di Antonio Salvati
Nel mondo di oggi cercare per sé e per gli altri la gioia appare a molti una povera ingenuità. Le priorità sembrano essere altre. Chi decide del futuro sta da un’altra parte. Negli ultimi tempi, la scienza e il tecno capitalismo sono avanzate in maniera inesorabile, tanto che la responsabilità della persona si trova in qualche modo diminuita. È forte il convincimento che si può cambiare il mondo a colpi di tecnosoluzioni e di immensi capitali (50 anni fa nasceva Apple). Anche la politica in questa visione non ha più senso, perché fatta dall’uomo. È indispensabile domandarsi se le forze vitali del mondo sono solo quelle della tecnica?
C’è ancora un umanesimo che può e deve emergere come forza vitale per il mondo? In questo senso, parlare di gioia – e di speranza – significa innanzitutto intercettare un’esigenza molto concreta che urge e inquieta il nostro tempo. Significa – per usare le parole di Isabella Guanzini, autrice del volume Filosofia della gioia. Una cura per le malinconie del presente (Ponte alle Grazie 2021, pp. 176 €14,50) – cercare dei punti di luce quando il mondo si fa buio. Significa volere esporsi alla luce, come le piante quando si volgono al sole.
Un libro a dir poco indispensabile. Da teologa Guanzini si muove sulla soglia tra i diversi linguaggi e contesti culturali, attraverso a un dialogo costitutivo tra il religioso e il secolare e l’altro religioso. Il suo lavoro non è un manuale di istruzioni per l’uso, per una facile via alla felicità. Tutt’altro. Un percorso intriso di passi biblici, filosofia e psicoanalisi per raggiungere la condizione della possibilità della gioia. Che, evidentemente, non è mai raggiunta una volta per sempre.
Così come la perdita e la condizione di tristezza non è mai irreversibile. Tutto sta – per Guanzini – nella continua, instabile, ricerca che operiamo nella nostra vita.La gioia – è la tesi di fondo del volume – aumenta l’intensità della vita, la nostra potenza di pensare e di fare, insieme alla nostra capacità di provare affetto.La gioia crea aperture e abbatte muri, mette in contatto i corpi e le storie. Una «gioia che nessuno può togliere», secondo quanto promesso da Gesù nel vangelo di Giovanni. La tristezza svuota, chiude su sé stessi, isola dagli altri.
Malgrado il nostro pianeta sia sottoposto da tempo a un processo di surriscaldamento climatico, «si ha spesso – osserva Guanzini – la percezione che fra gli umani la temperatura si faccia quasi polare, nella penuria di simboli, nella sconsolante mancanza di passione, nel lento estenuarsi del desiderare. Da un lato, si assiste al dilagare delle “passioni fredde”, post-politiche, asettiche e imprenditoriali, la cui carica fissa è contraddistinta da uno spiccato (e spesso cinico) spirito da prestazione e da una sostanziale caduta di ogni attaccamento appassionato».
È un insieme di apatia e risolutezza, un atteggiamento cool che opera come «dispositivo di raffreddamento di ogni istinto partecipativo e passione per il comune». È la condizione paradossale dello spirito metropolitano, «la cui economia psichica interiorizza, assimila e rispecchia i meccanismi del mercato, mentre cerca istintivamente zone franche di disaffezione e disinteresse». Dall’altro, rileviamo «il gioco ambivalente delle “passioni calde” – della rabbia, della rivolta e dell’indignazione – generatrici di identificazioni reali, ma sempre pronte a rovesciarsi in una retorica della paura o nella deriva populistica dell’antipolitica: cioè nel rifiuto del futuro e nella fuga dal rischio e dalla libertà».
Qualcuno ha parlato di un’età del rancore, attraversata da onde di aggressività e di risentimento incontenibili, che si espandono all’improvviso per un nonnulla. «Si accendono incomprensibilmente reazioni emotive-compulsive piene di disprezzo, che si diffondono come un virus difficile da identificare, perché è soprattutto la rete digitale il suo terreno di coltura, che amplifica e moltiplica impulsi primordiali e non mediati nel circuito onnipervasivo dei social».
Questo gioco ambivalente delle passioni si è poi realizzato negli ultimi tempi entro un paesaggio sociale desertificato, soggetto a una inattesa e indecifrabile mortificazione. «Il tempo del contagio ha visto nascere ed espandersi sentimenti inediti e contrastanti, in cui si sono a un tratto scoperte la pesantezza, l’opacità e l’inerzia del mondo. Queste qualità hanno avvolto le esistenze in nodi sempre più stretti, esercitando una forte pressione. Hanno incurvato molte traiettorie di vita all’interno, spingendole verso il basso, dove si fa più fatica a vedere, dove tutto si chiude e si fa buio».
Scrivere sulla gioia è qualcosa di dirimente. Significa cercare di entrare concretamente nella tristezza e nella rabbia del presente compiendo un atto di resistenza civile e politico contro il risentimento, la desolazione e l’incupimento. È, inoltre, «un atto di fede nella possibilità di una ripresa materiale e morale della vita comunitaria oltre il sospetto e l’angoscia generati dalla pandemia, che svelano nello stesso tempo la radicale ambivalenza di ogni pharmakon: nella sua origine etimologica, è veleno e rimedio insieme».
Guidati dal cinismo della mera prestazione, separati dagli altri dall’ansia del contagio, impauriti da un futuro dai tratti ancora assenti, abbiamo perduta la fede nella possibilità del nuovo. Al contrario, come ha sostenuto il filosofo sloveno Slavoj Žižek «i “miracoli”, come l’Amore (o la rivoluzione politica), accadono davvero. Dall’”impossibile che avvenga” passiamo dunque a “l’impossibile avviene”».
Continuano a uscire rapporti preoccupanti sulla condizione psichica dei ragazzi usciti dalla pandemia, ma non ancora dalla malinconia che essa ha generato. Rilevano chiaramente come l’essere umano non è fatto per vivere nel chiuso, «anche – per dirla con Guanzini – quando non gli manca nulla per sopravvivere». La tristezza – anche per chi giovane non è più – è il sintomo di quegli stati passivi in cui ci sentiamo in balìa delle nostre paure e dei nostri fantasmi. Per questo alla tristezza si associa la condizione dell’impotenza e della paura, due sentimenti che la pandemia ha certamente intensificato. In quanto figura della tristezza, la paura comporta un indebolimento del nostro desiderio vitale e della nostra capacità di pensare, di agire e di gioire.
La paura genera un ritiro psichico dalla socialità, che accresce il sospetto e una sorta di avversione nei confronti dell’estraneo. La realtà appare soprattutto come qualcosa di oscuro e inestricabile, come un animale ignoto e temibile. La paura ha origine e si acutizza precisamente quando il soggetto perde il suo contatto immediato e simpatetico, ossia la fiducia nei confronti di ciò che lo circonda. E, senza la fiducia nell’altro, non ci può essere gioia.
La tristezza, per Guanzini, corrisponde ad una perdita di intensità della vita, ad un afflosciamento della vita e quindi del desiderio di relazione con gli altri. La gioia, al contrario, aumenta l’intensità della vita, «la nostra potenza di pensare e di fare, insieme alla nostra capacità di provare affetto». La gioia crea aperture e abbatte muri, mette in contatto i corpi e le storie. La tristezza svuota, chiude su sé stessi, isola dagli altri. «La gioia costruisce il senso di comunità». La tristezza lo intralcia, fino a spegnerlo.
In questo senso, il dominatore, il tiranno desidera persone tristi. Il regime genera tristezza, vuole soggetti tristi per meglio controllarli. «Le passioni tristi sono consustanziali ai regimi». Per il filosofo francese Gilles Deleuze il tiranno ha bisogno di anime spezzate, spesso il potere politico ha bisogno di coltivare un grosso capitale di paura per addomesticare i sudditi. La gioia è una potenza che libera dalla soggezione e dall’oppressione del chiuso. La gioia nomina – spiega Guanzini – la possibilità di una vita sensibile alle situazioni di apertura e di schiusura, a quelle interruzioni del quotidiano che aprono la vita a qualcosa di diverso, di ampio, di inaspettato, di sorprendente.
Quando le persone non languono nella passività ma si uniscono e si attivano moltiplicando l’azione della gioia la prassi democratica si risolleva e genera legami. Gli affetti cambiano le persone di contato in contatto, perturbandosi reciprocamente. Cambiano non soltanto le relazioni personali, ma anche la configurazione intera di una nazione, di una città. Siamo in presenza di una forma del vivere democratico. La gioia è anche una corrente sociale. Gli incontri rendono la nostra vita più ampia, più intelligente e soprattutto più sensibile. La gioia ci proietta in nu nuovo universo di idee, spazzando i pensieri e gli affetti tristi.
Guanzini cita spesso il filosofo francese Henri Bergson – insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1927 sia «per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle» – propose l’immagine di una energia spirituale che attraversa ogni compattezza e chiusura, «sfidando anche la materia più dura, come una goccia che scava la roccia».
Bergson elaborò una visione filosofica contrassegnata da una profonda sensibilità per il divenire e nemica di ogni pensiero del chiuso: «vuole infatti – ricorda Guanzini – comprendere quel movimento che circola in ogni vita e si inscrive nella natura, da lui definito come “élanvital”». Non si può immaginare la vita se non come uno slancio, come una ispirazione indivisibile e come produzione incessante di novità e di differenze, che scardina la compattezza della materia: è ciò – precisa Bergson – che sblocca e allarga la realtà, creando passaggi sotterranei anche dentro ciò che è di pietra, permettendo l’apertura e lo sconfinamento nel futuro.
Questa visione – sottolinea Guanzini – di una realtà possibile e non ancora realizzata scardina l’attualità nella sua fissità ideologica e nei suoi dualismi, in cui tutto è già dato. «È la forza di una immensa corrente di vita e di coscienza che cerca di superare sé stessa, di dare più di ciò che ha, ricavando da sé più di quanto possieda. Benché molte volte tale corrente si infranga contro la roccia, almeno in una direzione riesce a farsi strada e a passare, per vedere finalmente la luce. Lo sforzo è faticoso, perché deve affrontare macigni: ma è anche molto prezioso, perché è ciò che porta vita e consente nuovamente di amarla. Grazie a esso il mondo non è più soltanto sostanza inerte, ma materia vivente di ogni possibile creazione». È per questo che la possibilità dello spirito, quella forza che può dare più di quanto non si abbia, secondo Bergson: «la gioia annuncia sempre che la vita ha avuto successo, che ha guadagnato terreno, che ha riportato una vittoria: ogni grande gioia ha un tono trionfale». Si prova infatti una gioia segreta nel momento in cui si comprende che il mondo della vita non è una macchina predeterminata ai suoi scopi, un perpetuum mobile che riproduce implacabilmente sé stesso secondo una causalità anonima e imperturbabile.
La scoperta di un mondo – sostiene Guanzini – «che è stato invece in ogni tempo possibile, che si crea continuamente e dove tutto è continua metamorfosi, è insieme la scoperta della gioia come possibilità incessante della novità – e dunque liberazione dalle catene di un destino scritto da sempre». Si tratta di una sorta di risveglio gioioso dal torpore e dall’oppressione, in cui ci si rende disponibili a una grazia inattesa. La gioia nomina «qui l’urgenza della vita che sa donare più di ciò che ha, come una fonte irriducibile che si rivela improvvisamente a sé stessa, ritrovando la forza di creare qualcosa di nuovo».
Un’urgenza che scaturisce dall’ascolto della Bibbia, dei Vangeli. I vangeli descrivono più volte la durezza di Gesù nei confronti di tutto ciò che restringe le possibilità della vita e la priva della sua potenza generativa: l’imposizione anche religiosa di pesi inutili, la trasfusione colpevole di paure in vista del dominio, il freno moralistico delle passioni autentiche, il godimento del potere nel gestire corpi docili e sottomessi. Non a caso, il servo che sotterra il suo talento viene scacciato nelle tenebre.
Le Scritture promettono gioia, felicità. I Salmi ce la augurano, fin dalla prima parola del salmo 1: «Beato l’uomo che nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte». Per i cristiani Gesù risorto è la svolta definitiva della storia umana, la speranza che non tramonta. Il futuro della storia: un Regno in cui asciugherà ogni lacrima «e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno» (Ap.21,4). Per la Guanzini i cristiani saranno giudicati anche per la loro capacità di provare gioia. È la gioia la vera testimonianza della vita di fede. Eppure, gli uomini lungo le epoche hanno favorito una religione delle tenebre e del sacrificio rispetto a una fede nella gioia e nel vangelo della festa (Evangelii Gaudium). Dice saggiamente Albert Camus che non «bisogna mettersi in ginocchio e abbandonare ogni cosa. Bisogna soltanto cominciare a camminare in avanti, nelle tenebre, un po’ alla cieca, e tentare di fare del bene».
Ciò che ora si impone è l’esigenza di una fiducia reciproca e di una speranza comune, da costruire artigianalmente giorno per giorno grazie a gesti inattesi e coraggiosi di apertura di orizzonti, di confluenza dei saperi, di produzione creativa di spazi e tempi per pratiche gioiose di costruzione condivisa. Non ci è richiesta alcuna forza sovrumana e nemmeno una propensione speciale alla gloria. Perché, come direbbe lo psicoanalista Jacques Lacan nel frattempo, «in ciascuno di noi è tracciata la via per un eroe, ed è da uomo comune che la si percorre».
