Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Bruno Santoro

Nell’intervista rilasciata a 24 Mattina su RaiNews24 il 29 gennaio scorso, la dirigente del Liceo Elsa Morante di Scampia (Napoli) ha affrontato il tema della sicurezza nelle scuole, collegandolo alla necessità di “proteggere gli studenti per garantire davvero il diritto allo studio” e accogliendo con entusiasmo la decisione del ministro Valditara di installare metal detector all’ingresso degli istituti scolastici.

L’intervento della dirigente ha però restituito una rappresentazione di Scampia non veritiera, che, di fatto, appare essere del tutto funzionale alla legittimazione delle politiche securitarie del ministro Valditara e di questo governo. Una narrazione “semplice”, che fa presa sull’opinione pubblica perché ricalca fedelmente gli stereotipi delle note fiction sulla camorra e non solo.

La dirigente ha dichiarato che l’istituto avrebbe subito assalti da parte dei “ragazzi del quartiere durante le lezioni (…) armati di coltellini e di forbici” e che “la vigilanza spesso non riesce a garantire quella sicurezza fondamentale per la tranquillità dell’apprendimento degli studenti e di tutto il personale che lavora nel contesto”. Per questo motivo plaude con entusiasmo alla possibilità di introdurre metal detector all’ingresso del “suo” istituto.

Questa narrazione appare a dir poco forzata e solleva interrogativi evidenti: a cosa servirebbero i metal detector, se questi ragazzi non sono studenti e fanno irruzione dall’esterno, eludendo quindi i varchi controllati? Se il problema sono le incursioni esterne, la misura risulta evidentemente inutile. Se invece davvero “girano” ragazzi armati all’interno della scuola, ci troviamo di fronte a una rappresentazione talmente allarmante da scoraggiare qualunque famiglia dall’iscrivere i propri figli.

In entrambi i casi, la narrazione risulta artatamente indirizzata e si inserisce in una retorica ormai nota, che trasforma la scuola in un fortino e la dirigente in una figura eroica (ogni riferimento a note fiction televisive è voluto) chiamata a supplire, con il pugno duro, alle carenze dello Stato. Uno Stato che, in questo caso, diventa alleato in un gioco di rimandi reciproci, il cui unico obiettivo appare il tornaconto politico, non certo il bene della scuola e della comunità in cui essa è inserita. Una narrazione facilmente spendibile sul piano mediatico, ma del tutto inefficace su quello educativo. È, in definitiva, propaganda politica a fini elettorali e di mantenimento del potere, non politica scolastica.

È necessario dirlo con chiarezza: basta con la strumentalizzazione di Scampia, come di Caivano, e basta con questa narrazione semplificata portata avanti da chi non intende risolvere i problemi, ma alimentare paure per legittimare il proprio potere e distogliere l’attenzione dalle vere cause del disagio, in una perversa logica di coazione a ripetere.

La scuola affronta ogni giorno le difficoltà generate da queste problematiche con responsabilità educativa, cercando di instillare negli studenti la voglia di vivere, non certo la paura di essere ammazzati, e di stimolare in loro un immaginario positivo e rassicurante, non cupo e inquietante.

Lo affermo non per sentito dire, ma in virtù della mia esperienza diretta, poiché insegno in una scuola di Scampia, un istituto professionale. Uno di quegli istituti superiori ai quali – per via di una inattuale, ma pervicace mentalità di chiara matrice classista – vengono spesso indirizzati i ragazzi ritenuti più “difficili” da gestire o “incapaci”. Una scuola nella quale ogni giorno accogliamo i nostri alunni senza alcun timore di essere aggrediti

Non abbiamo bisogno, a Scampia come altrove, di scuole che si barrichino per difendersi dai propri studenti, ma di istituzioni aperte e responsabilizzanti, capaci di fornire strumenti critici per comprendere sé stessi e il mondo in cui si vive: luoghi accoglienti, in cui i ragazzi possano esprimersi liberamente e sentirsi davvero al sicuro.

A esprimere con chiarezza questa stessa impostazione è stato anche un altro dirigente, il prof. Piero De Luca, a capo dell’I.C. Errico Sauro Pascoli di Secondigliano, che in un’intervista rilasciata la sera della stessa giornata a CRC News ha dichiarato:“Le scuole sono comunità educative all’interno delle quali (…) i ragazzi che arrivano da contesti sociali e familiari complessi devono trovare un terreno fertile e sereno di crescita e di responsabilità. Non è arroccandosi in cittadelle fortificate che si possono risolvere problemi di questa portata”.

Nessuno nega che i problemi esistano. Se mi si chiede: “Sono adolescenti difficili?”, la risposta è sì, e non è sempre facile gestirli. Sono ragazzi insofferenti all’autorità? Sì, lo sono. Ma in questa insofferenza si manifesta il disagio di chi vive in contesti in cui la durezza delle relazioni li rende al tempo stesso reattivi e resilienti: reattivi verso l’altro, spesso percepito come una minaccia, e resilienti a ogni forma di sopraffazione, purtroppo e per fortuna.

Questi problemi vanno affrontati nel rispetto della loro complessità, non derubricandoli a mere questioni di ordine pubblico. Gli adolescenti, in quanto tali e senza distinzione alcuna, vanno accolti, non respinti, e un metal detector è l’ultima cosa che possa servire a chi, come un insegnante, vuole e deve costruire con ciascuno di loro una relazione, un rapporto di fiducia con i propri studenti.

La stragrande maggioranza di questi ragazzi è fragile, molto fragile, anche quando appare dura. Ciascuno di loro, ragazze e ragazzi, nasconde fragilità profonde, portate come fardelli, che rischiano di riprodurre per tutta la vita la perversa dinamica vittima/carnefice. Fragilità che non si eliminano certo con i metal detector all’ingresso delle scuole, strumenti repressivi ai quali, peraltro, questi ragazzi sono già abituati, perché cresciuti dentro dinamiche relazionali dure, spesso ereditate, e che non fanno altro che alimentare diffidenza anziché fiducia.

A queste fragilità non si risponde con il controllo e la diffidenza, ma con l’esatto opposto: accoglienza e gentilezza, le uniche davvero capaci di interrompere le logiche di sopraffazione che questi ragazzi subiscono e, inconsapevolmente, riproducono.

È grave e pericoloso, lo dico da insegnante e da cittadino, il segnale di una scuola piegata alle logiche di un sistema di potere che ammicca a politiche securitarie di matrice autocratica. Una deriva che si inserisce in un clima più ampio, nel quale si moltiplicano pratiche di delegittimazione degli insegnanti che stimolano il pensiero critico, come dimostra il recente invito di Azione Studentesca, organizzazione studentesca di Gioventù Nazionale legata a Fratelli d’Italia, a segnalare docenti “di sinistra”. Docenti colpevoli, in realtà, di affrontare temi di attualità ed esercitare la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione (art. 33), con l’ancor più grave e mal celata volontà di identificarli, chiedendo di segnalare “casi eclatanti” facilmente riconducibili ai singoli docenti.

Queste azioni, vere e proprie liste di proscrizione, non vanno sottovalutate né liquidate come ragazzate folcloristiche, ma denunciate e fermate sul nascere, perché contribuiscono a normalizzare la riduzione delle nostre libertà fondamentali e a svuotare di senso la Costituzione. I regimi autocratici non si instaurano dall’oggi al domani, ma sedimentano lentamente nelle menti delle persone, in modo inesorabile. È responsabilità di tutti, insegnanti e cittadini, vigilare e contrastare queste derive.

Preoccupa, infine, l’americanizzazione del modello scolastico che si tenta di importare. I metal detector, unica risposta proposta dal ministro Valditara al disagio adolescenziale manifestatosi con l’omicidio di Abanoub Youssef, studente ucciso a coltellate a La Spezia mentre si trovava a scuola, non impediscono — come dimostra l’esperienza degli Stati Uniti — che soggetti attraversati da profondi disagi sociali e psicologici compiano stragi. Militarizzare la scuola significa eludere le cause reali della violenza e dismettere le nostre responsabilità di adulti.

Per questo, come docenti e come cittadini, dobbiamo opporci in tutti i luoghi del confronto democratico, e con tutti gli strumenti sanciti dalla Costituzione e dal buon senso, a ogni tentativo, anche quando mascherato da presunte esigenze di sicurezza, di ridurre la scuola a uno spazio di controllo e di gestione autoritaria. Dobbiamo difenderne la funzione di luogo in cui si sviluppa il pensiero critico e la sua forza emancipatrice, riaffermando con determinazione che l’educazione non può essere governata dalla paura, ma dalla libertà e dalla responsabilità collettiva.

 

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