sono spesso depenalizzati o puniti in maniera minima. In carcere finiscono soprattutto reati contro il patrimonio, spaccio di stupefacenti, furti e rapine, tipici delle classi sociali povere, mentre le classi medie e agiate, autrici di reati economici o finanziari, sono quasi assenti.

Secondo il XXI rapporto Antigone, ad aprile 2025 i migranti detenuti erano 19.740, pari al 31,6% della popolazione carceraria, a fronte di una quota del 9% nella popolazione italiana (5,3 milioni di stranieri residenti su 59 milioni di persone). In alcune regioni del Nord, la quota dei detenuti stranieri raggiunge il 40-50%, e oltre il 45% è ristretto per reati di sopravvivenza che spesso si traducono in condanne inferiori a un anno. Una evidente sovraesposizione della popolazione migrante.

I dati ISTAT evidenziano inoltre che più del 60% dei detenuti possiede un livello di istruzione non superiore alla scuola dell’obbligo o media inferiore e che al momento dell’arresto solo il 20% aveva un lavoro regolare. Parliamo, dunque, in larga prevalenza di disoccupati e lavoratori con basso reddito.

La comparazione tra omicidi e popolazione detenuta evidenzia poi un paradosso: la violenza estrema diminuisce, mentre aumenta il numero di persone incarcerate, 1/4 delle quali in attesa di giudizio. Non è errato sostenere che tale fenomeno è statospinto nei decenni da un dibattito del tutto sbilanciato sul terreno securitario, spostandolo da un diritto penale garantista — che negli anni Novanta arrivava a discutere persino l’abolizione dell’ergastolo — a un diritto penale punitivo, in cui le garanzie processuali vengono progressivamente sostituite da quelle dell’accusa; il giudice non è più chiamato ad accertare se un fatto costituisce reato e in quali circostanze o attenuanti sia stato commesso, ma a punire, trasformando il processo in un’arena di inquisizione.

Questi dati rappresentano la manifestazione plastica di una svolta autoritaria in atto nel complesso dei Poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo. A una società caratterizzata da crescente oppressione di classe — con abbassamento dei salari, smantellamento delle garanzie occupazionali, aumento della discrezionalità contrattuale-lavorativa padronale, riduzione della rappresentanza politica e legislativa, leggi antidemocratiche sulla rappresentanza sindacale e istituzionale — corrisponde inevitabilmente una contrazione degli spazi di libertà, finanche fisici. Il diritto in qualche modo segue ed insegue questa traiettoria.

Il carcere diventa così uno strumento centrale per disciplinare classi subalterne, controllare la marginalità e rendere visibile il processo di selezione sociale operato (anche e soprattutto) attraverso nuove forme di populismo penale.

 

 

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