Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Michele Eugenio Di Carlo*
Abstract
Il testo di Emilio Sereni “Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)”, pubblicato nel 1947 da Einaudi, segna una svolta nell’analisi dell’economia italiana del primo quarantennio unitario. La “mancata rivoluzione agraria del Risorgimento” assume i contorni, ben delineati da Sereni, della formazione di un mercato nazionale nell’ambito di uno sviluppo capitalistico industriale che conserva nel Mezzogiorno, incoerentemente, una struttura economico-sociale feudale a vantaggio della classe dominante liberale-borghese. La politica liberista del nuovo Stato unitario rafforza il dominio della borghesia, intensificando i traffici commerciali e internazionali tramite la neutralizzazione delle barriere doganali e lo sviluppo interno delle vie di comunicazione. Nel Mezzogiorno, laddove prevale un’agricoltura estensiva volta all’autoconsumo, la forzatura al brusco passaggio da un regime protezionistico pesante ad uno libero, l’inasprimento del sistema fiscale, l’unificazione del mercato nazionale e lo sviluppo capitalistico accentuano le modeste disuguaglianze economiche del 1860 che diventano a fine secolo un vero e proprio consistente divario. Ai giudizi negativi del suo volume, Sereni contrappone la validità metodologica della sua analisi della struttura socio-economica della società italiana post risorgimentale, criticando “la tenace sopravvivenza, nella nostra storiografia, di quell’orientamento idealistico”, prettamente crociano, che portava a giustificare gli eventi storici ritenuti necessari, finendo per presentarli erroneamente come i migliori nell’ambito di un processo storico.
Parole chiave: capitalismo agrario, mercato nazionale, industrializzazione, questione meridionale, emigrazione.
1. Introduzione
Emilio Sereni ha sicuramente dato un enorme contributo alla ricerca storica riguardante l’economia agrariadel primo quarantennio del Regno d’Italia con la pubblicazione, nel 1947, del saggio“Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)”[1]. Un’opera che ha messo a disposizione degli studiosi una vasta raccolta di materiali,permettendo di indagare con una nuova metodologia la storia del Paese che la “storiografia idealistica” aveva del tutto trascurato.
Sereni, nato a Roma nel 1907, dopo aver frequentato a Portici la facoltà di Agraria insieme a Manlio Rossi Doria, si iscriveva nel 1926 al Partito Comunista e nello stesso tempo prendeva coscienza delle condizioni di sottosviluppo del Mezzogiorno, mettendo in evidenza la “mancata rivoluzione agraria del Risorgimento”; mancata, nonostante l’interoprocesso storico del nascente Regno d’Italia fosse stato condizionato dai movimenti delle masse rurali, spesso degenerati in aperte rivolte o, addirittura, in vere e proprie guerre contadine per l’acquisizione della terra[2].
2. La formazione del mercato nazionale
Secondo i critici del saggio quella rivoluzione agraria mancata non poteva essere considerata come un’alternativa realizzabile, mentre Sereni la ritenevatale,“perché intrinsecamente coerente con tutto il processo della rivoluzione democratico-borghese e nazionale”, nella traumatica transizione da una struttura economico-sociale feudale ad una capitalistica[3].
Un passaggio che non poteva avvenire saldamente senza la “liquidazione del regime feudale della proprietà terriera” e la nascita di un “regime fondato sulla libera proprietà e sulla libera impresa contadina (o capitalistico-contadina)”, radice delle rivendicazioni contadine prima e dopo il processo risorgimentale[4]. I moti contadini, basati su “obiettivi economici e sociali progressivi”, non si erano tradotti in una effettiva realtà storica perché il Risorgimento italiano era stato sempre sotto il controllodi forze politiche reazionarie, considerato che persino l’area repubblicana del Partito d’Azione si trovava “in aperto e diretto conflitto” con le masse contadine, “proprio in quanto usurpatori delle terre feudali e comunali, che quelle masse rivendicavano” specie nel Mezzogiorno[5].
La borghesia italiana al potere, completata l’unificazione con la conquista di Roma, al pieno dominio politico doveva necessariamente aggiungere quello economico mediante la formazione accelerata di un mercato nazionale che, in un’Italia ancora agricola, creasse le premesse per lo sviluppo del capitalismo industriale. Per favorire il passaggio cruento dalla produzione per autoconsumo ad un mercato nazionale occorreva innanzitutto sopprimere le barriere doganali negli Stati preunitari, applicando al nuovo Regno la modesta tariffa piemontese, ma anche creare rapidamente una rete ferroviaria e stradale che permettesse di raggiungere i punti più estremi della penisola. Secondo Sereni,
tutto il processo di unificazione del mercato e della vita nazionale si compie sotto il segno, sotto la direzione e nell’interesse delle nuove classi che hanno conquistato il potere, e che se ne servono ai loro fini, spezzando gli ostacoli che si oppongono a questo incremento dei traffici e degli scambi materiali e intellettuali[6].
Nella finanza pubblica è la voce relativa al costo del processo di formazione del mercato nazionale che pesa maggiormente, comportando un feroce inasprimento del carico fiscale che la borghesia dominante farà pagare caramente alle misere masse popolari[7].
Soprattutto nel Mezzogiorno, e nelle aree interne e arretrate della penisola, la produzione essenzialmente agricola era basata sull’autoconsumo familiare, tanto che nei piccoli e medi poderi contadini venivano prodotti i beni primari necessari non solo al soddisfacimento alimentare della famiglia, dal grano all’olio, dal vino alla frutta e agli ortaggi, dal lino alla canapa. La produzione della piccola azienda contadina era rivolta anche al campo delle produzioni industriali: attrezzi agricoli, mezzi di lavoro e di trasporto, materiali da costruzione, combustibili, sementi e concimi venivano prodotti in azienda senza alcun ricorso al mercato. In particolare, nel settore tessile centinaia di migliaia di donne filavano e tessevano a domicilio sia per soddisfare i bisogni familiari sia per andare incontroalle richieste dei primi opifici industriali. In definitiva, nel 1860 vi era una strettissima connessione nell’azienda contadina tra attività agricola e industriale manifatturiera domestica, protrattasi nel Mezzogiorno almeno fino a fine secolo con il lavoro salariato a domicilio nelle campagne; un’attività che forniva“una parte importante dei prodotti manifatturati al mercato nazionale”, mentre la produzione artigiana della famiglia contadina soddisfava“direttamente i bisogni in prodotti industriali delle masse rurali”[8], costituendo un’attività fondamentale per l’equilibrio e la salvaguardia dell’economia della piccola azienda contadina e per il sostentamento delle popolazioni rurali.
3. La separazione tra industria e agricoltura e la formazione del mercato interno per la grande industria
Sul finire dell’Ottocento lo sviluppo capitalistico del mercato nazionale ha già imposto la distruzione delle attività industriali legate all’azienda contadina, rendendo fattiva la cosiddetta “separazione tra agricoltura e industria” con la scontata diminuzione progressiva della popolazione addetta all’agricoltura[9], che nel Mezzogiorno non trova altra via che l’emigrazione.
La politica liberista del nuovo Stato unitario corrisponde alla precisa esigenza di consolidare e rafforzare il dominio della borghesia quale classe dominante, intensificando i traffici commerciali e internazionali tramite la neutralizzazione delle barriere doganali e lo sviluppo interno delle vie di comunicazione. Il mercato italiano viene naturalmente invaso da prodotti manifatturieri esteri a basso costo che rovinano l’economia domestica legata alla piccola azienda contadina, accelerando la “separazione tra l’agricoltura e l’industria”. Prodotti esteri, che seppur facendo una spietata concorrenza alla debole e nascente industria incentivata nel settentrione, finisce per favorire la formazione di un mercato interno per la stessa industria che lo Stato favorisce e agevola nel nord con tutti i mezzi possibili. In sostanza, la concorrenza estera porta sul lastrico la piccola imprenditoria industriale specie meridionale e favorisce la concentrazione e lo sviluppo di grandi gruppi industriali nel nord del Paese.
Nel Mezzogiorno, laddove prevale un’agricoltura estensiva volta all’autoconsumo con traffici commerciali estremamente risicati tipici dell’assenza di uno sviluppo capitalistico agrario, la forzatura al brusco passaggio da un regime protezionistico pesante ad uno libero,l’inasprimento del sistema fiscale, l’unificazione del mercato nazionale e lo sviluppo capitalistico accentuano le modeste disuguaglianze economiche del 1860 che diventano a fine secolo un vero e proprio consistente divario. Di conseguenza, il
Mezzogiorno diviene, per il nuovo Regno d’Italia, uno di quei Nebenländer (territori dipendenti), di cui Marx parla a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale viene bruscamente stroncato a profitto del paese dominante[10].
Tra l’altro, nel giro di qualche decennio ad invadere i mercati del Sud subentreranno i prodotti della grande industria agevolata settentrionale, portando alla totale rovina l’industria casalinga e trovando nel nuovo regime protezionistico del 1887 un mercato meridionale da poter sfruttare senza la concorrenza estera, diventata fastidiosa.
Distrutta l’industria casalinga a domicilio, separate le attività agricole da quelle prettamente industriali, instaurato un nuovo regime protezionistico penalizzante per le produzioni agricole meridionali, alle aziende contadine del Mezzogiorno vengono a mancare i presupposti per la sussistenza. Secondo Sereni, la “questione meridionale” nasce durante il processo di formazione del mercato nazionale e si acuisce man mano che l’economia italiana si sviluppa capitalisticamente[11].
4. La politica della destra vista da Sereni
Secondo Sereni, l’Italia era unificata su una base esclusivamente politica e militare, mai con la volontà di allargare la base sociale e di soddisfare le rivendicazioni delle masse contadine e popolari. Del resto, la costituzione albertina permetteva alle classi dominanti del Regno di Sardegna, risiedenti nell’esercito e nell’alta burocrazia, di mantenere intatto il proprio potere nell’ambito retrivo e conservatore. Tra l’altro, la legge elettorale piemontese, estesa ai territori annessi, consentiva l’elezione dei deputati appena al 2% dei cittadini, escludendo dal diritto di voto non solo le masse rurali e gli strati popolari delle città, ma finanche la piccola borghesia[12].
In un’Italia dal suffragio elettorale basato profondamente sul censo, la classe politica predominante è quella derivante dalle medie e grandi proprietà terriere, mentre la borghesia industriale e commerciale, in debole ascesa, risulta del tutto minoritaria.
La Destra al potere nel primo quindicennio unitario non intende inimicarsi la borghesia agraria del Mezzogiorno e, quindi, non procede alla ripartizione delle terre demaniali e comunali a favore dei contadini poveri e dei braccianti, preferendo affrontare con la repressione violenta le masse rurali che insorgono mettendo in serio pericolo l’unità faticosamente raggiunta.
Le rivolte contadine, passate sotto il nome di “brigantaggio”, si affacciano alla storia non in maniera organizzata e tuttavia vengono affiancate in maniera discontinua da forze legittimiste e clericali. Infatti, la Destra al potere porta avanti con vigoria una politica tesa a minare l’influenza politica ed economica del Vaticano nell’ambito degli istituti di istruzione ed educazione, di assistenza e, più complessivamente, nella vita sociale e culturale, perseguendo con decisione la linea di separazione tra Stato e Chiesa, volta ad assicurare la totale laicità dello Stato. Un impegno che il governo liberale di Destra mantiene deliberando
La soppressione di ben 13.964 enti e corpi religiosi, con un patrimonio di 300 milioni di lire […] incamerato dallo Stato, e posto in vendita per soddisfare alle sue impellenti necessità finanziarie. Altri 1809 vennero soppressi nel 1866, 25.080 nel 1867[13].
La politica anticlericale della Destra giunge all’apice il 20 settembre 1870 a Roma, quando il potere temporale dei papi viene abbattuto, cogliendo l’occasione della caduta di Napoleone III sconfitto a Sedan e della proclamazione il 4 settembre a Parigi della Terza Repubblica francese.
È un fatto storico che valorizza il processo risorgimentale italiano in Europa e nel mondo intero e che assegna all’Italia formalmente il merito di aver creato uno Stato moderno, laico, costituzionale, indipendente. Tuttavia, dal punto di vista sociale resta uno Stato borghese, quindi uno “Stato di classe, dei proprietari terrieri, degli agrari, degli industriali […] docile strumento di oppressione e di sfruttamento” delle masse rurali e operaie[14].
La Destra al potere affronta decisamente i costi finanziari della repressione del “brigantaggio”, della formazione del mercato nazionale, della guerra del ’66, della costruzione delle ferrovie, nell’ambito di iniziative ritenute necessarie per consolidare il proprio potere elitario e per mettere in sicurezza l’unificazione. È sicuramente una politica finanziaria che comporta l’aumento vorticoso delle spese: nel 1870, a fronte di entrate per 880 milioni e di spese per 1022 milioni, il debito pubblico tocca gli 8 miliardi e 300 milioni. Secondo Sereni, la Destra aveva operato con notevole professionalità nel riuscire a raggiungere il pareggio di bilancio nel 1876, riconoscendo a ministri quali il Sella, il Lanza e il Minghetti di aver agito con onestà e competenza, a livelli tali mai più raggiunti da lì in poi. Tuttavia – avvertiva Sereni -, il pareggio di bilancio avveniva chiaramente nell’interesse delle classi dominanti e a spese delle classi popolari[15].
L’unificazione politica dell’Italia aveva peggiorato le condizioni di vita delle masse popolari, in particolare contadine, tanto che “l’accelerato ritmo di sviluppo capitalistico dell’agricoltura” gettava “larghi strati di contadini indipendenti nelle file del proletariato”[16].
Tra il 1861 e il 1881, Sereni numera solo 120.000 ettari di terre comunali quotizzate in favore dei contadini (quote che per i motivi già esposti tornano spesso nelle mani dei latifondisti), mentre ben 193.000 ettari di terra rimangono in possesso degli usurpatori dietro pagamento di un canone irrisorio. Mentre la vendita dei beni ecclesiastici soppressi alla Chiesa finiva per estendere le proprietà terriere di capitalisti agrari e latifondisti. Non eranoquindi casuali, nel 1871, la ripresa delle rivolte contadine e le occupazioni di terre, non solo nel Mezzogiorno[17].
L’accentuata pressione fiscale, il peggioramento delle condizioni generali di vita, il non adeguamento dei salari all’aumentato costo dei beni primari, la mancata riforma agraria in favore della piccola proprietà contadina, le politiche classiste dei governi frutto dell’alleanza tra aristocrazia elitaria del Nord e borghesia agraria del Sud e, infine, la tassa applicata sui cereali, provocano i noti “moti del macinato”, che tra il dicembre del 1868 e il gennaio 1869 si sviluppano ben oltre il Mezzogiorno, provocando la morte di centinaia di persone e il ferimento e l’arresto di altre migliaia[18].
Brusco era stato il passaggio dalla leggera politica fiscale del Regno di Napoli a quella esigente piemontese. La politica fiscale borbonica si basava essenzialmente su un’imposta fondiaria con criteri sempre volti a non appesantire i prezzi dei generi alimentari di uso popolare; il sistema fiscale piemontese, aggravata l’imposta fondiaria, imponeva al Sud i cosiddetti “decimi di guerra” e applicava tasse sui generi di prima necessità, determinando l’immediato peggioramento delle condizioni di vita delle masse popolari[19].
Sereni si sofferma su alcuni dati del 1876 che confermano il grave aumento dei tributi statali, saliti a 990 milioni e il cui peso grava pesantemente sulle misere classi lavoratrici:
I tributi indiretti […] costituiscono ormai il 65% dell’entrata tributaria; particolarmente esosi sono il tributo sul sale che dà da solo 75 milioni, e quello sul macinato (cereali alimentari), con un gettito di 83 milioni, che colpiscono due consumi indispensabili alle grandi masse. […] E lo stesso sistema di tributi diretti pesa per una parte importante sulle classi meno abbienti: è questo il caso specialmente per l’imposta fondiaria, che colpisce duramente i piccoli proprietari e contribuisce, come abbiamo già visto, alla loro espropriazione ed alla concentrazione della proprietà fondiaria. L’imposta di ricchezza mobile, invece, non viene istituita che nel 1865; e ancora nel 1876 dà un prodotto leggermente inferiore a quello della fondiaria […] Se a tutto questo si aggiunge il peso delle finanze comunali e provinciali, che traggono le loro maggiori risorse dal dazio consumo e dalla sovrimposta fondiaria, si ha l’idea dello spiccatissimo carattere di classe, che, anche per questo verso, la politica finanziaria del nuovo Regno presenta. Certo anche sulla borghesia e sulla proprietà fondiaria pesano imposte eccessive che determinano un crescente disagio; ma il grosso del carico fiscale preme sulle grandi masse popolari[20].
Una politica fiscale del genere, eroica per aver portato al pareggio di bilancio, si era quindi realizzata pesando gravemente sui contadini, sugli artigiani, sugli operai, aprendo la “questione meridionale”, che nel Mezzogiorno era soprattutto una questione agraria e demaniale irrisolta e che i primi governi liberali di Destra non intendevano risolvere per non ledere gli interessi della grande e media borghesia terriera meridionale e per non compromettere l’alleanza stabilita.
Il compromesso tra le classi dominanti e la borghesia agraria risulta quindi la necessaria conseguenza dell’incompiutezza del processo unitario, della mancata “rivoluzione agraria”, oltre che della non soppressione di strutture feudali e semifeudali che regolavano pesantemente i rapporti di forza specialmente nelle campagne del Mezzogiorno. Rapporti che solo un centralismo statale piemontese asfissiante poteva garantire a sostegno e tutela del dominio della borghesia agraria italiana e contro gli interessi delle masse rurali. Nel 1876, secondo Sereni,
i contrasti interni delle classi dominanti, combinati con la reazione che la politica della destra ha suscitato nei più vasti strati della popolazione, ne provocheranno la caduta […] provocata dai voti della Sinistra meridionale combinati con quelli della Destra toscana che, malcontenta per il trasferimento della capitale da Firenze a Roma […] si distacca dalla maggioranza. Ma il nuovo raggruppamento delle classi dominanti che trova espressione nel governo della Sinistra, si mostrerà, ancor più che l’antico, incapace di affrontare e di risolvere il problema unitario[21].
5. L’emigrazione
Robert F. Forester, uno dei più accreditati studiosi dei flussi migratori, in relazione alla fuga dalla miseria dei paesi italiani tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, ha scritto che tale fenomeno risultava tra
i più straordinari moti umani, e non ha eguale, per i suoi tratti caratteristici, per il numero di uomini che esso ha coinvolto, per la sua continuazione su larga scala e per la funzione che esso ha avuto in altri paesi[22].
Riguardo l’emigrazione italiana, Sereni ha messo in risalto che l’evoluzione capitalistica dell’agricoltura e la conseguente formazione di un proletariato agricolo di massa aveva comportato che “una parte considerevole della popolazione italiana” venisse “violentemente e definitivamente espulsa dal processo produttivo nazionale e costretta a cercare in altri paesi quelle condizioni elementari di vita” che l’Italia non permetteva[23].
Prima del processo unitario l’emigrazione italiana era limitata ad un modesto flusso che dal Piemonte si dirigeva verso la Francia. Dopo l’Unità d’Italia, il fenomeno migratorio italiano cominciava ad assumere consistenza, passando da una media annua di 119.000 italiani emigrati all’estero temporaneamente o permanentemente del 1870 a ben 873.000 nel 1913, tenuto conto di dati che non comprendono i tanti emigrati clandestini non censiti. Risultano più esaustivi i dati che non tengono conto dei rimpatri (emigrazione temporanea), ma solo di coloro che non tornano in patria (emigrazione permanente): dal 1861 al 1871, 16.253 persone; dal 1872 al 1881, 362.335 persone; dal 1882 al 1901, 2.190.434 persone; dal 1901 al 1911, 1.661.266 persone. I dati riportati da Sereni sulla composizione professionale degli emigrati del triennio 1894-96 (lavoratori agricoli 45%, terrazzani 26%, muratori, spaccapietre ecc. 17%, altri operai e artigiani 6%) confermano che ad essere espulsi dal processo produttivo nazionale, a seguito dell’avanzare del capitalismo nelle campagne e della separazione tra agricoltura e industria, sono i lavoratori provenienti dalle campagne e dalle aree più arretrate del Paese[24].
Non meno importanti risultano i dati relativi alla distribuzione regionale dell’emigrazione italiana, riferiti alla media annua dei periodi 1870-1900 e 1901-1909, riportati e analizzati da Sereni. Nel primo periodo (1870-1900) la media annua dell’emigrazione dell’Italia settentrionale (151.539) supera quella dell’Italia meridionale (86.529). Al riguardo, Sereni osserva che, ad eccezione del Veneto, l’emigrazione dal nord Italia risulta in gran parte temporanea, mentre quella dal sud Italia risulta in gran parte permanente. Nel secondo periodo (1901-1909), il fenomeno emigratorio medio annuo a livello regionale si inverte e conta 210.812 emigrati dal Nord e 278.521 emigrati dal Sud. Nell’Italia centrale si passa dai 31.603 emigrati annui del primo periodo ai 107.913 del secondo. Nell’Italia settentrionale è nettamente il Veneto la regione a maggior indice migratorio, essendo quella più arretrata a livello industriale e quella nelle cui campagne resistono pesanti vincoli feudali. Nelle regioni meridionali la percentuale emigratoria è tanto più alta quanto più le condizioni economiche e sociali risultano disgregate e disallineate dalla media nazionale, in seguito alla mancata industrializzazione moderna, alla persistenza di forti residui feudali che regolano i rapporti economici e sociali nelle campagne, all’applicazione della tariffa doganale del 1887. La percentuale emigratoria in riferimento alla popolazione resta relativamente bassa nelle Puglie, dove si sviluppa un forte proletariato agricolo[25]. Secondo Sereni,
Non è la terra, non sono le condizioni naturali della produzione che mancano, non è qui che va ricercata la forza che spinge all’emigrazione milioni di lavoratori agricoli, specie del Mezzogiorno. È, ancora una volta, nelle condizioni e nei rapporti sociali, nelle forme particolari che lo sviluppo capitalistico assume nell’agricoltura e, in generale, nell’economia italiana, che vanno ricercate le forze motrici del fenomeno migratorio[26].
6. Critiche al saggio di Sereni
Il saggio di Sereni ha suscitato un ampio dibattito nel Secondo Dopoguerra, tanto che nella riedizione del 1968, nonostante studi e ricerche più recenti, Sereni ha ritenuto di non aggiornare in alcun modo la nuova edizione richiesta da Einaudi, considerando i saggi contenuti nel volume come “capitoli di una vasta opera sulle classi e le lotte di classe nelle campagne italiane, dall’epoca della decomposizione del regime feudale sino all’età contemporanea”, le cui radici avevano conservato validità dal punto di vista dell’impostazione metodologica, visto che la questione meridionale e la questione agraria erano ancora problemi nazionali irrisolti[27].
Ai numerosi critici dell’opera, particolarmente ostili e polemici, Sereni contrapponeva la validità metodologica basata sull’analisi della struttura socio-economica della società italiana post risorgimentale: il presente, come Gramsci aveva più volte ribadito, non poteva ignorare gli effetti negativi o positivi delle strutture economico-sociali ereditate dal passato. Ai suoi critici Sereni rimproverava un’impostazione metodologica che rappresentava la storia come “una successione di processi e di eventi intrinsecamente arbitrari, casuali e occasionali”, dal meccanico fatalismo, finendo per “identificare ed esaurire la ‘storia’nella storia di quelle forze e di quelle classi sociali che, in quella determinata fase” avevano“momentaneamente avuto la prevalenza”, escludendo “forze e classi” soccombenti, e cadendo così inevitabilmente nella “supina idolatria del fatto storico in quanto fatto” escludente ogni possibile alternativa storica.
In conclusione, Sereni criticava decisamente “la tenace sopravvivenza, nella nostra storiografia, di quell’orientamento idealistico”, prettamente crociano, che portava a giustificare gli eventi storiciritenuti necessari, finendo per presentarli erroneamente come i migliori nell’ambito di un processo storico[28].
Note
*I capitoli 1,2,3 e 6 del presente saggio breve sono tratti dal testo: M. E. Di Carlo, Meridionalismo e meridionalismi. La questione meridionale dall’Unità d’Italia, Edizioni del poggio, Poggio Imperiale 2026, pp. 143-148.
[1] E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Einaudi, Torino 1947.
[2]Cfr. E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900), Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1968, p. XXI.
[3]Cfr. Ivi, pp. XXII-XXIII.
[4]Cfr. Ivi, p. XXIV.
[5] Cfr. Ivi, p. XXV.
[6] Ivi, p. 11.
[7] Sulla formazione del mercato nazionale cfr. ivi pp. 3-13.
[8]Ivi, p. 18.
[9] Sulla separazione tra agricoltura e industria cfr. ivi, pp. 13-26.
[10] Ivi, p. 37.
[11] Sulla formazione del mercato italiano interno per la grande industria cfr. ivi, pp. 26-41.
[12] Cfr. ivi, pp. 44-45.
[13]Ibidem.
[14]Cfr. ivi, p. 56.
[15] Cfr. ivi pp. 59-63.
[16]Ivi, p. 84.
[17]Cfr. ivi, p. 86.
[18]Ivi, pp. 87-89.
[19]Ivi, p. 77.
[20]Ivi, pp. 63-44.
[21]Ivi, pp. 71-72.
[22] R. F. Forester, The italian Emigration of our Times, Haward university Press, Cambrigde 1919.
[23] E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860-1900),cit., p. 351.
[24] Cfr. ivi, pp. 352-353.
[25] Cfr. ivi, pp. 354-356.
[26]Ivi, p. 359.
[27] Cfr. ivi, pp. XV-XVII.
[28] Sulla critica al saggio, sulle diverse impostazioni metodologiche e storiografiche, sulla storiografia idealistica propriamente crociana, cfr. ivi, pp. XVI-XXVII.
