di Antonio Salvati

Da anni la filosofa Donatella Di Cesare ci allerta sulla deriva della “democrazia immunitaria”, fenomeno proprio e diffuso delle società postmoderne[1]. È l’idea che la democrazia post-moderna si basa sull’immunizzazione e quindi il cittadino è spinto a chiedere innanzitutto la protezione e non la partecipazione, che sarebbe l’idea cardine della democrazia. La protezione comporta la richiesta di una serie di misure, di isolamento o perfino di autoisolamento, che si trasformano nella paura del contatto con gli altri. Il concetto di “democrazia immunitaria” è caratterizzato dallo “spettro del contagio”, ossia l’altro” visto come portatore di morbo e si insinua la volontà di non essere toccati, e quindi contagiati.

Tra gli effetti perversi della “democrazia immunitaria” vi è la “normalizzazione del razzismo”. La Di Cesare non esita a parlare di razzializzazione della democrazia immunitaria. In altri termini, si promuove l’idea che “l’altro” sia il portatore di contagio, che è quasi peggio dell’altro come nemico. Ma soprattutto passa l’idea della divisione dell’umanità in quelli che sono immunizzati, e che hanno il diritto di protezione chiedendola allo Stato, e quelli che sono “esposti”.Non si tratta solo di razzismo, ma di una versione sovranista del razzismo, che si è diffusa anche in Italia. Come spiega in Democrazia e anarchia. Il potere nella pólis, la democrazia nasce con l’accoglienza. Pertanto, il dêmos non potrà mai né regredire a éthnos, fondandosi su legami di sangue e di suolo, né tanto meno soffocare il conflitto e la divisione. Bisogna ben precisare «che il demos non è un ethnos e la democrazia non è una etnocrazia».

Siamo, dunque, in presenza di un processo neo-totalitario in cui la nuova destra riduce la democrazia a etnocrazia e persegue una composizione monoetnica dei popoli. Tutto attraverso il perseguimento di comunità chiuse, animate da suprematismo, dove «non c’è posto per i migranti, quegli indesiderati che si possono deportare, quei superflui di cui è lecito sbarazzarsi». Tutto condito «dall’ossessione della decadenza all’incubo della “fine del mondo”, dalla minaccia dell’insicurezza all’autodistruttività, dalla depressione al mito di una libertà senza vincoli, dal risentimento all’odio sovrano». Dall’angoscia di essere distrutti alla distruzione dell’altro il passo è breve, spiega la Di Cesare. La scelta di «una necropolitica di guerra diventa allora l’unica strada percorribile».

Da tempo i politologi, gli storici richiamano l’attenzione sul pericolo dell’ultradestra, oggi sempre più ammessa e normalizzata nello spazio pubblico, come conferma la seconda ascesa di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Una destra antica – che si spaccia per nuova – capace di sostituirsi ai partiti conservatori, finendo per occupare persino il centro. Qualcuno continua a rassicurarci considerando il fenomeno un folcloristico e transitorio «rigurgito», destinato a scomparire rapidamente. L’onda nera, però, è sempre – avverte giustamente la Di Cesare – più alta e minacciosa. Il fenomeno merita una doverosa attenzione perché mancano ancora le parole per designare questo nuovo totalitarismo. I termini di cui disponiamo – come sovranismo, populismo, neonazionalismo, autocrazia, dittatura – sembrano «rivelarsi tanto inadeguati quanto fuorvianti. Provengono dal secolo scorso, sono stati coniati per indicare i fenomeni di quell’epoca, mentre oggi rischiano di costituire una nebbia interpretativa. Se da un canto inducono a credere che si tratti solo di temporanee spinte regressive, dall’altro impediscono di guardare al vero pericolo».

Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmen­te emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere. Che il pluralismo fosse ormai un fatto acquisito. Che chi è diverso – per cultura, genere, lingua, reli­gione, posizione sociale, visione del mondo – potesse essere parte, a pieno titolo, della vita comune. Purtroppo, dall’inizio del XXI secolo viviamo in un paradigma culturale che «ci indu­ce a difendere a ogni costo la nostra/mia zolla di benessere, po­tere o identità. Ogni cambiamento, ogni segnale di trasforma­zione, ogni imprevisto viene percepito come una minaccia. Al punto che si vanno perdendo persino le competenze necessarie per gestire la relazione complessa con l’altro concreto. Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto»[2].

Nella sfera pubblica, e non solo, le posizioni si polarizzano, il linguaggio si fa bellico, le categorie si irrigidiscono. Le diffe­renze non sono più occasione di confronto ma trincee da difen­dere. E a peggiorare le cose ci sono anche le piattaforme digi­tali che favoriscono nuove forme di tribalismo e chiusura[3]. La tragica lezione del­la Seconda guerra mondiale aveva fatto prendere coscienza al mondo dell’urgenza di limitare mutuamente la forza per evita­re uno stato bellico permanente. La comunità internazionale ci è riuscita per decenni solo in minima parte ma almeno l’oriz­zonte era chiaro. Era appunto. Nella neolingua orwelliana del­la postverità è la guerra a portare la pace. Le guerre del XXI se­colo sono una grande lezione storica sull’inutilità dei conflitti, su cui si dovrebbe riflettere molto di più[4]. Per Giuliano Da Empoli siamo nel tempo dei predatori[5]. Se in Occidente – spiega Da Empoli – la prima metà del XX secolo aveva insegnato ai politici le virtù della moderazione, «la scomparsa dell’ultima generazione uscita dalla guerra ha permesso il ritorno di demiurghi che reinventano la realtà e pretendono di plasmarla secondo i loro desideri». L’ora dei predatori, in sostanza, «non è che un ritorno alla normalità. L’anomalia è stata piuttosto il breve periodo in cui abbiamo pensato di poter arginare la cruenta ricerca del potere con un sistema di regole». In questo nuovo mondo, i predatori che salgono al potere attraverso un mix di astuzia, crudeltà e forza«hanno un vantaggio decisivo perché sono abituati a operare in un mondo senza limiti. Non si accontentano di resistere alle avversità, ma traggono forza dall’inatteso, dall’instabile e dal bellicoso». Apparentemente oggi le nostre democrazie sembrano solide. Ma non c’è dubbio che – per non pochi analisti – il peggio debba ancora venire.Donald Trump si è messo alla testa di un variopinto corteo di autocrati disinibiti, di conquistadores tecnologici, di reazionari e di complottisti impazienti di costruire un mondo nuovo. Aggiunge Da Empoli che «un’era di violenza illimitata si profila all’orizzonte e, come ai tempi di Leonardo, i difensori della libertà sembrano particolarmente impreparati al compito che li attende.Quel che conta è il risultato. Come ha ben detto Javier Milei: “Qual è la differenza tra un pazzo e un genio? Il successo!”».Questo è il credo condiviso oggi dalla maggioranza di persone che ha smesso di considerare le regole come una garanzia di libertà e ha iniziato a vederle come un gigantesco imbroglio, per non dire un complotto delle élite per opprimere il popolo.Il modo di agire dei predatori per generare conflitti è chiarissimo: «dappertutto, il principio resta sempre lo stesso. Tre semplici operazioni: individuare i temi caldi, le fratture che dividono l’opinione pubblica; spingere, su ciascuno di questi fronti, le posizioni più estreme e farle scontrare tra di loro; proiettare il conflitto sull’insieme del pubblico, in modo da surriscaldare sempre di più l’atmosfera».Potremmo dire che «gli ingegneri della Silicon Valley hanno smesso da tempo di programmare computer e si sono trasformati in programmatori di comportamenti umani». I conquistadores del digitale hanno deciso di fare piazza pulita delle vecchie élite politiche.E in parte ci sono riusciti. Tutto ciò che siamo stati abituati a considerare gli assi portanti delle nostre democrazie rischia di essere spazzato via.Le nuove élite tecnologiche, i Musk e gli Zuckerberg, non hanno niente a che spartire con i tecnocrati di Davos. Infatti, «la loro filosofia di vita non si basa sulla gestione competente dell’esistente, ma, al contrario, su una gran voglia di buttare tutto all’aria. L’ordine, la prudenza, il rispetto delle regole sono un anatema per coloro che si sono fatti la mano muovendosi in fretta e rompendo cose, secondo il primo motto di Facebook».

Le relazioni internazionali sono impostate su discorsi e azioni di forza. Inevitabilmente, questa età della forza genera una cultura del conflitto nelle singole società, nelle relazioni umane e sociali.  Un grande problema, che ci interroga enormemente. Una domanda che inquieta tutti. Perché investe la nostra vita di tutti i giorni, la convivenza delle nostre città. Convivenza spesso messa a repentaglio dall’affermazione – come spiega la Di Cesare – della concezione proprietaria dell’abitare, dominante nella sfera privata dell’oikos, che ha finito per imporsi anche nella polis. In questa visione gli abitanti sono gli autoctoni e gli eredi, coloro che sono sempre stati in quel territorio, «che sono anzi “nati” da quella terra, o tutt’al piú coloro che discendono da quei primi abitanti. Il suolo e il sangue, i confini etnici, delimitano cosí l’abitare proprietario della città che si immagina omogenea, intatta, non deturpata da migranti, non agitata da nuovi arrivi. Solo i figli legittimi, discendenti di sangue, eredi del suolo, sarebbero i cittadini sovrani. La nascita nel suolo patrio ne decide l’appartenenza alla comunità di stirpe. In una tale città, dove i vincoli familiari fagocitano e annullano quelli politici, alte mura separano i residenti all’interno, coloro che meritano di essere chiamati cittadini, dagli stranieri all’esterno, coloro che minacciano l’ordine omogeneo della città». È considerato più rilevante lo stare rispetto al muoversi, il permanere rispetto al migrare. Chi si muove mette a repentaglio l’assetto dei nativi, il diritto patriarcale, il possesso del territorio. Perciò «chi giunge da fuori rappresenta una minaccia incombente. Lo straniero è un intruso, la sua venuta un’invasione. Viene da qui l’esigenza del radicamento e l’aspirazione a far sí che ciascuno resti al proprio posto. La mobilità è infatti vista come pericolosa fonte di mescolanza e contaminazione». Sebbene lievemente offuscato, il mito dell’autoctonia è tuttora un fondamento saldo. In gran parte delle democrazie occidentali – anche e soprattutto nel contesto europeo – la cittadinanza resta legata alla nazione, la cui etimologia rinvia, com’è noto, alla nascita. Sotto accusa dopo il 1945 lo ius sanguinis e lo ius soli, il diritto del sangue e il diritto del suolo, seppure in forme diverse e mutate, sono ancora i criteri di appartenenza alla comunità politica. Poche volte sono premiati gli sforzi per svincolare la cittadinanza da tali criteri e per far sí che il demos non si identifichi con l’ethnos, che il popolo non sia rinchiuso in limiti etnici. «Anche dove il vincolo della discendenza sembra ridursi, rimane irremovibile il principio territoriale. Proprio perché basata sul concetto proprietario dell’abitare, l’appartenenza politica è un rapporto stabile e stanziale. Il noi della comunità politica è insediato e radicato. Al punto che – come mostra la deriva della guerra – sembra che il fine stesso della comunità politica sia la difesa del diritto territoriale e del luogo in cui gli abitanti hanno sempre vissuto. Il nesso con il suolo appare inscindibile. La sedentarietà è la norma, la migrazione una forzatura non prevista e poco tollerata. La linea di confine tra cittadini e stranieri non può essere superata». Questo non vuol dire che non si possa di tanto in tanto fare qualche deroga e ammettere all’interno chi bussa alle porte della città. Si tratta però sempre di un’eccezione. Spesso considerata fuori luogo e inopportuna, l’ospitalità può essere accettata solo come impegno etico o carità religiosa. Non viene mobilitata nella politica, «se non tutt’al più attraverso l’argomento utilitaristico, il vantaggio, cioè, che verrebbe dall’ammissione di nuovi lavoratori. Prima di ospitare occorre abitare. E sono i cittadini sovrani a decidere con chi coabitare».

Un mondo complesso ha bisogno di cultura, ma soprattutto di più politica sul territorio. La città rappresenta un grande la­boratorio per la convivenza. Bisogna ritrovare la passione civi­le e umana, volontaria, per operare laddove la gente s’incontra, nei vuoti delle periferie. Vivere insieme è una continua nego­ziazione, come diceva Umberto Eco parlando di integrazione. Nel conoscere e nel negoziare, nel comporre alterità, nel crea­re connessioni, nel riconoscere meticciati, nel favorire il dialo­go, si esercita quella che Andrea Riccardi definisce l’arte del convivere[6], frutto di realismo e di speranza. È il realismo della ragione di fronte a una pluralità che impazzisce. Un mondo complesso ha anche bisogno di più partecipazione alla politica internaziona­le. La passione civile sul territorio si deve unire a una visione più globale di pace.

Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è rimasto assai colpito della folta partecipazione al Giubileo della speranza,terminato recentemente, con 33 milioni di pellegriniche si sono recati alle tombe degli Apostoli, a quella di Papa Francesco[7]. Un popolo a cui lo stesso Francesco aveva chiesto di uscire ha scelto di mettersi in cammino. Certamente un’importante luce nei tempi bui che viviamo. Un segno dei tempi che ha incrementato in tanti la fiducia in un mondo basato sul dialogo, sulla convivenza pacifica, la comprensione e la riconciliazione. Simbolicamente un popolo giunto a Roma per attraversare la porta del Giubileo per entrare in un’era nuova. Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo, diceva di «non lasciare il destino nelle mani dell’avversario». Avversario che non è un uomo, ma un sistema. La realizzazione di una civiltà – osserva Riccardi – non bel­licosa non s’impone, ma si compone: è il convivere tra universi culturali, politici e religiosi, nel locale e nel globale. La coscienza di dover coesistere è l’inizio di una cultura condivisa. Si nutre di senso della storia e della real­tà, si concretizza in uno o più patti per vivere insieme, innerva la democrazia. La civiltà del convivere sa che il conflitto è sem­pre possibile, dove ci sono diversità, ma non è inevitabile, ben­sì scelta politica e folle irresponsabilità. Un vero valore umano per cui lavorare è aiutare a vivere insieme in pace e sicurezza. La fecondità dell’incontro edifica la società. Le civiltà-contro sembrano voler fermare la storia con le frontiere, i muri e i con­flitti. Ma la storia va avanti. Anche se sembra che quasi niente sia possibile. Non è così. Si può cominciare da sé. Vorrei dire – afferma Riccardi – che, se non si comincia da sé, non succede niente. Questo tempo di conflitti non ci deve trasformare in persone bellicose. Possiamo disarmarci e disarmare gli altri». Se si sogna la pace per tutti e si cerca di essere persone di pace, qualcosa comincia a cambiare. Il nuovo capo del Secret Service inglese, Blaise Metreweli, ha sostenuto: «In un’epoca d’incertezza rimane una costante: le scelte fatte dagli esseri umani determinano ancora la forma del mondo».

 

[1] Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma, ha trattato in diversi scritti il tema della logica immunitaria come protezione da ogni “minaccia esterna”. Tra gli altri segnaliamo Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (Bollati Boringhieri 2017), Marrani. L’altro dell’altro (Einaudi 2018) Democrazia e anarchia. Il potere nella pólis (Einaudi 2024) e nel recente Tecnofascismo (Einaudi 2025).

[2] Mauro Magatti, Il nemico non è l’altro, in «Avvenire», 15 giugno 2025.

[3] Il 6 settembre 2025 al Forum TEHA – Ambrosetti di Cernobbio, davanti a una platea di leader politici, imprenditoriali e accademici, il Presidente della Repubbli­ca Sergio Mattarella ha lanciato un messaggio forte e denso di richiami storici, indi­cando nell’Europa un punto fermo di civiltà e progresso in un mondo attraversato da conflitti, derive autoritarie e squilibri economici. Ha, inoltre, denunciato «lo stra­ripante peso delle corporazioni globali – quasi nuove Compagnie delle Indie – che si arrogano l’assunzione di poteri che si pretende che Stati e Organizzazioni interna­zionali non abbiano a esercitare». Oggi negli Stati Uniti – ha osservato Agostino Giovagnoli – il potere politico è funzionale a queste (nuove) Compagnie delle Indie che si arrogano poteri di cui spogliano Stati nazionali e Organizzazioni internazio­nali. Anche «le sorti sempre più incerte della democrazia in Usa appaiono funziona­li a tali interessi. Trump pensa forse di sviluppare un nuovo grande potere “imperia­le”, ma intanto contribuisce a un’autodistruzione dell’Occidente – dei suoi valori e delle sue strutture portanti – cui concorrono proprio le grandi concentrazioni eco­nomiche, finanziarie e tecnologiche. È probabilmente questa la “logica” cui si ispi­rano molte scelte che non capiamo» (Agostino Giovagnoli, Perché la Ue non può più tardare. L’assopimento della politica, in «Avvenire», 11 settembre 2025).

[4] Mauro Magatti, Non è mai la guerra a portare la pace. Una tragica illusione, in «Avvenire», 24 giugno 2025. ­

[5] Giuliano Da Empoli, L‘ora dei predatori, Einaudi, 2025

[6] Andrea Riccardi, Convivere, Laterza, Roma-Bari 2006.

[7] Gianni Santamaria, È stato un Giubileo nutrito dal popolo. Nell’età della forza, abbiamo visto segni di speranza, in «Avvenire», 7 gennaio 2026.

 

Condividi: