di Salvatore Lucchese

Come Salvemini diviene Salvemini (laico): dall’economicismo al fallibilismo

A partire dal saggio del 1902 su La storia considerata come scienza[1], Salvemini avvia esplicitamente un profondo processo di revisione delle sue precedenti posizioni epistemiche, che si caratterizzano per l’adesione ad un monismo riduzionistico di tipo economicistico, a sua volta incentrato su un “realismo ingenuo”[2], per giungere con i successivi saggi su Storia e scienza[3] del 1948 ed Empirici e teologi[4] del 1955 alla formulazione di un paradigma epistemologico di tipo fallibilistico incentrato su un “realismo minimo” o “negativo”[5].

A tale processo di revisione epistemologica, sul piano “teorico-regolativo”[6] delle riflessioni educative e su quello “strategico”[7] delle specifiche proposte di riforma degli ordinamenti scolastici – piani in cui Salvemini va maggiormente articolando la sua “pedagogia in situazione” connotata dalla tensione conoscitiva delle condizioni effettive della società a partire dalle quali cercare di realizzare un’“utopia possibile”[8] –, si accompagna una riconsiderazione critica delle sue personali pratiche educative.

Riconsiderazione che lo induce a passare dal ricorso a pratiche didattico-educative d’indottrinamento “dissimulato” dei suoi studenti alla “fede” socialista ad un concezione laica della cultura educativa, libera da pregiudiziali adesioni a posizioni dogmatiche e coerentemente aperta alla valorizzazione ed alla promozione delle differenze e dell’autonomia critica dei soggetti da realizzare attraverso una didattica per problemi.

Infatti, la proposta d’innovazione didattico-educativa avanzata da Salvemini si intreccia con una serrata critica rivolta nei confronti dell’utilizzo di pratiche didattico-trasmissive, ripetitive ed imitative, frutto, tra le altre, anche di un paradigma positivistico della conoscenza, che, in ultima istanza, secondo lo studioso pugliese, la riduce, dogmaticamente, a mero nozionismo: la “scuola a pappagallo”.

Inoltre, sempre secondo Salvemini, il fallibilismo funge anche da base di giustificazione epistemica della democrazia, così come il dogmatismo lo è delle dittature[9]. Nel complesso, la sua riflessione si connota come un modello “alto”, “organico”, “rigoroso”[10] ed ancora oggi attuale di laicità, in cui si intrecciano e si richiamano a vicenda le riflessioni epistemologiche, le analisi teorico-politiche e le considerazioni educative. 

In corrispondenza delle sue iniziali posizioni politiche, che, nel drammatico tornante della “crisi di fine secolo”, lo vedono collocato sul fronte del socialismo intransigente e rivoluzionario[11], sul piano della metodologia storiografica Salvemini elabora un rigido determinismo economicistico caratterizzato dalla ricerca di precisi nessi causali tra la struttura socio-economica e la sovrastruttura giuridico-politica.

Infatti, intrecciando la lezione del Marx politico e storico del Manifesto e del 18 brumaio[12] con l’impostazione deterministica del sociologo Achille Loira, con il quale intrattiene un breve ma significativo rapporto epistolare[13], egli perviene alla formulazione di una schema storiografico deterministico, a partire dal quale rilegge ed approfondisce alcuni snodi fondamentali della storia medievale del comune di Firenze[14]. Polemizzando con l’economista Vilfredo Pareto, che lo accusa di ricondurre la spiegazione di tutti gli eventi storici alla sola matrice della lotta tra classi sociali, Salvemini ribadisce la sua posizione economicistica sulla base del modello conoscitivo offerto dal riduzionismo naturalistico di orientamento scientista.

Il Pareto – osserva Salvemini – dice che se io vedessi piovere, direi: è la lotta di classe. Il motto è spiritoso, ma dà torto al Pareto. Se la pioggia fosse un fenomeno sociale e non fisico, sarebbe anch’essa una manifestazione dell’eterna lotta economica fra i diversi gruppi umani, divisi o verticalmente (popoli) o orizzontalmente (classi). Il Pareto che di fisica e chimica ne sa più di me, sa bene che i fisici hanno messo a dormire da molto tempo la famosa interdipendenza delle forze e che le riducono tutte ad una forza unica universale; sa anche che molti chimici – che non sono minchioni – si affannano  a ridurre i molti corpi semplici – interdipendenti direbbe il Pareto – a uno solo[15].

Secondo lo studioso pugliese, la storia, alla stregua delle scienze naturali, deve ricercare “[…] le cause necessarie dei fatti che studia, gli effetti necessari degli stessi fatti, il modo per cui quelle cause hanno prodotto necessariamente quell’effetto; e nient’altro”[16]

Contemporaneamente all’adesione ad un paradigma conoscitivo oggettivistico e deterministico di tipo economicistico, col quale intende opporsi al riduzionismo biologistico dei lombrosiani[17], Salvemini, allora insegnante presso i ginnasi ed i licei statali, si fa promotore di una pratica educativa tesa all’indottrinamento ‘occulto” e ‘dissimulato’ dei suoi alunni, per condurli inconsapevolmente  al ‘credo’ socialista.  

Il mio insegnamento va a gonfie vele. Su undici alunni della terza liceale, uno solo – il più cretino – è monarchico; uno è socialista, uno repubblicano; due clericali; uno critico ma con forti tendenze verso il socialismo; tutti gli altri repubblicaneggianti. Io, purtroppo, non posso esporre le mie opinioni; e quando andiamo insieme a passeggio lascio che parlino essi e discutano; intervengo solo di tanto in tanto in forma infamemente gesuitica, facendo delle osservazioni e adducendo fatti, che a prima vista danno torto al repubblicano e al socialista e perciò sono accettati con entusiasmo dagli altri; ma le mie parole a poco a poco provocano una fermentazione nella mente di tutti; il socialista diventa più socialista; il repubblicano va passando al socialismo; gli altri si vanno rischiarando, i due clericali diventano più clericali; ma fra un anno non saranno più tali. Se resto in Faenza altri due anni, fra cinque anni tutta la Romagna sarà socialista. […] Non avrei mai immaginato di potere essere così utile al mio partito, come sono insegnando storia e spese dello stato[18].

Dunque, un Salvemini riduzionista e dogmatico che sul piano delle pratiche educative tende a “convertire” non solo i suoi alunni ma anche i suoi colleghi alla “fede” socialista, facendo propaganda “dissimulata” solo per ragioni di prudenza politica.

Tuttavia, entrando progressivamente in contatto con nuove correnti teoriche – storicismo tedesco contemporaneo, positivismo storicistico, razionalismo sperimentale, pragmatismo pierciano e neoempirismo – ed approfondendo le tematiche relative all’epistemologia storiografica tanto nell’ambito dell’europeo Methodenstreit quanto in quello del dibattito statunitense sulla New History – approfondimento che ne rafforza la critica rivolta nei confronti dell’impostazione assolutistica di tutti gli -ismi filosofici da lui recepiti solo come canoni euristici, come ipotesi di ricerca e non come sistemi di verità assolute ed eterne[19] –, a partire dall’inizio del ‘900 Salvemini comincia a rivedere le sue posizioni deterministiche ed economicistiche[20] per riproporre, questa volta, il suo monismo metodologico sulla base della formulazione di un paradigma fallibilista della scienza.

Siamo alle soglie di una svolta teorica, spesso disconosciuta o fortemente ridimensionata dalla critica precedente[21], che si caratterizza anche per il travaglio psicologico dell’autore. Nel 1902, scrivendo all’amico Placci, Salvemini confessa di attraversare 

un periodo di dolorosa, di orribilmente dolorosa aridità: nulla mi soddisfa, in tutto trovo che c’è un rovescio, critico ferocemente ogni mia idea, scrivo lunghe pagine e poi le distruggo: questo veder le cose da molti lati è un grande impaccio alle affermazioni; alle creazioni, all’azione insomma[22].

Se nella prima parte del saggio su La storia considerata come scienza sono ancora presenti alcuni retaggi della sua originaria formazione incentrata sul riduzionismo economicistico e sociologistico, retaggi tipici delle posizioni del realismo ingenuo – là dove nel sostenere che la storia attraverso l’accertamento critico dei fatti possa offrire alla sociologia la base osservativa per potere ricavare induttivamente le leggi che regolano lo sviluppo storico-sociale, è evidente che l’autore ritiene implicitamente, che la mente rifletta passivamente la realtà[23] –, nella seconda parte dello scritto, invece, a supporto del carattere scientifico della storiografica, Salvemini decostruisce l’immagine positivistica della scienza caratterizzata dalla presunzione di possedere la verità unica, assoluta ed eterna.

Non l’estensione acritica del metodo sperimentale dalle scienze naturali alle scienze storico-sociali, ma, all’opposto, un processo di storicizzazione della scienza e la coeva epistemologizzazione della storia questa volta presiedono al suo tentativo di fondazione epistemica del monismo metodologico da lui proposto. Allargando lo spettro analitico delle scienze naturali ben oltre le discipline ‘rigorose’ della fisica, della matematica e della geometria sino a quelle meno ‘dure’ della fisiologia, dell’astronomia e della meteorologia, Salvemini giunge ad affermare che:

Alla radice, insomma, di tutti gli argomenti che di solito si adducono per negare alla storia il carattere scientifico risiede sempre il pregiudizio volgare che esista una scienza padrona di tutti i fenomeni, chiara e indiscussa in tutte le sue parti, capace di vedere, pesare, misurare, calcolare, riprodurre ed esperimentare tutto, superiore a qualsiasi suggestione esterna, immune da dubbi e da incertezze. […] Ora una scienza di questo genere non è mai esistita, non esiste, non esisterà mai […][24].

Non solo Salvemini mette in discussione l’immagine positivistica della scienza, ma, contrariamente alle sue precedenti posizioni riduzionistiche, sottolinea la complessità dei fenomeni storico-sociali, in quanto “a determinare un fatto sociale, anche se semplicissimo, […] concorre sempre un numero straordinariamente grande di fattori; ed esso alla sua volta concorre con moltissimi altri fattori a determinare nuovi fenomeni non meno complessi dei primi”[25]

Il romanticismo della scienza[26], tipico del positivismo filosofico, viene respinto dallo studioso pugliese anche sulla base del razionalismo sperimentale di Giovanni Vailati a cui Salvemini si richiama direttamente definendolo “genialissimo matematico-filosofofo”[27].

Alla concezione dogmatica della verità statica come conseguenza di un disvelamento certo, definitivo ed univoco, lo storico pugliese oppone una concezione della verità dinamica e problematica da considerare il frutto di una continua ed inesausta ricerca che procede per incessanti e successive approssimazioni, “‘[…] paragonabili a una serie di esplorazioni in un paese sconosciuto, ciascuna delle quali corregge o precisa meglio i risultati delle esplorazioni precedenti e rende sempre più facile, a quelle che susseguono, il raggiungimento dello scopo, che tutte hanno avuto in vista’”[28].

Ricerche che hanno un origine ed un condizionamento storico a cui neanche le scienze sono immuni, come nel caso della “[…] geometria [che] è sorta storicamente sotto l’aculeo delle necessità agronomiche”[29], o della fisica dinamica che “[…] si è costituita come scienza deduttiva per opera di Galileo, di Huyghens e di Newton”[30] sulla base dell’esigenza della balistica militare.

Inoltre, sempre coerentemente alle posizioni del razionalismo sperimentale di Vailati, Calderoni ed Enriques, con i quali avvia anche uno scambio epistolare[31],  Salvemini giunge a rivalutare la dimensione soggettiva della ricerca, in cui la fantasia, l’immaginazione, la creatività ed i “preconcetti” di natura politica, filosofica e religiosa svolgono la funzione di individuare, selezionare ed organizzare secondo schemi concettuali organici e coerenti i fatti criticamente accertati, che, altrimenti, rimarrebbero muti, frammentati se non anche del tutto invisibili all’occhio dell’osservatore. A questo proposito Salvemini osserva che:

Che cosa sarebbe avvenuto se il preconcetto non fosse intervenuto fin da principio fra i fatti per dividerli, anche arbitrariamente, in due sole schiere opposte? Avremmo avuta la guerra di tutti contro tutti, un turbinio di notizie insignificanti e refrattarie, la cui confusione sarebbe cresciuta a misura che nuove ricerche avessero messo in luce nuove notizie dissociate dalle prime; la perfetta obiettività, quindi, la paura dei preconcetti e delle ipotesi, avrebbe intralciata chi sa per quanto tempo ogni ricerca, se pure non l’avrebbe resa vana per sempre[32].

Dunque, contrariamente a quanto sostenuto dagli esponenti del positivismo scientistico, che in ambito storiografico degenera nel feticismo della mera raccolta erudita dei fatti senza che essi vengano collegati in quadri euristici organici e coerenti, per non turbarne la sacralità di dati oggettivi, capaci di imprimersi di per sé nella mente degli osservatori, Salvemini ritiene che l’obiettività non consista nell’assenza della dimensione soggettiva della ricerca, ma nel subordinare e modificare sempre le proprie idee ai fatti criticamente accertati.

In altri termini, la verità non è mai data e nota in sé e per sé ma è il frutto di un continuo processo di ricerca che, secondo lo  studioso pugliese, come un pendolo o un’“altalena”[33], oscilla incessantemente tra la sua dimensione soggettiva e quella oggettiva.

A partire dal dibattito statunitense degli anni Trenta sulla New History, nei saggi Storia e scienza e soprattutto in Empirici e teologi, Salvemini giunge a negare decisamente sia la possibilità di individuare le leggi che regolererebbero lo sviluppo storico-sociale, sia le concezione finalistiche del processo storico, sia il carattere esclusivamente soggettivo ed interpretativo della ricerca storiografica che la ridurrebbero a mera opinione senza la possibilità di distinguere il vero dal falso, le posizioni parziali ma criticamente fondate da quelle propagandistiche e faziose frutto di una storia ideologica “militante e di combattimento”[34],  per affermare, sulla scia della lettura di John Stuart Mill[35] e Charles Sanders Pierce[36], la dimensione fallibilistica della ricerca in cui “mezzi irrazionali possono condurre alla scoperta della verità, ma soltanto con metodi razionali la verità può essere provata”[37]. E la razionalità scientifica, secondo Salvemini, consiste nel dedurre le conseguenze dalle ipotesi formulate dal ricercatore e di metterla a confronto con i fatti: “un solo fatto che non possa essere inquadrato di strugge la sua ipotesi”[38].

Nel complesso si può sostenere che Salvemini nel giro di circa cinquant’anni giunge alla formulazione di un paradigma fallibilistico della scienza, che, in quanto tale, si caratterizza per la consapevolezza della dimensione intrinsecamente prospettica, situata, pluralistica ed intersoggettiva della ricerca, ma non per questo ricade nelle posizioni del costruttivismo radicale – esistono solo le interpretazioni e non esistono i fatti –, in quanto le ipotesi variamente formulate devono essere sempre messe a confronto con i fatti criticamente accertati.

Data la complessità dei fenomeni storico-sociali[39], secondo lo studioso pugliese, la verità, sempre parziale e contingente e mai assoluta e definitiva, è da considerare il frutto di un continuo e serrato confronto tra le teorie tra loro e tra queste ed i fatti, che non vengono negati nella loro dimensione di realtà esterna rispetto agli schemi interpretativi liberamente e variamente formulati dai soggetti epistemici, tanto da rappresentarne un limite che funge da criterio esterno ed ultimo per potere distinguere il vero dal falso, la legittima ed epistemologicamente fondata parzialità e pluralità delle interpretazioni dalla faziosità delle manipolazioni arbitrarie e di comodo.

Un fallibilismo, che, coerentemente alle posizioni epistemiche del realismo negativo o minimo, si caratterizza per una concezione dinamica ed aperta della ricerca – in quanto i fatti non possono  garantirne l’assolutezza delle conclusioni – a cui si accompagna il riconoscimento della libertà d’indagine e della sua cooperazione per il suo fruttuoso anche se sempre problematico e spesso tortuoso andamento “e così – osserva Salvemini – attraverso a un’apparente battaglia, che in fondo è una vera e propria cooperazione, ci avviciniamo a poco a poco alla conoscenza integrale della verità”.[40]

Inoltre, Salvemini utilizza il fallibilismo come base di giustificazione epistemologica della democrazia politica, là ove osserva che la democrazia è basata sull’umiltà, ossia sul fatto che “nessuna persona e nessun gruppo di persone possiede il monopolio d’infallibilità”[41], mentre “se viene attribuito a un uomo o ad un gruppo di uomini il dono dell’infallibilità, diventa inevitabile la loro dittatura”[42].

[1] Cfr. G. Salvemini, “La storia considerata come scienza”, in Rivista Italiana di Sociologia, a. VI/fasc. I, gennaio-febbraio 1902, pp. 17-54, ora in Id., Scritti vari, cit., pp. 107-134.

[2] Su questo tema nel dibattito filosofico attuale, tra gli altri, cfr. M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo, Laterza, Roma-Bari  2012; U. Eco, Il realismo minimo, in “La Repubblica”, 11 marzo 2012. 

[3] Cfr. G. Salvemini, Storia e scienza, La Nuova Italia, Firenze 1948, ora in Id., Scritti vari, pp. 135-1197.

[4] Cfr. G. Salvemini, Empirici e teologi, in Il Ponte, gennaio 1955, pp. 31-37, ora in Id., Id., Scritti vari, pp. 197-202.

[5] Cfr U. Eco, Il realismo minimo, cit.

[6] Cfr. F. Cambi, Gaetano Salvemini maestro di laicità, cit., p. 37.

[7] Ibidem.

[8] Cfr. G. Ricuperati, “Fra Clio e Minerva. Gaetano Salvemini e l’istruzione”, cit., p. 363.

[9] Cfr. G. Salvemini, Sulla democrazia, cit. Per i riferimenti critici tra gli altri cfr, N. Bobbio, Salvemini e la democrazia, in Id., Maestri e compagni, cit., pp. 49-76.

[10] Cfr. F. Cambi, Gaetano Salvemini maestro di laicità, pp. 37-38.

[11] Tra gli altri cfr. G. Salvemini, “Un comune dell’Italia meridionale: Molfetta”, in Id., Movimento socialista e questione meridionale, a cura di G. Arfé, Feltrinelli, Milano 1968, 9-26; Id., “Il partito socialista di Imola”, in Id., Movimento socialista e questione meridionale, cit., pp. 26-43; Id., “La questione meridionale”, in Id., Movimento socialista e questione meridionale, cit., pp. 71-89. Per i riferimenti critici, tra gli altri, cfr. M.L. Salvadori, Il mito del buongoverno. La questione meridionale da Cavour a Gramsci, Einaudi, Torino 1963, pp. 301-313.     

[12] Cfr. G. Salvemini, “Prefazione” agli Scritti sulla questione meridionale, Einaudi, Torino, 1955, p. XIII.

[13] Cfr. G. Salvemini ad Achille Loira, in Id., Carteggio 1894-1902, a cura di S. Bucchi, Laterza, Roma-Bari 1988, pp. 14-18. Per i riferimenti critici tra gli altri cfr.  E. Artifoni, “Un carteggio Salvemini-Loria a proposito di Magnati e popolani (1895)”, in “Bollettino storico-bibliografico subalpino”, a. LXXIX, 1981, pp. 234-255; Id., Salvemini e il Medioevo. Storici italiani tra Otto e Novecento, Liguori, Napoli 1990, pp. 124-144.

[14] Cfr. G. Salvemini, La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze, Tip. M. Ricci, Firenze 1896; Id., Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Tip. G. Carnesecchi, Firenze 1899.

[15] Lettera di G. Salvemini a Carlo Placci, Faenza 11 febbraio 1897, in Id., Carteggi (1895-1911), a cura di E. Gencarelli, Feltrinelli, Milano 1968, pp. 48-49. In corsivo nel testo.

[16] Lettera di G. Salvemini a Francesco Papafava, Faenza, 6 novembre 1896, in Id., Carteggi (1895-1911), p. 36.

[17] Tra gli altri scritti cfr. Lettere di G. Salvemini a Carlo Placci del 29 gennaio e dell’11 febbraio 1897, in Id. G. Salvemini, Carteggi, (1895-1911), cit., pp. 40-43 e pp. 46-50; Id., “Risposta ad un’inchiesta”, in Id., Scritti sulla questione meridionale, cit., p. 61.

[17] Ibidem.

[18] Lettera di G. Salvemini a Carlo Placci, Faenza, 29 gennaio [1897], in Id., Carteggi (1895-1911), p. 43.

[19] Tra gli altri scritti cfr. G. Salvemini, Empirici e teologi, cit.

[20] Cfr. S. Bucchi, La filosofia di un non filosofo. Le idee e gli ideali di Gaetano Salvemini, pp. 33-39.

[21] Tra gli altri cfr. E. Garin, “Gaetano Salvemini nella società italiana del suo tempo”, in AA.VV., Gaetano Salvemini, cit., p. 168.

[22] Cfr. Lettera di G. Salvemini  a Carlo Placci, Altamura, 6 ottobre 1902, in Id., Carteggi (1895-1911), cit., p. 221.

[23] Cfr. G. Salvemini, La storia considerata come scienza, cit., pp. 108-113.

[24] Ivi, pp. 134-135.

[25] Ivi, p. 133.

[26] Cfr. N. Abbagnano, G. Fornero, Filosofie e filosofie nella storia, vol. III, Paravia, Torino 1992, p. 285. Corsivo mio.

[27] G. Salvemini, La storia considerata come scienza, cit., 132.

[28] Ivi, p. 132. Virgolette nel testo.

[29] Ivi, p. 130.

[30] Ivi, p. 131. Virgolette nel testo.

[31] Cfr. Lettera di M. Calderoni a Gaetano Salvemini, in G. Salvemini, Carteggio 1894-1902, cit., p. 493-494;  Lettere di G. Salvemini a Giovanni Vailati, Fondo Vailati dell’Università degli Studi di Milano-Biblioteca del Dipartimento di Filosofia; Lettera di F. Enriques a Gaetano Salvemini, Bologna, 26 marzo 1908, in AGS, scatola 80.

[32] Ivi, p. 128.

[33] Cfr. F. Enriques, I problemi della scienza, Zanichelli, Bologna 1906, p. 26.

[34] Cfr. E. Tortarolo, “Gaetano Salvemini metodologo della storia”, cit., p. 348.

[35] Cfr. G. Salvemini, Storia e scienza, cit., p. 175. 

[36] Ivi, p. 168.

[37] Ivi, p. 154.

[38] Ivi, p. 153.

[39] Cfr. G. Salvemini, Sulla democrazia, cit., p. 46.

[40] G. Salvemini, La storia considerata come scienza, cit., p. 130.

[41] G. Salvemini, Storia e scienza, cit., p. 179.

[42] Ibidem. Inoltre, sul nesso tra fallibilismo e democrazia cfr. anche G. Salvemini, Sulla democrazia, cit.

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