di Giuliano Laccetti
L’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 italiani. Nel 2025, 873 morti sul lavoro in sette mesi: la tragedia continua.
L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier, nel bacino carbonifero di Charleroi, nei pressi della cittadina belga di Marcinelle, in Belgio, si consumò una delle più gravi tragedie industriali del dopoguerra europeo. Un incendio, durante il trasporto di materiale, provocò la morte di 262 lavoratori, di cui 136 italiani. Quel giorno, il cuore nero della miniera si trasformò in una tomba collettiva, e il silenzio che seguì fu assordante. Ma Marcinelle non è solo un episodio tragico: è un simbolo, una ferita aperta nella storia del lavoro migrante, una denuncia che ancora oggi reclama giustizia.
Nell’immediato dopoguerra, nel 1946, l’Italia firmò con il Belgio un accordo bilaterale: sostanzialmente, manodopera in cambio di carbone, “uomini contro carbone”. In Belgio si registrava una grave carenza di manodopera per le antiquate e pericolose miniere di carbone della Vallonia, la regione industriale situata nel sud del Paese, dove era concentrata la quasi totalità dell’attività estrattiva. Qui ci si preparava a uno sforzo produttivo senza precedenti, ma i lavoratori belgi non erano più disposti, in genere, a scendere nelle gallerie, rifiutando occupazioni tanto logoranti quanto pericolose. Si rese quindi necessario cercare manodopera altrove. In Italia, per contro, scarseggiavano ”soldi” e carbone. Per sostenere la Bataille ducharbon promossa dal primo ministro belga Van Acker, il 20 giugno 1946 fu siglato un accordo con l’Italia, allora guidata da De Gasperi. L’intesa prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori in cambio di forniture di carbone; alla fine, però, le maestranze inviate superarono quota 63.800. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e le partenze avvenivano a scaglioni di 2.000 unità a settimana. Manifesti e volantini, in ogni Comune d’Italia, informavano di questa possibilità i potenziali lavoratori emigranti, invitandoli a partire per le miniere del Belgio, prospettando favorevoli condizioni di lavoro e di alloggio.
Questo e altri accordi furono successivamente ratificati dall’Assemblea Costituente nel 1947, tramite un disegno di legge presentato dal ministro degli Esteri Sforza, di concerto con il ministro del Tesoro Del Vecchio, il ministro del Commercio con l’Estero Merzagora e il ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Fanfani (cfr. Atti Parlamentari Assemblea Costituente, 1947).
Per ogni lavoratore italiano inviato nelle miniere belghe, il nostro Paese riceveva 200 kg di carbone al giorno. Un patto che, sotto la patina della cooperazione, nascondeva una logica brutale di scambio tra vite umane e risorse energetiche.
I lavoratori italiani erano reclutati con promesse di lavoro stabile e dignitoso; una volta giunti in Belgio, si trovavano in condizioni disumane: baracche fatiscenti, turni massacranti, sicurezza inesistente; la miniera di Marcinelle era già nota per le sue carenze strutturali e per incidenti precedenti ignorati dalle autorità.
Una parola sui metodi di reclutamento: a parte la trafila delle visite mediche, comunali, provinciali, e poi nazionali (a Milano), a Milano, appunto, avveniva la scelta definitiva dei lavoratori che sarebbero partiti per il Belgio. A questo compito “collaborava” anche la polizia belga (incredibile, vero?), che in pratica poteva scegliere chi far arrivare in Belgio e chi no: molti lavoratori aderenti a Leghe o sindacati, molti braccianti che avevano partecipato alle lotte agrarie e all’occupazione delle terre, venivano “scartati” come indesiderabili. E, in genere, quando possibile, c’era già allora, da parte delle autorità belghe, una “differenziazione” in embrione: si tendeva a preferire lavoratori del Nord, “considerati, secondo i noti stereotipi, «più assidui, più laboriosi, più disciplinati» rispetto aimeridionali (cfr. Cipriani; 2018; Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, 2025).
Come gran parte delle miniere della Vallonia, anche quella di Marcinelle presentava strutture obsolete e fatiscenti, tanto che già negli anni Venti se ne ipotizzava la chiusura. L’incremento della domanda di carbone, unito all’arrivo di manodopera straniera a basso costo, spinse però gli industriali a sfruttare al massimo gli impianti, rinviando ogni intervento di ammodernamento e messa in sicurezza.
Al momento dell’incidente, le armature del Bois du Cazier erano ancora in legno; i cavi elettrici, collocati in punti pericolosi, costituivano una minaccia costante; mancavano idonei mezzi estintori e l’intero sito era privo sia di vie di fuga sia di porte stagne. L’8 agosto 1956, alle 8:10 del mattino, un carrello mal posizionato urtò dei cavi elettrici, provocando un corto circuito. L’incendio si propagò rapidamente attraverso i pozzi, saturando l’ambiente di fumo e gas tossici. I sistemi di ventilazione e comunicazione erano inadeguati. I soccorsi, lenti e mal coordinati, non riuscirono a salvare quasi nessuno: morirono 262 operai di dodici nazionalità diverse, tra cui 136 italiani. Solo 13 minatori sopravvissero. I corpi furono recuperati nei giorni successivi, anneriti, irriconoscibili. Le famiglie, molte delle quali in Italia, ricevettero la notizia con freddi e laconici telegrammi. La tragedia di Marcinelle segnò, in pratica, la fine dell’emigrazione “ufficiale” dall’Italia e le potenti società minerarie belghe rivolsero ad altri la loro offerta di «condizioni particolarmente vantaggiose», spingendo il governo a stipulare accordi con paesi economicamente ancora più deboli del nostro, Spagna, Grecia, Marocco, Turchia.
La catastrofe di Marcinelle ebbe proporzioni eccezionali, ma gli incidenti mortali nelle miniere non erano affatto rari. Si stima che, nel solo decennio 1946-1956 e prima ancora di quella tragedia, in Belgio avessero già perso la vita ben 520 lavoratori italiani. Questa lunga scia di lutti aveva reso i minatori consapevoli della pericolosità del loro mestiere. Molto meno diffusa, invece, era la consapevolezza che respirare per anni l’aria satura di polvere di carbone esponeva al rischio di contrarre la silicosi: una malattia professionale particolarmente grave, capace di rimanere latente a lungo e caratterizzata da una prognosi spesso infausta.
Nel 1959, il processo per la tragedia si concluse con una sola condanna: il direttore della miniera, con una pena simbolica, 6 mesi con la condizionale. Tutti gli altri imputati, assolti. Nessun risarcimento adeguato, nessuna riforma strutturale immediata. Lo Stato belga e quello italiano si limitarono a commemorazioni formali, mentre il sistema migratorio rimase sostanzialmente invariato. Questa impunità è una macchia indelebile. Marcinelle non fu un incidente: fu il risultato di una catena di negligenze, di un sistema che considerava i lavoratori come carne da estrazione.
Ogni 8 agosto, si celebra la “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”. Ma la memoria non può essere solo rituale. Deve essere militante, attiva, capace di interrogare il presente: I diritti dei lavoratori migranti sono ancora fragili. La sicurezza sul lavoro è spesso subordinata al profitto. Le nuove forme di sfruttamento – dal caporalato alle piattaforme digitali – ripropongono logiche simili a quelle del dopoguerra.
Marcinelle ci parla oggi con voce potente. Ci chiede di non dimenticare, ma soprattutto di agire. Di costruire un mondo del lavoro dove la dignità non sia negoziabile, dove la vita non sia barattata per carbone, profitto o efficienza. La miniera di Marcinelle è oggi un museo. Ma non basta conservare le fotografie e le targhe. Bisogna trasformare quella memoria in lotta. Perché ogni volta che un lavoratore muore sul posto di lavoro, Marcinelle si ripete. E ogni volta che tacciamo, siamo complici. La storia non è solo ciò che è accaduto. È ciò che scegliamo di ricordare. E Marcinelle merita di essere ricordata con rabbia, con amore, con impegno.
Quest’anno, 69mo anniversario della strage, durante la cerimonia di commemorazione a Marcinelle, Daniela Barbaresi, segretaria confederale Cgil, ha evidenziato che a Marcinelle c’è la storia dell’Europa: “L’Europa che vogliamo è l’Europa dei diritti, del valore del lavoro, delle persone che vengono prima dei profitti. È l’Europa della giustizia sociale, del Pilastro europeo dei diritti sociali, della solidarietà e dell’accoglienza, è l’Europa della pace. Quella pagina di storia ci riguarda da vicino, come Paese di emigranti ieri e di frontiera oggi. Per questo di fronte ai processi migratori la risposta deve essere quella dell’inclusione, dell’accoglienza, dell’integrazione”. Lo storico Toni Ricciardi, parlamentare Pd, pure presente a capo della delegazione Pd a Marcinelle, nella commemorazione avvenuta alla Camera pochi giorni prima, aveva ricordato: “Marcinelle è figlia di una stagione migratoria indotta dal ’45 al ’46, quando gli Alleati restituirono il Ministero del Lavoro e della Massima Occupazione. L’Italia fu tappezzata dai manifesti rosa che invitavano a partire per la Belgique. Il 23 giugno 1946 vi fu l’accordo di scambio con il Belgio, ma quel tragico 8 agosto 1956 scesero in miniera 274 operai: 262, di 12 nazionalità differenti, non fecero più ritorno. «Tutti cadaveri» fu l’esclamazione di Angelo Berti, alle 3:25 del mattino del 23 agosto. Ogni speranza era sepolta quasi un chilometro sotto le viscere della terra. Marcinelle diede lo slancio all’unificazione europea e fu seguita, il 30 agosto 1965, dall’ultima grande tragedia dell’emigrazione italiana. A fine mese, il 30 agosto, ricorreranno infatti i 60 anni di un’altra tragedia europea in cui l’Italia pagò il prezzo più alto: a Mattmark, in Svizzera, la frana di un ghiacciaio uccise 88 operai, di cui 56 italiani. È il sacrificio di migliaia di persone emigrate da questo Paese, che hanno contribuito inconsapevolmente alla storia dell’Italia e dell’Europa, e alle quali dobbiamo solo inginocchiarci istituzionalmente e dire grazie. Marcinelle fu una tragedia spartiacque, la prima volta che si seguì in diretta un evento catastrofico in emigrazione, ma soprattutto il momento in cui si aprì l’attenzione del secondo dopoguerra sul fatto che l’Italia fosse ancora un Paese di emigrazione” (Camera dei Deputati, 2025).
Purtroppo, l’emergenza non è solo memoria: i numeri del 2025 dimostrano come le morti sul lavoro restino una tragedia concreta e quotidiana. Dal 1° gennaio al 31 luglio 2025 sono morti 873 lavoratori, di cui 621 sui luoghi di lavoro (escluse le morti “in itinere”, che pure andrebbero conteggiate). In media, un lavoratore muore ogni sei ore, con una crescita dell’8,6% rispetto allo stesso periodo del 2024. I dati Inail parlano di 589.571 infortuni totali, dei quali circa 1.090 mortali (+4,7% rispetto al 2024).
Bisogna ribadire con forza che la sicurezza non è un costo, ma un diritto. Che ogni vita umana persa per colpa del profitto, dell’incuria o dell’indifferenza è un fallimento collettivo. Non dobbiamo dimenticare, a testimonianza di quanto sia stato decisivo e fondamentale il lavoro delle italiane e degli italiani nel mondo.
Nonostante siano passati 69 anni dalla tragedia di Marcinelle, il volto dell’Italia non è cambiato di molto. Ancora oggi l’Italia è Paese di emigrazione. Una emigrazione diversa, intellettuale, il cosiddetto “brain drain”, che ha raggiunto livelli che non si vedevano da decenni. Negli ultimi dieci anni più di un milione di italiani sono emigrati, di cui oltre 360 mila giovani (25-35 anni) e circa 150 mila laureati.L’impatto non è solo demografico ma anche economico: la fuga dei cervelli costa all’Italia tra i 10 e i 14 miliardi di euro all’anno in capitale umano perso, una cifra che negli ultimi dodici anni ha superato i 134 miliardi.
Paradossalmente, ma non tanto (dice bene la segretaria Cgil Barbaresi) l’Unione Europea, nella sua architettura contemporanea, è una risposta politica e ideale al dramma di Marcinelle (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, 2025):
- stabilire diritti fondamentali, come la libera circolazione dei lavoratori;
- creare strumenti di coordinamento per la sicurezza sul lavoro;
- proporre politiche di integrazione che guardano alle seconde e terze generazioni di emigranti.
Eppure, le sfide rimangono. Le tensioni nazionaliste e protezioniste che rivediamo oggi, in Europa e nel mondo (in primis la vicenda dazi Usa), le chiusure di interi settori produttivi, le disuguaglianze fra Nord e Sud del continente: tutte eredità di un’Europa che lotta ancora per fare i conti con la propria identità. Non sempre i leader europei si mostrano all’altezza di tale compito. A mio avviso, ad esempio, oggi non lo sono.
Concludendo, a 69 anni di distanza, Marcinelle non è solo memoria, ma un invito urgente: la sicurezza sul lavoro non può restare una battaglia del passato, e la dignità dei migranti non può essere un’eco lontana. Il sacrificio di 262 vite, tra cui 136 italiane, la stragrande maggioranza, ahimè, di tre regioni del nostro Mezzogiorno (Molise e Calabria in primis, e, poi, Abruzzo) non deve essere inutile. Onorare Marcinelle significa trasformare il ricordo in impegno, perché nessuno muoia più per profitto, incuria o indifferenza e perché sempre meno persone scelgano di andare via.
Bibliografia
Atti Parlamentari Assemblea Costituente, seduta 22 ottobre 1947, https://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/ddl/42nc.pdf (consultato il 9 agosto 2025).
Giovanni Cipriani, Pane e carbone. L’emigrazione italiana in Belgio nel decennio 1946-1956, https://www.novecento.org/storia-e-didattica/didattica-in-classe/pane-e-carbone-lemigrazione-italiana-in-belgio-nel-decennio-1946-1956-3453/, 2018 (consultato il 9 agosto 2025).
Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, A 75 anni dall’accordo “Uomini contro carbone”, 2025, https://www.cgieonline.it/2021/06/26/a-75-anni-dallaccordo-uomini-contro-carbone/(consultato il 9 agosto 2025).
Camera dei Deputati. XIX LEGISLATURA, Resoconto stenografico dell’Assemblea. Seduta n. 524 di mercoledì 6 agosto 2025, https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0524&tipo=alfabetico_stenografico(consultato il 9 agosto 2025).
