di Antonio Salvati

Il nostro presente è segnato dal ritorno della politica di potenza, anche per la nascita e la diffusione, nel contesto internazionale, di governi dai tratti nazionalisti e conservatori. Questo si riverbera sulla narrazione e sull’interpretazione delle nostre democrazie e delle relazioni internazionaliE, soprattutto, sui tanti conflitti che insanguinano il nostro pianeta. Anche la crisi di Gaza non n’è avulsa. Seppur siamo in presenza di un’attualità tuttora in corso, è possibile e necessario riflettere, scrutare con occhio critico il dibattito politico e intellettuale che la crisi di Gaza ha suscitato. Lo ha fatto Enzo Traverso con il suo volume edito da Laterza Gaza davanti alla storia (202412 € pp. 94). Non è un libro propriamente di storia. Analizza il presente alla luce della storia passata. In chiara controtendenza in tempi in cui – sostiene Marco Revelli – il vezzo prevalente, «e non privo di malizia, è la de-storicizzazione sistematica di ciò che accade, con una visione puntiforme degli eventi – siano essi il 24 febbraio per l’Ucraina, il 7 ottobre per Israele, o prima ancora l’11 settembre per gli Stati Uniti –, quasi che l’orrore scaturisca dall’istante, da una qualche “perversione morale”, senza nulla alle radici, né sul piano evenemenziale né su quello culturale».

Molti hanno compreso che questa guerra segna una svolta, non solo per le sue conseguenze ma per quello che i palestinesi e gli israeliani rappresentano agli occhi del mondo. Questa vicenda, tuttavia, appartiene – osserva Traverso – al presente e non siamo ancora in grado di scriverne la storia; «la storicizzazione dei grandi avvenimenti richiede tempo, fonti accertate e accessibili, uno sguardo distaccato, un’indispensabile distanza critica. Non c’è dubbio che in futuro la guerra di Gaza troverà i suoi storici». In questo momento, possiamo comunque riflettere sugli usi pubblici del passato che l’accompagnano, «sull’aiuto che la storia può fornirci per scrutare il presente e sulle strumentalizzazioni, spesso discutibili e talvolta ignobili, di cui è oggetto».

Traverso contesta il discorso dominante intorno al 7 ottobre che fa di questa data una «sorta di epifania negativa, l’improvvisa apparizione del male dal quale è scaturita una guerra riparatrice». Come se il contatore delle vicende mediorientali fosse ripartito da zero, «come se quella data fosse la sola origine di questa tragedia». Il 7 ottobre non ha rivelato la vera natura tanto di Hamas quanto di Israele: l’esecutore e la vittima. In realtà, la striscia di Gaza, un territorio abitato da 2,4 milioni di persone sottoposto a una completa segregazione da sedici anni, è diventato la culla del male, «dove feroci assassini agiscono impunemente trasformando i civili in “scudi umani”. In realtà, la distruzione di Gaza è l’epilogo di un lungo processo di oppressione e sradicamento». Le società umane non si riproducono in un vuoto storico.

In altri termini, il 7 ottobre non è un’improvvisa esplosione di odio, ha una lunga genealogia. È una tragedia – precisa Traverso – metodicamente preparata da chi vorrebbe oggi indossare i panni della vittima. Una tragedia che continua; «per questo è importante non rovesciare le parti. Un semplice sguardo alla cronologia permette di capire come si sia arrivati al “pogrom” del 7 ottobre». Dopo il ritiro di Israele nel 2005, la striscia di Gaza ha subito continui attacchi da parte di Tsahal che hanno causato migliaia di morti: 1.400 nel 2008 (di fronte a 13 israeliani), 170 nel 2012, 2.200 nel 2014. Il 30 marzo del 2018, una grande manifestazione pacifica contro il blocco della striscia si è conclusa con un massacro: 189 morti e 6.000 feriti. Nel 2023, tra il primo gennaio e il 6 ottobre, Tsahal aveva già ucciso 248 palestinesi nei territori occupati e ne aveva arrestati 5.200. Tra il 2008 e il 6 ottobre 2023, Tsahal ha ucciso più di 6.300 palestinesi, di cui oltre 5.000 a Gaza, ferendone 158.440, mentre le vittime israeliane delle azioni di Hamas e altri gruppi islamisti sono state 310 e i feriti 6.4609. A Gaza i rifugiati palestinesi sono circa un milione e mezzo, più della metà degli abitanti. Il tasso di disoccupazione è del 50% e l’80% della popolazione vive in condizioni di povertà. Il PIL non ha cessato di diminuire negli ultimi anni, facendo dell’intervento umanitario dell’UNRWA (sospeso per alcuni mesi da diversi paesi dell’UE) una condizione di sopravvivenza. Il 75% della popolazione ha meno di venticinque anni e praticamente vive dalla nascita in un contesto di segregazione. A pochi chilometri di distanza, al di là della barriera elettronica, protetti dalla “cupola di ferro” (Iron Dome), lo scudo antimissili che intercetta i razzi, gli israeliani vivono come in Europa. Tel Aviv è altrettanto cosmopolita, moderna, femminista e gay friendly di Berlino. La sua industria culturale esporta serial televisivi in tutto il mondo e negli ultimi anni anche la sua gastronomia è ampiamente apprezzata. Questo è lo sfondo del 7 ottobre.

Occorre precisare che Traverso non è affatto indulgente nei confronti del 7 ottobre. Non ne nega né attenua l’orrore e la necessaria condanna. Esso – scrive – «è un crimine che nulla può giustificare e che deve essere condannato». Aggiungendo: «L’attacco del 7 ottobre fu atroce. Pianificato con cura, fu ben più letale del massacro di Der Yassin o di altri simili commessi dall’Irgun nel 1948».

Dopo la nascita di Israele, il mondo arabo ha importato dall’Europa molti stereotipi antisemiti che si sono largamente diffusi proprio nel momento in cui conoscevano un forte declino nei loro luoghi di origine. Questo è – sottolinea Traverso – un fatto incontestabile. Ma è altrettanto incontestabile che il sionismo è sempre stato criticato, spesso respinto con veemenza, da una componente molto ampia del mondo ebraico. La lista degli intellettuali ebrei antisionisti è assai lunga. Il sionismo è stato uno fra i tanti prodotti del processo di secolarizzazione e modernizzazione che hanno attraversato il mondo ebraico in Europa a partire dal XIX secolo, rimanendo per lungo tempo minoritario. Oggi la situazione è cambiata, perché Israele è uno Stato e, in un mondo laico, la memoria della Shoah e l’esistenza di Israele sono diventati parte dell’identità ebraica diasporica. Purtroppo, la situazione è cambiata soprattutto perché la destra conservatrice e persino l’estrema destra sono diventate ardenti sostenitrici del sionismo, «considerando che gli immigrati arabi e i musulmani funzionano assai meglio degli ebrei come capro espiatorio. Gli antisemiti di ieri sono oggi i più accaniti nel denunciare l’antisionismo come forma di antisemitismo». Il caso italiano è emblematico: colpendo l’antisionismo, i “postfascisti”, eredi delle leggi razziali del 1938 oggi al governo, possono così affermare il loro sostegno a Israele e la loro appartenenza al campo occidentale, stigmatizzare la sinistra e condurre politiche xenofobe contro i migranti.

Piaccia o no, Hamas ha rimesso tutto in gioco imponendosi come un attore ineludibile del conflitto. Il suo attacco ha rivelato la vulnerabilità di Israele, colpito con estrema violenza dentro i suoi confini. Grazie a Hamas, i palestinesi sono sembrati in grado di passare all’offensiva e non solo di subire. Ciò può apparire deplorevole se si guarda a questa vicenda con occhi europei o americani, ma una parte dei palestinesi non ha nascosto la propria soddisfazione per il massacro del 7 ottobre. Per una volta, il terrore, l’impotenza, la paura e l’umiliazione hanno cambiato campo. La violenza palestinese ha la forza della disperazione. Non si tratta certo di idealizzarla, ma bisogna comprenderla e coglierne le radici. Hamas è visto con simpatia da un’ampia fascia di palestinesi, questo è un fatto. È popolare soprattutto tra i giovani della Cisgiordania, tra i quali la sua influenza non è imposta con mezzi coercitivi. È popolare perché lotta contro l’occupazione.

In tal senso, occorre soffermarsi sul concetto di terrorismo che è quanto mai controverso e difficile da definire. La sola differenza normativa – ricorda Traverso – che separa i combattenti di un gruppo o un’organizzazione terroristica dai soldati di un esercito è di tipo giuridico: i primi non possiedono lo statuto legale che conferisce l’appartenenza a uno stato. Questa differenza si esprime di regola, ma non sempre, nell’abbigliamento, che negli eserciti implica uniformi, gradi, ecc. Le ideologie, i valori, la morale e i metodi di azione possono variare considerevolmente sia tra i movimenti terroristici sia tra gli eserciti, benché questi ultimi dispongano in genere di mezzi di distruzione assai più potenti. Postulare la superiorità etica – sottolinea l’autore – degli eserciti sui gruppi terroristi «è un pregiudizio che la storia ha smentito innumerevoli volte. Queste considerazioni piuttosto ovvie meritano di essere ricordate in questi anni – dall’11 settembre 2001 in avanti – in cui la lotta al terrorismo è diventata una sorta di imperativo categorico che sembra poter fare a meno di qualsiasi argomentazione o interpretazione critica». Il trauma del 7 ottobre sembra aver paralizzato le coscienze; gli spiriti più lucidi si sentono terribilmente isolati e sono colti da un sentimento di sconforto e di impotenza. Tuttavia, si sono levate alcune voci coraggiose, a volte in modo spettacolare. A febbraio 2024, al Festival del cinema di Berlino, Yuval Abraham, coregista del documentario No Other Land insieme al palestinese Basel Adra, ha accettato un premio per il suo film con queste parole: «Io sono israeliano, Basel è palestinese. Tra due giorni torneremo in un paese dove non siamo uguali. […] Questa situazione di apartheid tra di noi, questa disuguaglianza deve finire».

Occorre fermare subito le ostilità e trattare. Per salvare Israele – ha sostenuto Anna Foa – è «necessario contrapporre al suprematismo ebraico, proprio dell’attuale governo Netanyahu, l’idea che lo Stato di Israele deve esercitare l’uguaglianza dei diritti verso tutti i suoi cittadini e deve porre fine all’occupazione favorendo la creazione di uno Stato palestinese». Qualunque sostegno ai diritti di Israele – esistenza, sicurezza – non può prescindere da quello dei diritti dei palestinesi. Senza una diversa politica «verso i palestinesi Hamas non potrà essere sconfitta ma continuerà a risorgere dalle sue ceneri. Non saranno le armi a sconfiggere Hamas, ma la politica». Senza la pace non si può ricostruire l’immensa distruzione che appare oggi ai nostri occhi. Che non è solo distruzione materiale, ma lacerazione degli spiriti feriti dalla violenza e dalla morte. Ma non c’è altra via. E ci vorranno tanti anni per riparare questi animi feriti e violentati: generazioni. Occorre chiedersi seriamente se l’escalation e l’occupazione della Striscia di Gaza è la strategia vincente. Forse presto questo governo di estremisti cadrà e le bombe smetteranno di uccidere i civili a Gaza. E coi necessari compromessi la vita ripartirà in Israele e nei territori palestinesi. Ma dopo questa forte esplosione e diffusione di odio sarà difficile realizzare una vera pace. La strada sarà lunga. Per questo Netanyahu e il suo governo sono responsabili non solo per quello che hanno fatto ai palestinesi di Gaza, ma anche per quello che la loro politica ha comportato per la stessa Israele. L’odio lasciato da tutti questi traumi non è scontato che cesserà un giorno. Ma non ci sono altre strade oltre la pace.

 

Condividi: