Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Dario Spagnuolo
Ritorno alle classi speciali?
Secondo un recente studio del Centro Erickson, il 27% degli insegnanti è favorevole alla reintroduzione delle classi speciali per i disabili. Questo mutato atteggiamento sarebbe dovuto al senso di solitudine e alle difficoltà di affrontare di gestire classi con uno o più alunni con disabilità. E’ giusto, dunque, porsi la domanda se la scuola italiana sia inclusiva o meno e se l’opinione dei docenti abbia qualche motivazione.
Secondo quanto recita l’articolo 34 della Costituzione, la scuola è “aperta a tutti”. Sono stati compiuti grandi progressi su questa strada, basti pensare che nel 1951 circa 5 milioni e mezzo di italiani erano analfabeti e pochissimi avevano un titolo di studio di scuola superiore, mentre i laureati erano appena 422mila. Oggi, l’evasione scolastica è stata quasi sconfitta, anche se resta il problema della dispersione.
Dalla Repubblica ad oggi il numero di bambini frequentanti è sempre aumentato. La grande eccezione erano proprio i minori con disabilità: per le famiglie erano motivo di vergogna e molti trascorrevano l’intera vita reclusi tra le mura domestiche. A scuola, invece, giungevano gli iperattivi o quelli con disturbi di apprendimento. Di costoro gli insegnanti ancora negli anni sessanta e settanta dicevano “braccia strappate alla terra”. Erano considerati inadatti allo studio e incompatibili con la disciplina scolastica e, alla fine, finivano per abbandonare precocemente gli studi.
Dalle scuole italiane, insomma, gli “anormali pedagogici” e i “deficienti intellettivi”, come erano definiti nella Francia degli anni Cinquanta, erano esclusi. Non diversamente avveniva negli altri paesi. In quegli anni, tra le esperienze più importanti si segnala quella di Ferdinand Deligny, pedagogista francese cui venne assegnato il compito di rieducare degli adolescenti ritenuti incompatibili con la vita sociale. Il tentativo di Deligny, che trascorrerà gli ultimi anni di lavoro prendendosi cura dei ragazzi con autismo, porta alla luce tutte le incoerenze di una società che mira al conformismo e cerca di imporre una morale benpensante, senza lasciare alcuno spazio alla scelta consapevole e emarginando gli ammalati.
Gli interventi normativi
In Italia, si deve attendere Legge 517 del 1977 perché nelle scuole giungano gli insegnanti di sostegno, con una previsione iniziale di massimo uno per ogni classe con alunno con disabilità e non più di 6 ore. E’ anche previsto il servizio socio-psico-pedagogico. Si tratta di pochissime e rare unità di docenti provvisti di titolo specialistico.
E’ solo con la legge 104 del 1992 che si consolida il diritto all’inclusione degli alunni con disabilità. E’ una vera rivoluzione. Le case si aprono e tanti bambini conoscono, talvolta in ritardo, i banchi di scuola ed i compagni. Il numero degli insegnanti di sostegno diviene ben presto insufficiente.
Devono trascorrere altri 18 anni perché la Legge recepisca delle ulteriori novità. Gli studi sull’apprendimento vanno diffondendosi e progrediscono le scoperte nel campo della neurologia e della cibernetica. Si scopre, così, che tanti di quegli alunni “inadatti alla scuola” in realtà soffrono di disturbi di apprendimento. Con la Legge 170 del 2010 si riconoscono come disturbi specifici di apprendimento (DSA) la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia. Tuttavia, per questi alunni non sono previsti insegnanti di sostegno, ma solo il ricorso a provvedimenti dispensativi o compensativi.
Infine, nel 2012 con una Direttiva Ministeriale cui fa seguito la circolare n. 8 del 2013, si introduce la definizione di BES: bisogni educativi speciali. Il legislatore riconosce, insomma, che esistono bambini problematici, anche solo temporaneamente. Le situazioni sono le più diverse, bambini stranieri appena arrivati nelle scuole italiane, bambini adottati, vittime di violenza domestica e in affido. Anche per costoro, però, è tutto a carico delle scuole. Sono le singole istituzioni a dover elaborare dei percorsi scolastici individualizzati proponendoli all’alunno e alla relativa famiglia.
Nel corso degli anni, insomma, le classi hanno visto stravolgere la loro fisionomia. Mediamente, gli alunni con disabilità sono poco più del 4,7% del totale, vale a dire che in una scuola di mille alunni ce ne sono quasi 50, poco più di uno per classe. Gli alunni con DSA, invece sono il 6%, tenuto conto che molte scuole, soprattutto private, scoraggiano l’iscrizione degli alunni con disabilità e che molte famiglie si oppongono alla certificazione dei figli, in ogni classe ci sono almeno 3 o 4 alunni con disabilità o DSA certificati, più altri due o tre che non lo sono. Tutto ciò, senza contare altre tipologie di BES.
Ovviamente, la soluzione proposta di individualizzare i percorsi in queste condizioni è di difficile applicazione.
E’ bene soffermarsi su alcune circostanze che facilmente sfuggono a chi non conosca la scuola. Nelle scuole dell’infanzia e nei primi anni della scuola primaria i bambini con certificazione sono pochissimi. E’ difficile diagnosticare alcuni tipi di disabilità e ancor di più i disturbi specifici di apprendimento. Gli alunni con difficoltà, insomma, ci sono ma se tutto va bene si riesce solo ad avviare il percorso di certificazione. Nella maggior parte dei casi, tantissimi ottengono la certificazione quando è troppo tardi per ottenere un miglioramento apprezzabile. Inoltre, le statistiche sono ingannevoli perché i valori medi del 4% e del 6% nascondono il fatto che alla primaria queste percentuali sono molto più basse, mentre alla secondaria aumentano significativamente.
Carenze e incongruenze del sistema di istruzione e formazione
Anche quando si ottiene la certificazione, non è sempre possibile avere subito a disposizione un docente di sostegno. Sono poi frequenti i conflitti con le famiglie per l’attribuzione delle ore. Oggi, nei casi più gravi (L. 104/1992 art. 3 c. 3), gli uffici scolastici assegnano un insegnante per ogni bambino. In tal modo, si garantisce grosso modo la copertura della metà del tempo scuola. Alle scuole medie, ad esempio, l’orario di frequenza è 30 ore settimanali, mentre quello di cattedra 18: restano scoperte 12 ore. La maggioranza, però, non ha la copertura completa. Vale a dire che un alunno frequentante per 30 ore ne riceve di sostegno circa un terzo.
In molti casi, le sentenze del tribunale hanno imposto all’amministrazione scolastica di assicurare la copertura totale, che ovviamente deve essere assicurata da più di un docente, stante l’orario di cattedra contrattuale. Oltre ad essere una spesa onerosa, si rischiano ripercussioni in termini di continuità didattica e di relazione docente/discente.
Il problema è evidente: la spesa pubblica per l’istruzione. L’Italia è ultima tra i paesi OCSE per quota di PIL destinata all’istruzione, ma il dato è sovrastimato. In Italia, infatti, il Ministero si accolla anche i costi per gli insegnanti di religione (figura inesistente in molti altri paesi) e per gli insegnanti di sostegno che altrove, in Germania ad esempio, sono forniti dal Ministero della Salute e gravano sul relativo bilancio.
Il fatto che tali docenti rientrino nel bilancio dell’Istruzione è sintomatico della scarsa attenzione prestata alla scuola da parte delle forze politiche succedutesi al governo. Di fatto, la gran parte della spesa in istruzione confluisce in salari, e l’enorme quota di precariato consente di trasformare la scuola in un tesoretto a cui attingere e in un potenziale bacino elettorale, attraverso la gestione di concorsi, graduatorie, immissioni in ruolo, incarichi annuali e corsi di formazione. Nulla o quasi è destinato agli investimenti. Come beffa suprema, c’è che la scuola italiana abbia un rapporto docenti/alunni relativamente vantaggioso: 1 docente per poco più di 10 alunni. Una situazione teoricamente vantaggiosa se non fosse che in questo conteggio rientrano anche i docenti di sostegno e di religione, e che i docenti italiani sono i più anziani in Europa: oltre la metà ha più di 50 anni (Indagine TALIS 2024).
Dagli anni Novanta in poi, inoltre, la scuola è stata oggetto di pesanti tagli di bilancio. Il team psico-socio-pedagogico è scomparso da tutte le scuole italiane e con esso anche i medici che eseguivano screening tra gli alunni e impartivano indicazioni preziose alle famiglie, sono stati eliminati anche i custodi e le mense scolastiche, queste ultime appaltate a ditte esterne.
A fronte di una complessità crescente, si è reagito riducendo le risorse. E’ bene ricordare, infatti, che le forme di disagio tra la popolazione adolescente sono in fortissimo aumento, come denunciato tra l’altro dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. In Italia, dove la malattia mentale è tabù e Basaglia è ricordato solo per la chiusura dei manicomi, il problema è esplosivo. Gli adolescenti che frequentano la scuola in Italia sono tra i più ansiosi del mondo, mentre gli insegnanti sono particolarmente soggetti a burnout. Preoccupanti sono anche il tasso di suicidi e l’autolesionismo tra i banchi di scuola.
A fronte di un quadro così complesso, l’inclusione è stata ridotta a semplice ideologia. C’è chi ritiene, ad esempio, che la scuola italiana sia all’avanguardia semplicemente perché gli alunni con disabilità frequentano assieme ai propri compagni. In realtà, questo approccio è il contrario dell’inclusione perché non tiene in alcun conto le diversità e i relativi bisogni. Bambini che hanno stereotipie, neurodivergenze o patologie sono fortemente a disagio in classe. Per gli alunni con disturbo dello spettro autistico, ad esempio, il rumore è insopportabile così come la pressione di dover gestire una pluralità di relazioni umane. La classe, poi, non sempre è accogliente con gli alunni in difficoltà. Provvedimenti dispensativi e compensativi sono guardati con sospetto da alunni e famiglie che accusano la scuola di praticare un doppio standard ingiusto. Alcune famiglie giungono a far certificare i propri figli ai sensi della L. 170/2010 per poi esigere la promozione a fine anno. Evidentemente, il dibattito sull’inclusione è inquinato da posizioni pregiudiziali.
Ci sono poi i casi estremi, quelli di bambini che hanno comportamenti estremamente aggressivi e violenti nei confronti dei compagni e che hanno patologie tali che la loro presenza in classe impedisce lo svolgimento delle lezioni e mette a repentaglio la salute di alunni e personale scolastico.
La scuola non inclusiva
Queste realtà sono denegate. La rappresentazione dell’alunno con disabilità corrisponde ad uno stereotipo secondo il quale “la disabilità è una risorsa, tutto andrà bene, i bambini con disabilità compensano con la propria simpatia …”. Esistono casi simili, ma per alcuni riuscire a condurre una vita sociale con i compagni rappresenta un traguardo da conquistare attraverso un paziente lavoro.
Cosa fa la scuola in questi casi? Nulla. Non è attrezzata né dispone di normative capaci di rispondere alle diverse problematiche. La miriade di documenti che accompagna l’alunno con disabilità o DSA (certificazioni, PEI e PDP, PAI, richieste inoltrate al Comune o alla Provincia, incontri periodici con le ASL, GOP, GLI, GLH, area dedicata nell’anagrafe nazionale studenti …) sono solo adempimenti burocratici, al termine dei quali difficilmente la scuola produce una risposta coerente al bisogno di inclusione. Tutto è nelle mani dei singoli docenti.
Le problematiche non finiscono qui. Le certificazioni sono curate dai servizi di neuropsichiatria infantile delle ASL, di conseguenza modulistica e certificati cambiano da una regione all’altra. Di più, molti medici che vedono il minore occasionalmente chiedono alle scuole di effettuare interventi terapeutici dimenticando che l’insegnante, anche quello di sostegno, non svolge quasi mai un intervento individuale e, comunque, lavora sempre in presenza di altri alunni. D’altronde non potrebbe essere diversamente in plessi scolastici che accolgono centinaia di studenti ogni giorno e per diverse ore consecutive. Le scuole non sono ambulatori, insomma, e spesso i linguaggi sono diversi. I medici invitano a descrivere i “comportamenti problema”, spesso rifiutando che determinati comportamenti siano ripetuti ogni giorno e più volte in un giorno.
Da una regione all’altra, poi, i comportamenti delle ASL sono differenti. Nelle regioni con una sanità florida, l’ottenimento di una certificazione avviene abbastanza rapidamente. Dove invece ci sono problemi di cassa, i tempi si allungano e bisogna talvolta rivolgersi al tribunale per il riconoscimento persino di patologie gravi. Rispetto ad una media italiana del 4,7% di alunni con disabilità, Liguria, Sardegna, Lombardia e Lazio sono tutte oltre il 5%, mentre con valori inferiori alla media si trovano Campania e Puglia (4,5%), Calabria e Molise (4,3%) e Basilicata (3,4%) (dati MIM).
Scuola disuguale e escludente
Per effetto della spesa storica e della deregulation, poi, in regioni come l’Emilia o il Lazio i terapisti delle ASL arrivano a scuola per curare i bambini con le patologie più gravi, mentre nel Mezzogiorno l’alunno con disabilità deve uscire da scuola e recarsi al centro terapeutico convenzionato. Questo significa avere un servizio peggiore, perdere tante ore di scuola e avere la necessità di qualcuno che ti prenda per accompagnarti e riaccompagnarti a scuola. Insomma, essere madre di un alunno disabile al Sud significa quasi sempre dover rinunciare a lavorare e affrontare anche molte spese aggiuntive. Tutto ciò, senza considerare che, pedagogicamente, l’interruzione della giornata di studi soprattutto per alcune disabilità è molto dannosa: genera ansia, disorientamento, irritabilità e compromette i progressi conseguiti a scuola.
Questa situazione peggiorerà ulteriormente con l’autonomia differenziata, attraverso la quale saranno riconosciute risorse e competenze ancora maggiori alle regioni più ricche.
In conclusione, la scuola italiana non è inclusiva, se non in via di principio, secondo quanto auspicato dalla legge. In pratica, a fronte di una maggiore complessità sono state ridotte le risorse. Inoltre, i divari territoriali e le disuguaglianze si stanno allargando.
Manca una visione complessiva del disagio adolescenziale. In tutte le scuole sarebbero necessari dei counsellor, per contrastare il disagio giovanile e le sue manifestazioni, per insegnare a riconoscere e gestire le emozioni. Servono poi aule attrezzate e ausili per i bambini con disabilità e la possibilità di prevedere percorsi di inserimento scolastico progressivi. Sarebbero inoltre necessari centri diurni, per dedicare alcuni giorni alla terapia occupazionale, già a partire dalla scuola secondaria di I grado. Alla scuola dell’infanzia, che dovrebbe essere inserita nell’obbligo, sarebbero utilissimi corsi di psicomotricità e logopedia, da realizzarsi durante il tempo scuola. Si tratta di una minima parte dei bisogni delle scuole. Viceversa, lo stesso ministro Valditara ha dovuto dichiarare emergenza nazionale quella della sicurezza a scuola, tenuto conto ne gli edifici sono fatiscenti, pericolosi, in molti casi privi di palestre, spazi mensa e laboratori.
Per il sistema istruzione servirebbe un’inversione di approccio e una visione strategica. Viceversa, le iniziative sono quasi sempre estemporanee e in nessun caso rispondono ai bisogni espressi dal sistema. La vita dei bambini con disabilità, nelle scuole italiane, è ancora molto dura.
