di Antonio Salvati

È assai complicato spesso definire l’identità di una singola persona. Figuriamoci l’identità di un intero popolo, impresa complessa che rischia di risultare incompleta o parziale. Direbbe Franco Cardini che l’identità di un popolo è un concetto estremamente dinamico e anche altrettanto parziale e arbitrario: una cultura può così ispirarsi a valori e alle cosiddette radici scegliendone deliberatamente alcune e non riconoscendosi in altre. Anche il termine o il concetto di “popolo” è un insieme di molte determinazioni. Evidentemente sulla genesi dell’entità “popolo” e sugli ingredienti che la formano, incidono sempre fortemente i condizionamenti storici. In altri termini, le popolazioni sono l’espressione di fusioni, ibridazioni, assimilazioni. I popoli divengono altri perché conquistati, perché assorbiti.

Dario Fabbri sostiene da tempo – e soprattutto nel suo libro Il destino dei popoli (Gribaudo 2025 pp. 176 € 18) in cui analizza il ruolo centrale delle collettività nella storia, spesso trascurato dall’Occidente – che guardare ai popoli impone il rovesciamento del punto di vista. Ossia, «accettare che l’umanità esista in infiniti rivoli, spesso non comunicanti, vicendevolmente ignoti». Esercizio particolarmente faticoso per noialtri occidentali, specie europei, «da secoli persuasi che il resto dei bipedi voglia vivere come quaggiù». Pregiudizio quotidianamente impartito, più o meno implicitamente, in ogni nostra scuola o università. Semplice il sillogismo: «la democrazia è la migliore forma di governo, dunque, potesse scegliere, ogni umano vorrebbe imitarla. Sentenza apparentemente ragionevole, ma che tradisce una drammatica incomprensione del pianeta; corretta è soltanto nella parte iniziale».

La grande maggioranza degli umani, forse sette miliardi di non occidentali, «disprezza aspirazioni e pretese dei singoli, telaio dottrinale di ogni democrazia, mentre ritiene più nobile l’affermazione della collettività, ragiona soltanto in dimensione estesa». Potremmo dire che il mondo sopravvive anche in assenza di un ombelico antropologico. Vi sono centri geopolitici, imperiali, economici, ma nessun popolo può dirsi alfiere dell’umanità. Una cosa è dominare il mondo, altra è credersi il centro di gravità altrui.

I diritti umani sono riconosciuti in poche aree del nostro pianeta perché elaborati e sviluppati tra Europa e Nordamerica. Altrove – spiega Fabbri – «le prerogative appartengono ai popoli; i governi africani o asiatici si divertono comunque a giocare i diritti umani contro di noi quando li violiamo bellamente dopo averli redatti. Nel protoetimo di molte lingue il termine “libertà”, ammesso vi sia, possiede accezione negativa, perché inteso come prodromo all’anarchia, al corrompersi del bene comune».

Frequentemente simpatizziamo con i rivoltosi ovunque questi agiscano. Nella certezza, o meglio nell’illusione, che desiderino realizzare nel loro paese un regime politico o una società identica alla nostra. In Iran, in Russia o in Egitto. In realtà, spesso gli stessi manifestanti hanno caratteristiche proprie, «da noi allegramente ignorate. Anche perché non espresse in inglese».

Infatti, in piazza i giovani iraniani si richiamano all’impero achemenide per tornare potenti, gli antiputiniani annunciano di voler rianimare la Grande Madre Russia, i manifestanti egiziani guardano (anche) alla Fratellanza Musulmana per strappare a Turchi e Persiani la presunta guida dell’umma araba. Non desiderano diventare né newyorkesi, né madrileni. Per Fabbri riconosciuto il superiore valore delle collettività, «dovremmo piuttosto accettare l’oscurità che ne avvolge la traiettoria».

«Se liberi di agire– afferma Bianchi – i popoli producono o sposano le ideologie che meglio aderiscono al loro sentimento, che ne veicolano le ambizioni, che segnalano la collocazione nel mondo». Ogni propaganda o ideologia «attecchisce soltanto se incontra il sentimento della collettività. Inventa e inquina soltanto partendo da una concezione condivisa». I Russi sono al corrente che Putin è corrotto, tirannico, violento, i miliardi trafugati che possiede e le molte famiglie nascoste, sicuramente più di noi che non viviamo la quotidianità russa o moscovita.

Credono che rappresenta l’incarnazione dell’ethos imperiale, della materia viva che increspa il popolo. Anche gli Americani sanno che Trump è un bugiardo e irrispettoso delle istituzioni democratiche. Lo sanno soprattutto i suoi sostenitori che lo percepiscono come interprete e rappresentante della loro stessa rabbia, da convogliare contro clientes e nemici. E «contro quello Stato federale che, incolpevole, li inchioda alle responsabilità imperiali».

Tuttavia, continuiamo a divedere gli umani tra buoni e cattivi, «a ripetere la fiaba degli interessi materiali che muove questo o quell’impero, fingendo di non vedere che Russi o Iraniani un’economia neppure ce l’hanno o che Americani e Cinesi la ritengono esclusivo strumento della loro potenza». Preferiamo ingannarci e ad illuderci. Come nell’invenzione della post-verità. In scritti precedenti, Fabbri ha provato a mostrare come i popoli decidano le crisi della contemporaneità. «La divisione interna agli Americani, la distanza tra Cinesi di costa e di entroterra, la voglia per i Russi di restare importanti, i contrasti tra i vari Indiani, l’ascesa degli Israeliani di origine orientale e ultraortodossa, l’obiettivo per Prussiani e Sassoni di (ri)prendere il potere in Germania. E così via». I

n Il destino dei popoli cerca di descrivere come, nel corso dei secoli, l’azione dei popoli abbia prodotto ideologie, miti, religioni, lingue, la radice stessa del parlato. «Oltre a gemmare altri popoli ancora. Millenni prima dell’era volgare fino all’attualità. Dall’Occidente al resto del pianeta. Nella tardiva consapevolezza che ogni manifestazione di civiltà debba accordarsi al sentimento collettivo, mai il contrario. Per comprendere il tempo che viviamo. Per immaginare quello che vivremo».

Emblematico il graduale inserimento del cristianesimo nel sentimento dei Romani di cui abbiamo traccia negli stessi vangeli, che attestano l’avvenuto adattamento al sentimento del più forte, specie dopo il respingimento da parte della popolazione ebraica, contraria ad assimilarsi alla latinità o al mondo ellenofono. Nel Vangelo di Giovanni, l’ultimo in ordine cronologico (90 dell’era volgare), Gesù Cristo è narrato non più in contrapposizione con Ottaviano, ma come figura divina di matrice ellenistica pronunciante editti misteriosi, la cui crocefissione sarebbe da attribuirsi agli Ebrei, ovvero ai sacerdoti del tempio, anziché ai Romani(Gv 19,12). Nello stendere gli Atti degli apostoli (80-90 d.C.), anche Luca evitò accuratamente di criticare Roma, benché Paolo fosse stato imprigionato e ucciso nell’Urbe. Nei capitoli, che procedono anche geograficamente dalla Giudea all’Italia, non si rintraccia alcuna disapprovazione per i carcerieri. «A Roma Paolo visse due anni interi in una casa presa da lui in affitto, accogliendo chi andasse da lui, predicando il regno di Dio e avvicinandosi al signore Gesù Cristo apertamente e senza costrizioni» (Atti 28,30 – 32). Anziché osteggiare l’impero, il cristianesimo si stava trasformando nella sua principale ideologia, traguardo formalmente centrato nel 313 con l’editto di Milano e sette anni dopo con l’editto di Tessalonica, quando i Romani riconobbero come proprio l’universalismo confessionale. Una svolta che avrebbe informato la traiettoria dell’umanità intera.

Assai diverso e significativo il percorso religioso della Cina. Anziché pensare di diffondere la propria cifra culturale nell’intero pianeta, «la collettività han è sempre rimasta autoreferenziale, sazia di influenzare gli altri popoli quasi per semplice osmosi». Nel corso dei secoli ha prodotto due principali forme di teologia civile: «il confucianesimo, richiamante l’ordine, la disciplina sociale; e il taoismo, fautore di una condotta di vita più spontanea, di un rovesciamento dello status quo». Elaborato intorno al IV secolo prima di Cristo e diffuso soprattutto tra le élite urbane, il confucianesimo proponeva il perseguimento dell’armonia attraverso il rispetto dell’etichetta e la sottomissione gerarchica.

Mentre il taoismo, ovvero la dottrina «della via» diffusa anzitutto nei ceti rurali, propugna(va) l’abbandono delle convenzioni, la riscoperta della semplicità. Nei secoli – osserva Fabbri – tale dicotomia è carsicamente emersa nello scontro tra città e campagna, tema ricorrente nella storia locale. L’introduzione del buddismo, giunto dalle vie della seta, avvenne nella fase di caos prodotta dal crollo della dinastia Han (220-589 d.C.), quando né il confucianesimo né il taoismo sembravano in grado di spiegare gli eventi. La nuova confessione fu accolta con toni diversi nelle porzioni dello spazio sinico.

Per secoli il panislamismo fu ideologia dei principali imperi mediorientali, specie di quelli non arabi che avevano bisogno del collante religioso per stringere a sé popolazioni aliene per etnia e sentimento. Nell’impero ottomano il sultano, in quanto califfo, incarnava l’autorità suprema dei musulmani e l’unità tra le diverse collettività sottomesse. La stessa bandiera ottomana con mezzaluna e stella a cinque punte simboleggiava tutti i credenti. Finché, con il lungo declino di Constantinopoli, ricorda Fabbri, venne l’esigenza di raccogliere tale eredità in faccia all’incipiente colonialismo europeo (e nordamericano). All’inizio del Novecento provarono a reinventarlo due pensatori, un afghano e un egiziano, Jamal al-Din al-Afghani e Muhammad Abduh, con altalenante successo giacché non vi fu una specifica collettività che ne accolse la missione; più tardi sarebbe intervenuta la rivoluzione iraniana.

In Occidente «la fine di Costantinopoli fu al solito incompresa. Secondo la nostra interpretazione, i giovani turchi, capeggiati dal futuro Kemal Atatürk, intesero trasformare l’impero ottomano in un soggetto laico e nazionalista, dunque occidentale. Secondo la visione locale, invece, il ridimensionamento dell’islam condusse in direzione opposta, verso oriente».

Nato nell’Ottocento, il marxismo è considerato tra le principali ideologie del secolo successivo. I popoli lo avrebbero abbracciato o rifiutato come in un dibattito filosofico. Oggettivamente, il marxismo «è stato scelto in contesti disparati per segnalare alterità, per riscrivere una missione imperiale, per opporsi all’ideologia del nemico, per trascendere le differenze etniche. Già in Russia, dove la rivoluzione socialista non doveva neppure avvenire per mancanza dei presupposti tecnici, il morente impero zarista non era riuscito a unificare una popolazione troppo eterogenea, segnata da etnie e religioni confliggenti. Più che il miglioramento delle condizioni sociali, a persuadere i rivoluzionari fu l’ateismo proposto dal marxismo, la volontà di bandire le religioni per annullare i popoli locali».Non solo. Sicuri d’essere «al mondo per impartire lezioni all’umanità», i Russi videro nel socialismo la possibilità di realizzare un impero universalistico, oltre il panslavismo ortodosso proposto dagli zar. Nelle parole di Lenin: «il bolscevismo è il potere sovietico più l’elettrificazione della nazione». In altre parole, sopra il comunismo sta(va) Madre Russia.

Infine, un cenno sugli USA. Filiazione del calvinismo millenarista, gli Stati Uniti ancora si considerano chiamati «a redimere l’ecumene, fino a sfruttare tale pregiudizio per avvicinare i popoli sottomessi o sedurre quelli che cercano riparo da altri nemici». Molto del nostro approccio ideologico è conseguenza di tale attitudine, tra ingenuità e senilità. «Se libera di manovrare, nessuna collettività s’avvicina a una specifica potenza per la forma di governo o per la dottrina che propone. Né la democrazia pertiene all’intera umanità. Anzi, miliardi di esseri umani la ritengono coloniale, preferendo vivere in contesti autoritari giacché, come analizzato, sopra la libertà individuale collocano il volere della comunità, convinti la potenza si conservi soltanto attraverso la disciplina sociale». Realtà da noi difficile da digerire.

 

 

 

 

 

 

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