Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Pina Mareschi

C’è un Sud che non vuole essere consolato, e che meno ancora accetta favole, indulgenze o scorciatoie narrative. È il Sud che Quaderni Meridionali continua a raccontare con una testardaggine quasi artigianale. E se oggi arriva in libreria il secondo volume della rivista, il merito è anche – soprattutto – del lavoro instancabile di chi l’ha voluta, modellata, difesa: il direttore editoriale prof. Mario Garofalo e il direttore responsabile prof. Paolo Scarabeo.

Garofalo, che sugli archivi ha costruito una militanza intellettuale, non è certo tipo da accontentarsi delle versioni comode. E questo volume, infatti, non consola: scava. Scarabeo, dal canto suo, lavora come un metronomo, garantendo ordine, rigore, coerenza editoriale in un progetto che, per natura, tende a esplodere in molte direzioni. A loro si aggiunge un comitato scientifico che non fa da cornice, ma da motore: mesi di revisioni, confronti serrati, letture incrociate, un lavoro serio – quello vero – che raramente finisce sotto i riflettori, e che invece qui va riconosciuto.

È in questo orizzonte che si inserisce un passaggio cruciale: la collaborazione tra “Meridiano/Meridiani. I Sud oltre il Sud” e Quaderni Meridionali, una sinergia che comincia a dare i suoi primi frutti. Il superamento della “questione meridionale” passa anche attraverso la convergenza intellettuale delle forze e delle sensibilità progressiste del Sud, capaci di elaborare insieme nuove prospettive e nuovi linguaggi critici.

Il volume affonda le mani nelle stratificazioni storiche del Mezzogiorno e rimette sul tavolo la famigerata “questione meridionale”. Non come vezzo accademico, ma come strumento: una lente per leggere poteri, subalternità, resistenze. Dopo un primo numero dedicato alle fonti, questo secondo capitolo punta dritto agli effetti che la ricerca archivistica esercita sulle categorie storiografiche. E le carte – notarili, giudiziarie, catastali, monastiche, amministrative – fanno ciò che ci si aspetta da chi dice la verità: rompono gli schemi, incrinano certezze, rivelano contraddizioni.

Il Sud che emerge non è un museo, ma un campo di forze in movimento: contadini, élites locali, poteri ecclesiastici, amministrazioni, criminalità organizzata, città portuali e paesi interni intrecciano una trama viva, conflittuale. Le ricerche su feudi rustici, controversie giurisdizionali e platee monastiche mostrano come l’accesso alla terra e ai diritti sia sempre stato questione di rapporti di forza. Altro che immobilismo: qui c’è un mondo che negozia, si oppone, si adatta.

Il volume rilegge Gramsci, Salvemini, Dorso – i totem della questione meridionale – con la spietatezza delle fonti. E le fonti, si sa, non hanno il gusto della diplomazia: confermano, complicano, smentiscono. Subalternità, sperequazioni fiscali, responsabilità delle classi dirigenti e complicità con il potere centrale emergono con contorni netti. Ma emergono anche i conflitti interni, le fratture tra città e campagne, gli spazi di autonomia delle comunità locali.

Una parte cruciale è dedicata al rapporto – sempre delicato, spesso torbido – tra Stato e violenza. Polizie, repressioni, tribunali straordinari, alleanze opache tra politica e criminalità: un potere che troppo spesso si costruisce non per il popolo, ma contro una parte di esso. Le rivolte popolari, in questo quadro, diventano momenti di verità: il linguaggio religioso si fa strumento di giustizia e legittimazione per comunità lasciate ai margini.

Accanto alla violenza armata c’è quella, silenziosissima, dei documenti: falsi, genealogie, privilegi, leggende di fondazione. È qui che il passato viene modellato per consolidare gerarchie. Araldica civica, architettura sacra, toponomastica e memoria dei luoghi compongono mappe simboliche che rivelano strategie di rappresentazione e resistenza.

Lo sguardo poi si allarga al Mediterraneo: rotte, identità ibride, porti, commerci. Il Sud non come periferia immobile, ma come snodo di scambi, dipendenze economiche, gerarchie globali in mutamento.

Alla fine, questo volume è una dichiarazione programmatica: rigore delle fonti, esercizio del pensiero, zero nostalgia, zero assoluzioni, zero retorica. È il tentativo – serio, necessario – di riportare il Mezzogiorno alla sua natura reale: un campo aperto, conflittuale, capace di mettere al centro potere, risorse, diritti, dignità.

Merito di una squadra che non molla, e che ha deciso che il Sud non debba più essere raccontato come una parentesi.

Il volume sarà presentato a Palazzo Cervetta a Mantova il prossimo 20 aprile, alle ore 17.00.

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