Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Dario Spagnuolo

A poco più di tre anni dall’insediamento del governo Meloni (22 ottobre 2022) è importante comprenderne l’operato sul sistema di istruzione e formazione che, nel dettato costituzionale, è chiamato a formare i cittadini della Repubblica.

Superficialmente, si potrebbe avere l’impressione che l’esecutivo abbia fatto ben poco, perché i provvedimenti promessi alla pancia dell’elettorato (la riduzione delle accise sulla benzina, le pensioni, il sostegno alle famiglie …) sono stati regolarmente disattesi. Sono stati invece perseguiti con grande impegno i progetti su autonomia differenziata, riforma della giustizia, riforma elettorale e premierato. Una serie di cambiamenti istituzionali e costituzionali, insomma, che rischiano di sconvolgere l’assetto della Repubblica parlamentare facendolo degradare in “democratura”.

In questo contesto, le politiche scolastiche hanno un ruolo fondamentale. La destra italiana, infatti, considera da sempre la cultura e la scuola terreni di coltura per il dissenso e tra i suoi fantasmi annovera da sempre “l’egemonia culturale della sinistra”, nonostante questa egemonia culturale non si traduca in supremazia politica e, anzi, la sinistra manifesti più di una insicurezza nel confrontarsi con il contesto politico, economico e sociale interno e internazionale.

D’altro canto, la scuola è il servizio di prossimità più vicino alle famiglie e, come affermava Piero Calamandrei, è un organo costituzionale con compiti simili a quelli che nell’organismo hanno i globuli rossi: serve a mantenere viva la democrazia attraverso l’insegnamento e la pratica del confronto democratico che avviene all’interno delle sue aule[1]. Per questo, finisce per intersecare tutti gli aspetti della vita del paese ed è dunque un ottimo termometro per capire quali siano le condizioni di salute del paese.

 

Istruzione e repressione

E’ ufficiale, lo dichiarano tutte le Procure d’Italia. Da Nord a Sud la criminalità minorile è in forte aumento. Aumenta il numero di giovanissimi pusher, ma crescono anche i reati a sfondo sessuale (+44%) e nella città di Napoli il numero di denunce è raddoppiato nel giro di un anno. Di fronte a questo scenario, è evidente che il governo abbia scelto di non ascoltare pedagogisti, neuropsichiatri e psicanalisti (e nemmeno molti giudici) per imboccare invece la via della repressione.

A seguito del Decreto Caivano, il numero dei minori detenuti è cresciuto del 50% nel solo 2024. E’ inoltre divenuto molto più facile trasferire i reclusi nelle case circondariali per adulti appena compiuti i 18 anni, anche interrompendo i percorsi di recupero.

Contemporaneamente, è divenuto molto più difficile il ricorso alle pene alternative, così i 17 istituti penali per minorenni presenti in Italia sono tutti sovraffollati. Ha fatto scandalo il caso del “Beccaria” di Milano, dove gli agenti di polizia penitenziaria sono indagati per violenza contro i minori reclusi.

E’ il segnale di un’invivibilità crescente che è espressione di un modo di pensare: chi delinque deve essere punito, rinchiuso e dimenticato[2]. Nessun investimento nelle case circondariali, situazioni ingestibili di sovraffollamento e nessuna amnistia, nemmeno in occasione del giubileo. Una dimostrazione di forza destinata ad essere pagata a caro prezzo: senza programmi di recupero gli istituti penali si rivelano vere fucine di recidivi.

La scuola, poi, è sempre sul banco degli imputati. Non le si chiede di educare, ma di punire (all’inizio del suo mandato il Ministro Valditara utilizzò il verbo “umiliare”). Maggiore severità, sanzioni agli studenti e metal detector nelle scuole. Poco conta che i paesi che da tempo seguono questa strada, come gli USA, sono quelli in cui la violenza è divenuta endemica anche nelle aule scolastiche.

Anche in questo caso, l’importante è mostrare forza. D’altro canto, anche qualora le scuole si dotino di metal detector cosa mai potrebbero fare? Potrebbe forse un collaboratore scolastico o un insegnante disarmare il malintenzionato scoperto in possesso di un’arma? O forse improvvisamente il personale scolastico è stato investito dal potere di effettuare perquisizioni? E poi, come procedere? Convocare a scuola tutti gli studenti un’ora prima della campanella per sottoporli ai controlli?

Intanto, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole mostra che in tutte le scuole di ogni ordine e grado si promuove una cultura militarista, con una deriva sempre più preoccupante.

La verità è che la scuola è il capro espiatorio di una società che si rifiuta di educare, che non ha nessun interesse per i bambini e gli adolescenti e che, di fronte a ogni emergenza, persegue la strategia dello scaricabarile. Negli ultimi anni, non solo con il governo attuale, sono state intraprese varie iniziative, tutte a costo zero, cercando di istituire nuovi insegnamenti e costringendo il personale ad un aggiornamento su bullismo e cyberbullismo e diffondendo l’idea che la minaccia si annidi tra i banchi di scuola.

Al contrario, il mondo degli adolescenti è estremamente complesso e le conflittualità, molto spesso, si scatenano il sabato sera. D’altronde, il divieto di portare lo smartphone a scuola è abbastanza ipocrita, vietando a scuola ciò che dovunque è concesso. Resta poi che il personale scolastico non può avere accesso ai device degli studenti né dispone di competenze tali da poter effettuare delle indagini, come possa avere piena contezza dei casi di cyberbullismo resta dunque un mistero. Alla scuola, insomma, sono stati offerti strumenti spuntati e soprattutto è mancata del tutto un’analisi sull’eziologia del disagio giovanile che non sembra essere interesse dell’attuale governo.

A corollario di questo approccio sono giunte le norme punitive. Con il DPR 8 agosto 2025, n. 134 è stato disciplinato in maniera stringente lo statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria (DPR 249/1998) introducendo obbligatoriamente le attività di cittadinanza attiva da svolgere con associazioni del terzo settore. Il tutto, beninteso, sempre a costo zero. Tutte le scuole si sono ritrovate in corso d’anno a dover modificare il proprio regolamento di istituto mentre gli Uffici Scolastici Regionali hanno emanato degli avvisi pubblici rivolti ad enti del terzo settore che, garantendo determinati requisiti, offrono la possibilità di accogliere degli studenti.

In realtà, questo intervento è previsto per la sospensione dalle lezioni da 3 a 15 giorni, dovrebbe essere svolto prevalentemente presso la scuola e sostituire l’attività didattica. E’ evidente che si tratta di un incarico gravoso per gli enti del terzo settore, a fronte del quale non è stata prevista alcuna forma di compensazione. In più, tali modalità erano comunque nelle possibilità di ogni singolo istituto. Ogni scuola, infatti, può deliberarle all’interno del proprio regolamento e adottarle, in maniera molto più semplice e rapida, in base alle risorse del territorio in cui opera.

Si pensi ad esempio ad una scuola di un centro piccolo o di medie dimensioni, che non può fare riferimento a grandi associazioni del terzo settore adeguatamente organizzate, con la norma ministeriale si ritrova esclusa da tale opportunità. Resta poi, come sempre, l’ambiguità degli istituti comprensivi. Il DPR 134/2025, infatti, è applicabile solo agli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, ma non a quelli della primaria, con il risultato che gli istituti comprensivi si ritrovano costretti a elaborare dei regolamenti diversificati a seconda dell’ordine di scuola frequentato dall’alunno.

Oltre ad essere, dunque, un colossale spot relativo ad attività che le scuole già facevano, di fatto la normativa ha notevolmente ristretto il campo di azione delle scuole, traducendosi in una limitazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche.

 

Scuole sempre più grandi e paesi sempre più vuoti

Nell’anno scolastico 2011/2012 in Italia esistevano 10.208 istituzioni scolastiche autonome sede di direttivo a fronte di 7.823.547 studenti: ogni scuola, dunque, accoglieva mediamente 766 studenti. Nel 2025/26 le scuole sono diventate 7.475 e gli studenti 6.944.271: una media di 929 alunni per ogni scuola! In 15 anni il numero delle scuole è diminuito di 2.733 scuole e quello di alunni di 879.276 unità. Qualora le scuole chiuse fossero state in numero proporzionale a quello degli alunni, il taglio complessivo sarebbe stato meno della metà: 1.148 scuole chiuse.  Solo nell’ultimo triennio sono state chiuse circa un migliaio di scuole, nella stragrande maggioranza nel Mezzogiorno.

I dati, peraltro, sono pubblici e consultabili sul Portale unico del MIM da cui è tratta la seguente tabella:

 

Anno scolastico Istituzioni scolastiche variazione n. assoluti variazione % rispetto anno precedente
2015-16 8.508
2016-17 8.406 -102 -1,2%
2017-18 8.349 -57 -0,7%
2018-19 8.288 -61 -0,7%
2019-20 8.224 -64 -0,8%
2020-21 8.184 -40 -0,5%
2021-22 8.159 -25 -0,3%
2022-23 8.137 -22 -0,3%
2023-24 8.089 -48 -0,6%
2024-25 7.600 -489 -6,0%
2025-26 7.476 -124 -1,6%
Variazione 2025-26/2015-16 -1.032 -12,1%

 

Il tutto è avvenuto perché il  governo, con un piano di razionalizzazione triennale varato con la legge di Bilancio 2023 (Legge 197/2022), senza discussione parlamentare, ha stabilito che ad ogni regione fossero assegnati un numero di dirigenti scolastici pari a quello degli alunni diviso per un coefficiente fisso che per il 2025/26 è 938 alunni. Precedentemente, la norma prevedeva per l’assegnazione di un dirigente con almeno 600 alunni, soprattutto c’era la deroga per i comuni montani e le piccole isole, di costituire delle autonomie scolastiche con soli 300 o 400 alunni. In base a tali parametri, dunque, ogni amministrazione regionale formulava una proposta che veniva poi contrattata con il governo. Adesso, invece, non c’è nulla da contrattare. Se le regioni intendono costituire delle autonomie scolastiche anche sulle isole e nei comuni montani possono farlo, ma arrangiandosi con l’organico a disposizione. Dunque per salvare una scuola su un’isola bisogna costituire una scuola enorme in qualche altra parte della regione perché il rapporto medio resti invariato.

Effetti del dimensionamento dati MIM

Ripartizione Regione 2022-23 2025-26 diminuzione V.A. diminuzione %
Nord Ovest Piemonte 540 530 10 1,9%
Lombardia 1.134 1.108 26 2,3%
Liguria 187 169 18 9,6%
Nord Est Friuli VG 167 153 14 8,4%
Veneto 592 555 37 6,3%
Emilia R. 534 532 2 0,4%
Centro Toscana 472 466 6 1,3%
Marche 233 208 25 10,7%
Umbria 139 134 5 3,6%
Lazio 722 679 43 6,0%
Sud Abruzzo 192 179 13 6,8%
Molise 52 45 7 13,5%
Campania 981 853 128 13,0%
Puglia 631 565 66 10,5%
Basilicata 115 83 32 27,8%
Calabria 360 279 81 22,5%
Isole Sicilia 812 705 107 13,2%
Sardegna 273 232 41 15,0%
TOTALE Italia 8.136 7.475 661 8,1%

Elaborazione su dati MIM

Questo è un danno al Mezzogiorno, dove il territorio è molto più montuoso rispetto all’Italia settentrionale e dove sono presenti numerose isole: basti pensare a Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Il risultato è che nel Mezzogiorno sono state chiuse la maggior parte delle scuole, indebolendo la rete scolastica e privando di risorse la parte del paese che già si trova in maggiore difficoltà. La Calabria, ad esempio, ha chiuso il 22,5% delle sue scuole, la Basilicata il 27,8%, il Molise il 13,5% e la Campania il 13%. Le ricche regioni di pianura, invece, hanno chiuso un numero limitato di scuole nonostante godano di risorse e condizioni ambientali decisamente migliori. La Lombardia ha chiuso solo il 2,3% delle sue scuole, il Piemonte l’1,9%, l’Emilia Romagna lo 0,4%. E’ presumibile che un tale andamento incoraggi ulteriormente la migrazione dei docenti verso il Nord e, soprattutto, impedisca il ricongiungimento delle famiglie, oltre a rendere conflittuale la gestione dei trasferimenti.

E’ bene ancora ricordare che le scuole, nel Sud, hanno un orario assai inferiore a quelle del Nord per la mancanza del tempo pieno. Basti pensare che a Milano sono a tempo pieno oltre il 90% delle classi di scuola primaria e a Napoli poco più del 20%. In pratica, un alunno di Milano svolge ogni anno circa 400 ore di lezione in più.

 

Dimensionamento e abbandono delle aree interne

Per capire bene la questione bisogna spiegare come è organizzata la rete scolastica. A partire dal 1999, con l’autonomia delle istituzioni scolastiche, i presidi sono divenuti dirigenti scolastici. Mentre precedentemente la scuola era dirigista e il preside doveva occuparsi esclusivamente della didattica e del coordinamento degli organi collegiali. Con l’autonomia le scuole hanno iniziato a decidere in merito all’offerta formativa e anche all’impiego delle modestissime risorse. I dirigenti scolastici hanno assunto la rappresentanza legale delle scuole e dunque sottoscrivono contratti, accordi di rete, protocolli di intesa. Le scuole emanano bandi, gestiscono progetti, assumono personale.

Un lavoro enorme se si considera che deve essere sommato alla gestione del personale, delle relazioni sindacali, dei contenziosi (il dirigente scolastico rappresenta il MIM in tribunale), delle assunzioni, della carriera, dei titoli di studio, dei quadri orari, della mensa, della sicurezza e così via. Ogni scuola, poi, è formata mediamente da 5 o 6 plessi differenti, talvolta ubicati in comuni diversi, e circa 120/140 unità di personale. Per un’organizzazione così grande c’è un solo dirigente scolastico e una sola segreteria che si occupa degli studenti (iscrizioni, titoli di studio, benefici di legge) dei lavoratori (contratti, trasferimenti, pensioni …) e dell’attività negoziale (acquisti ordinari e straordinari, gestione amministrativa dei progetti, acquisizione di beni strumentali, …).

Le famiglie, insomma, devono spostarsi anche di diversi chilometri per poter incontrare il dirigente o recarsi in segreteria e lo stesso dicasi per la maggior parte dei lavoratori scolastici. Non ci sono figure intermedie. Per ogni scuola c’è una sola figura apicale, tutto il resto dell’organigramma è definito di anno in anno, attingendo alle risorse del fondo di istituto. E’ un carico gestionale che non ha equivalenti in nessun’altra dirigenza pubblica di pari livello (i dirigenti scolastici sono dirigenti pubblici di seconda fascia). E’ dunque evidente che scuole più piccole sono più gestibili, mentre in scuole enormi può accadere che il dirigente passi in un plesso solo una volta all’anno per nemmeno un’ora. Ci sono, poi, tutte le ricadute organizzative che il Ministero sembra ignorare.

Convocare un collegio dei docenti in una a scuola tempo pieno di sei differenti plessi significa radunare centinaia di docenti in un unico luogo in orario serale, dato che perché siano tutti presenti l’orario delle lezioni deve essere terminato, e bisogna considerare il tempo necessario a raggiungere il luogo della riunione. Il dimensionamento, insomma, significa l’abbandono dei piccoli paesi che si ritroveranno a perdere anche i plessi scolastici, come raccontato da Riccardo Milani nel bel film “Un mondo a parte”.

Ne “La restanza”, Vito Teti scrive “Il diritto allo studio e all’istruzione è garantito dalla Costituzione e non può essere subordinato a calcoli economici[3]. In realtà, il ragionamento del governo sembra proprio quello del calcolo economico: meno scuola per tutti e ampi risparmi da reinvestire per altre priorità. La questione del declino delle aree interne, che nelle scuole vedeva uno strumento per incoraggiare la permanenza, non è una priorità, anzi. Il governo ha scelto di accompagnare la transizione e il declino demografico, piuttosto che cercare di contrastarli, rinunciando implicitamente sia alla risorsa turistica, sia alla salvaguardia di territori particolarmente fragili e a rischio idrogeologico.

Esiste, poi, una questione decisiva. L’assegnazione delle risorse umane e finanziarie è fatta alle scuole come se fossero delle aziende, considerando delle improbabili “economie di scala”. I documenti sono pubblici e sono verificabili: al crescere delle dimensioni della scuola il personale aumenta in maniera meno che proporzionale, lo stesso avviene per le risorse economiche. Per avere un’unità in più di personale bisogna avere almeno 41 alunni con disabilità, una scuola con 400 alunni ha diritto a 5 collaboratori scolastici, uno ogni 80 alunni. Una scuola che ne ha 1200 ne avrà solo 12, uno ogni 100.  Una scuola che ha due plessi ha diritto ad un collaboratore scolastico in più, una scuola che ha 10 plessi ne ha in più solo 4. Insomma, unendo più plessi e costituendo istituzioni scolastiche autonome più grandi si procede ad un taglio del personale e ad una riduzione dell’assegnazione delle risorse finanziarie. Lo stesso MIM ha quantificato in circa 8000 unità la riduzione del personale amministrativo, tecnico e ausiliario a seguito dell’approvazione della finanziaria 2023.

 

Le scuole di secondo grado e i percorsi quadriennali

Andrea Gavosto, presidente della Fondazione Agnelli, ha di recente dichiarato che i percorsi sperimentali quadriennali dei licei si sono rivelati deludenti e che gli alunni provenienti da questi studi, una volta all’università, ottengono risultati e voti inferiori rispetto a coloro che invece hanno svolto regolarmente i tradizionali percorsi quinquennali. Nonostante non ci sia stata nessun’altra valutazione e nessun altro studio sull’andamento dei percorsi quadriennali, il Ministero ha ritenuto di estenderli indiscriminatamente a tutte le scuole secondarie di secondo grado. In teoria, tali percorsi dovevano essere approvati dal Collegio dei docenti, in pratica le pressioni ricevute dall’amministrazione centrale sono state tali che la maggior parte dei dirigenti ha scelto di attivare l’opzione dei percorsi quadriennali, talvolta in aperto contrasto con l’opinione dei docenti.

La normativa non è una novità, il D.M. 344/2021 porta la firma dell’allora ministro Patrizio Bianchi. In teoria, esiste anche una motivazione comprensibile: mentre nella maggior parte dei paesi europei gli studi primari e secondari terminano a 18 anni, in Italia finiscono a 19 anni. Il motivo del provvedimento, però, non è quello di allineare il sistema di istruzione e formazione italiano a quello degli altri stati comunitari.

Il governo ha inizialmente rimodulato il monte ore quinquennale spalmandolo in quattro anni. Il risultato è che con i percorsi quadriennali gli studenti devono trascorrere da 36 a 40 ore settimanali dietro ad un banco: decisamente troppo. Una cosa simile, peraltro, significa una vera rivoluzione per una scuola secondaria di II grado. Occorrono spazi mensa e quasi tutte le attività di ampliamento dell’offerta formativa diventano impossibili.

Approfittando di una certa elasticità concessa dal ministero, molte scuole hanno sopperito in maniera “creativa”: compresenze di docenti per lo svolgimento di “geostoria”, didattica a distanza e così via. Adesso, tutto questo diventerà progressivamente impossibile e, come prevedibile, i percorsi quadriennali si trasformeranno in un taglio che arriverà fino al 20% del personale delle scuole superiori. Il riordino delle classi di concorso e dei piani di studio è iniziato già quest’anno, ma ovviamente impatterà, progressivamente, sugli anni successivi.

Per gli istituti tecnici, poi, il Ministero ha varato la filiera tecnico/professionale con la L. 121/2024. Sarà possibile integrare la formazione quadriennale con un biennio presso le ITS Academy, enti e istituzioni private che svolgono formazione in stretta relazione con le imprese del territorio. Il loro numero, però, è del tutto insufficiente ed anche la localizzazione lascia a desiderare. In Italia operano poco più di 100 ITS Academy, ovvero in numero quasi pari a quello dei capoluoghi di provincia, ma nelle province più grandi ce n’è più di una.

La norma ha così consentito di rivolgersi anche ad altri enti, ampliando enormemente la lista dei potenziali erogatori di quella che dovrebbe essere alta formazione. Anche qualora tali strutture si rivelassero all’altezza, resta il problema che i distretti industriali e produttivi non sono equamente distribuiti sul territorio nazionale e, laddove il tessuto imprenditoriale è più debole, c’è il rischio che il modello si riveli un fallimento. D’altronde, proseguire con il biennio al termine del percorso di studi superiore quadriennale non è obbligatorio e, comunque, l’accesso agli studi universitari al termine del percorso quadriennale è garantito. Anche questa manovra, insomma, si rivela soprattutto un taglio all’istruzione. Nel complesso, con l’avvento del governo attuale la pubblica istruzione è stata sottoposta ad una cura dimagrante senza precedenti, i cui effetti saranno ancora maggiori negli anni a venire.

Al momento, una quantificazione è difficile perché si tratta di valutare le ricadute di una pluralità di provvedimenti, tra i quali è da annoverare anche la riforma dell’esame di Stato conclusivo del II ciclo di istruzione, che torna a chiamarsi “esame di maturità” La riduzione delle materie di esame e dei commissari esterni, infatti, genera un risparmio per le casse delle Stato oltre ad essere una significativa riduzione degli obiettivi di apprendimento.

 

La fragilità delle istituzioni scolastiche autonome

La crisi demografica vissuta dall’Italia giustifica in minima parte un così largo disimpegno sul fronte dell’istruzione e della formazione. D’altro canto, la diminuzione degli alunni avrebbe rappresentato un’ottima possibilità per perseguire un’istruzione di qualità lasciando sostanzialmente invariata la spesa.

Di fatto, i provvedimenti legislativi oltre a tradursi in un enorme taglio al bilancio e alle risorse destinate all’istruzione, stanno scardinando l’impianto normativo del sistema di istruzione. Gli anni settanta e i decreti delegati, infatti, avevano introdotto nella scuola gli organi collegiali (L. 477/1973 e DPR 416, 417, 418, 419 e 420 del 1974) che, con l’autonomia delle istituzioni scolastiche (L. 59/1997 e DPR 275/1999) erano divenuti organi di indirizzo. Con l’autonomia, inoltre, alle istituzioni scolastiche viene concessa autonomia didattica, organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo. Le scuole, dunque, sono le più piccole autonomie dello Stato.

Esercitano un’autonomia molto più limitata, anche se di certo superiore a tanti altri organismi che non ne hanno nessuna. A difesa della loro condizioni possono contare esclusivamente sulla figura del dirigente scolastico, pertanto sono soggette alle pressioni provenienti dal territorio. I casi sono innumerevoli: il sindaco che si oppone all’esposizione della bandiera della pace, il divieto di trattare argomenti proveniente da associazioni e esponenti politici territoriali e così via[4]. In epoca COVID, la questione più significativa fu la pretesa dei governatori di alcune regioni che fossero i dirigenti scolastici a chiudere le scuole, potere che essi non detengono.

Questa fragilità delle istituzioni scolastiche autonome è all’origine di un sistema poco coeso, incapace di reagire ad una politica scolastica che va a detrimento dell’istruzione pubblica. Non è una caso se le iscrizioni alle scuole paritarie e private negli ultimi anni sia in forte aumento, così come si diffonda la tendenza all’homeschooling.

I tagli, poi, sono dissimulati da un approccio più generale che vagheggia un ritorno al passato, ad una scuola “mitica” in cui le cose andavano bene e gli alunni erano preparati. In realtà, anche volendo accettare di dibattere su questioni pretestuose, è evidente che negli anni passati evasione ed elusione scolastica erano altissimi, mancando inoltre normative a tutela delle persone in condizione di disabilità molti bambini con patologie gravi non varcavano i portoni delle scuole. I ventilati migliori risultati, insomma, erano solo il risultato di una selezione avvenuta all’origine e, oggi come allora, gli alunni provenienti dalle famiglie più agiate erano avvantaggiati dalle possibilità offerte loro dai genitori.

Molti documenti, peraltro, sono sembrati agli esperti datati o del tutto superati, gravati da un linguaggio fazioso o fondati su presupposti scientifici ampiamente superati. D’altro canto, non sarebbe la prima volta.  Nel 2004 (Governo Berlusconi, Ministro Letizia  Moratti) con il D. L. del 19.02.2004 fece scomparire dalla scuola del I ciclo la teoria evoluzionista, successivamente reintrodotta per le proteste di scienziati e accademici[5].

Non mancano, poi, le perplessità di tipo normativo. E’ il caso, tra l’altro, delle “linee guida per le indicazioni nazionali della scuola del primo ciclo” che il MIM ha ritenuto di dover rivedere (le precedenti risalivano al 2012) affermando più volte la necessità di rivedere i “programmi”. In realtà, i programmi ministeriali sono stati aboliti con la riforma Moratti (L. 53/2003) che li ha sostituiti con le “programmazioni”, redatte dai docenti in base ai bisogni educativi e formativi degli alunni della classe. Ci si trova, dunque, dinanzi a linee guida che, nell’intenzione del legislatore, dovrebbero modificare una legge. Una palese incongruenza che rivela tuttavia il desiderio di ritornare al dirigismo ministeriale.

In conclusione, la scuola è stata bersagliata ripetutamente da una serie di interventi che, al di là del dibattito ideologico che affascina la stampa, si sono tradotti in una drastica riduzione delle risorse con l’ampliarsi del gap tra Nord e Sud del paese e il sostanziale abbandono delle aree interne.

 

[1] Piero Calamandrei, Discorso al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale; 11 febbraio 1950.

[2] Il Caso dell’Istituto Penale Beccaria di Milano è scoppiato alla fine del 20255 portando ad un’indagine che vede coinvolti oltre 50 indagati. I primi articoli sono comparsi nell’agosto 2025 (v. Il Corriere della Sera ed. Milano del 9.08.2025) ma lo scandalo si è notevolmente allargato nell’ottobre dello stesso anno per il coinvolgimento di Don Rigoldi e Don Burgio, per omessa denuncia. Nei mesi successivi si sono riscontrati casi analoghi anche in altri istituti penali.

[3] V. Teti, La restanza,  Torino, Einaudi 2022,  p. 50.

[4] E’ accaduto nel 2022 nel comune di Mairano (Brescia), dove il sindaco Igor Zacchi ha chiesto che venisse rimossa una bandiera della pace esposta dai bambini sui cancelli della scuola per accogliere dei coetanei provenienti dall’Ucraina.

[5] D.L. 9 del 19.02.2004 “Definizione delle norme generali relative alla scuola dell’infanzia e al primo ciclo dell’istruzione, a norma dell’articolo 1 della legge 28 marzo 2003, n. 53”.

 

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