di Giuliano Laccetti

Il viaggio raccontato in “Flotilla. In viaggio per Gaza” di Arturo Scotto nasce da un’esigenza che, col passare dei mesi, appare sempre più evidente: ricordare che la tragedia di Gaza non è finita. Presi da altre crisi internazionali e da nuovi conflitti che si accavallano sulla scena mondiale, il rischio è che lo sguardo del mondo si sposti altrove, lasciando la Striscia nell’ombra. Eppure, mentre le prime pagine dei giornali si concentrano sul confronto tra Israele e Iran o sulle tensioni lungo il fronte libanese con Hezbollah, nella Striscia continua a consumarsi una devastazione umanitaria di proporzioni storiche.

Il libro di Scotto nasce proprio contro questa rimozione. Non è soltanto il racconto di un viaggio nel Mediterraneo, ma il diario di una scelta politica: partecipare alla missione internazionale della Flotilla diretta verso Gaza per portare aiuti umanitari e contestare il blocco imposto da Israele. Un gesto che unisce testimonianza civile e iniziativa politica. Scotto non parte come semplice osservatore o attivista, ma come parlamentare della Repubblica e figura della sinistra italiana. La sua presenza introduce nella spedizione una dimensione istituzionale che rende l’iniziativa ancora più significativa: la protesta non nasce soltanto dai movimenti, ma trova eco anche dentro le istituzioni democratiche.

Nel libro la navigazione diventa un laboratorio politico e umano. A bordo della nave si incontrano attivisti, parlamentari, medici, giornalisti, volontari provenienti da paesi diversi, uniti da una convinzione comune: non accettare il silenzio internazionale davanti alla distruzione di Gaza. Il Mediterraneo attraversato dalla Flotilla appare come uno spazio carico di contraddizioni. Durante la traversata si incrociano cargo commerciali, droni militari, imbarcazioni di migranti. Nello stesso mare convivono i traffici globali della ricchezza, le rotte disperate di chi fugge dalla guerra e dalla miseria, e la presenza costante degli strumenti della guerra moderna.

Questa immagine del mare come crocevia di mondi diversi è una delle intuizioni più suggestive del libro. Le merci attraversano i confini senza ostacoli; gli esseri umani, invece, restano prigionieri di blocchi, muri e frontiere. Gaza rappresenta forse il punto estremo di questa contraddizione: un territorio minuscolo, densamente popolato, isolato dal resto del mondo, dove milioni di persone vivono sotto un regime di assedio permanente.

Eppure, il diario di Scotto non si limita a una denuncia unilaterale. Un passaggio decisivo del libro riguarda il ricordo della visita compiuta dall’autore nei kibbutz israeliani devastati dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Scotto fu tra i primi parlamentari italiani a recarsi sul posto per esprimere solidarietà alle vittime israeliane. Quel gesto, raccontato nel libro, assume un valore politico preciso: la condanna netta del terrorismo e dei massacri compiuti contro civili innocenti.

Proprio per questo, quando durante la vicenda della Flotilla viene interrogato dai militari israeliani e ricorda quella visita, la reazione è di sorpresa. Come può chi ha manifestato solidarietà verso le vittime israeliane trovarsi ora su una nave diretta verso Gaza? La domanda rivela una delle rigidità più profonde che attraversano il dibattito pubblico sul conflitto israelo-palestinese: l’idea che solidarietà verso una delle due popolazioni implichi necessariamente ostilità verso l’altra.

La posizione di Scotto si colloca esattamente nel punto opposto. La solidarietà verso Israele colpita dal terrorismo non cancella la critica radicale verso la politica del governo di Benjamin Netanyahu. Nel libro quella critica assume toni duri: la guerra contro Gaza viene descritta come una devastazione sistematica della Striscia, una punizione collettiva che colpisce in primo luogo la popolazione civile palestinese.

Ma il diario della Flotilla acquista un significato ancora più forte se letto alla luce degli sviluppi geopolitici successivi. Mentre il conflitto si allarga (dal fronte libanese allo scontro con l’Iran), Gaza rischia di scomparire dal centro dell’attenzione internazionale. La guerra regionale tra Israele e il cosiddetto “asse della resistenza”, con gli Stati Uniti in prima linea nel confronto con Teheran, produce un effetto paradossale: la tragedia della Striscia diventa una crisi tra le altre, quasi una componente inevitabile di un conflitto più vasto.

È proprio questo slittamento che il libro invita a interrogare. Dietro la retorica della sicurezza e della lotta contro l’“impero del male” iraniano continua a consumarsi una catastrofe umanitaria. La distruzione di Gaza non può essere ridotta a un capitolo secondario di una guerra regionale.

C’è poi un altro elemento politico che incombe sullo sfondo. Per Netanyahu la guerra sembra essere diventata anche una necessità politica. Il conflitto permanente consente di mantenere il paese in uno stato di emergenza continua, di ricompattare l’opinione pubblica attorno alla sicurezza nazionale e di rinviare il confronto con le proprie responsabilità politiche e giudiziarie. In questa prospettiva l’allargamento dello scontro (dal Libano all’Iran) rischia di alimentare una spirale nella quale la guerra diventa, paradossalmente, una condizione di sopravvivenza del potere.

In questo scenario il viaggio della Flotilla assume un valore che va oltre il suo esito immediato. L’iniziativa non ha rotto il blocco di Gaza, e probabilmente non avrebbe potuto farlo. Ma per alcune settimane ha rimesso la tragedia della Striscia al centro dell’attenzione internazionale. Ha mostrato che esiste ancora una società civile capace di mobilitarsi, di organizzare azioni simboliche, di chiedere il rispetto del diritto internazionale.

Il diario di Scotto registra anche questo movimento. Manifestazioni in molte città europee, prese di posizione di intellettuali, attivisti, organizzazioni umanitarie. Per un momento è sembrato possibile che l’indignazione morale potesse trasformarsi in una pressione politica reale sui governi occidentali.

Poi quell’ondata si è in gran parte dissolta. Le guerre si sono moltiplicate, l’attenzione mediatica si è spostata altrove, e Gaza è tornata a essere una tragedia lontana. È qui che il libro pone una domanda inquieta: perché l’indignazione collettiva dura così poco? Come trasformare la solidarietà in una forza politica capace di incidere davvero sugli equilibri internazionali?

La risposta non è esplicita, ma attraversa tutto il racconto. Quando la politica ufficiale tace o si dimostra incapace di agire, la militanza torna a essere uno degli strumenti attraverso cui i cittadini possono rifiutare l’ingiustizia. Non si tratta di sostituire le istituzioni, ma di ricordare loro le proprie responsabilità.

In questo senso uno dei passaggi più significativi – e in apparenza più minuti – del libro riguarda la riflessione su Mathieu, che racconta la propria partecipazione a una manifestazione. Nella scena evocata da Scotto, Mathieu tiene sotto il braccio una copia del giornale Lotta comunista. È un dettaglio quasi marginale, ma capace di suscitare sentimenti diversi: una certa contrarietà alla scelta del giornale (Lotta comunista, espressione di una tradizione politica e ideologica mille miglia lontana), una sincera emozione, un senso di orgoglio, davanti alla scelta di Mathieu di scendere in piazza e prendere posizione, per la prima volta da solo, con convinzione, coraggio e maturità.

Questa scena racconta qualcosa di più profondo della semplice appartenenza ideologica. Racconta la continuità di una tradizione di impegno, la presenza di giovani che scelgono ancora di informarsi, di discutere, di partecipare alla vita pubblica e di non restare indifferenti davanti alle ingiustizie del mondo. In un’epoca in cui la politica appare spesso ridotta a spettacolo mediatico o a gestione tecnocratica del potere, l’immagine di Mathieu in piazza con un giornale sotto il braccio restituisce il senso di una passione civile che non si è spenta.

È forse questa, in fondo, la dimensione più significativa del libro. “Flotilla. In viaggio per Gaza” non è soltanto un reportage su un episodio della crisi mediorientale. È anche una riflessione sulla responsabilità individuale e collettiva di fronte alla guerra. Sul confine sottile tra testimonianza e azione. Sul bisogno di non rassegnarsi all’idea che la violenza sia una fatalità della storia.

Il viaggio verso Gaza diventa così una metafora più ampia. Non è soltanto la traversata di una nave che tenta di rompere un blocco militare. È il tentativo di rompere un blocco morale: l’indifferenza, la rassegnazione, la convinzione che nulla possa cambiare.

In un tempo segnato da guerre che si moltiplicano e da un ordine internazionale sempre più fragile, il libro di Arturo Scotto ricorda che la politica non è fatta soltanto di governi, eserciti e strategie geopolitiche. È fatta anche di gesti, di testimonianze, di piccoli atti di coraggio civile. E talvolta di un viaggio in mare che, pur non cambiando immediatamente la storia, riesce almeno a impedire che l’ingiustizia diventi invisibile.

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