di Francesco Soverina
Abstract
L’invasione dell’Etiopia, iniziata nell’ottobre 1935, è stata una guerra di sterminio e altamente ideologica, condotta dal regime fascista con un imponente dispiegamento di uomini e mezzi e caratterizzata dal massiccio impiego di armi chimiche, proibite dalla comunità internazionale, e da brutali massacri di civili inermi. La sbandierata conquista di un ″posto al soleʺ sull’altopiano etiopico, accompagnata dall’instaurazione di un razzismo da apartheid, servì a rianimare i settori dell’economia coinvolti nell’impresa coloniale, ma non a soddisfare l’atavica fame di terra dei contadini, soprattutto del Sud. Oltre a evidenziare aspetti e risvolti di un conflitto che è stato uno snodo cruciale nella trama delle relazioni internazionali, l’articolo intende richiamare l’attenzione su un ‘olocausto’ a lungo dimenticato, sui crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati dall’imperialismo tricolore in Etiopia, sull’infondata diversità del colonialismo italico, sull’inconsistenza del mito molto pervasivo degli ʺitaliani brava gente″.
Parole chiave: Crimini di guerra e contro l’umanità; Guerre coloniali; Imperialismo fascista; “Questione Meridionale”; Razzismo.
1. Una guerra di sterminio e altamente ideologica
La sera del 9 maggio 1936 milioni di italiani, mobilitati dalla macchina propagandistica del regime fascista, ascoltarono nelle piazze risuonare dagli altoparlanti la voce stentorea di Benito Mussolini, che dal balcone di Palazzo Venezia, dinanzi a una folla entusiasta, annunciava che “sui colli fatali di Roma era tornato l’impero dei Cesari”. Piena fu l’adesione degli ambienti culturali alla guerra d’aggressione contro l’Etiopia: dall’estate del 1935 gli intellettuali (da Gabriele D’Annunzio al più oscuro tra i “persuasori occulti”) inondarono il Paese con fiumi di bolsa retorica sul riscatto dell’onore nazionale, sulla “missione civilizzatrice”dell’Italia fascista e cattolica, sui temi dell’″impero del lavoroʺ e del ʺposto al sole″, fondendo abilmente la spada e l’aratro, il fascio e la croce, insistendo sulla convergenza tra i compiti universali della Chiesa e quelli imperiali del fascismo.
Sin dal 1932– a dire di Emilio De Bono – il Duce si preparava a muovere contro l’ultimo Paese africano ancora indipendente. Di qui la tessitura di una trama diplomatica che, con la formazione del Fronte di Stresa, il 15 aprile 1935, portò all’avvicinamento di Roma a Parigi e a Londra.
Se il problema minore era la Francia, impegnata a contenere la minaccia nazista e interessata ad avere dalla sua parte la ″sorella latinaʺ, il Regno Unito invece costituiva l’ostacolo maggiore, in quanto esso non intendeva lasciare campo libero all’Italia e sacrificare il sistema di ʺsicurezza collettiva″ rappresentato dalla Società delle Nazioni (SdN). Ben presto, perciò, Stresa perse d’importanza.
Tuttavia, nel corso del conflitto italo-etiopico le due potenze occidentali avanzarono una proposta di mediazione che, però, non si concretizzò, poiché il governo di Londra dovette ritirarla su pressione dell’opinione pubblica inglese. Dal canto suo, la Germania nazista fiancheggiò l’Italia mussoliniana, sia pur ambiguamente: in ogni caso, senza il suo appoggio il progetto fascista d’espansione a Sud sarebbe rimasto lettera morta[1]. In cambio, il Duce non si opporrà più, come aveva fatto invece nel 1934, all’annessione dell’Austria da parte di Berlino. Furono gli appetiti imperialistici, fu la necessità di avere un potente partner per poter coltivare gli ambiziosi disegni nel Mediterraneo e in Africa a indurre Mussolini ad accantonare la diffidenza sino a quel punto mostrata verso il Terzo Reich e il suo Führer.
In un’Europa prostrata dalla grande depressione economica, il capo del fascismo vedeva in un’impresa militare la scorciatoia per lasciarsi alle spalle la difficile congiuntura, che angustiava il suo Paese, e l’occasione per rafforzare il suo prestigio interno e internazionale[2].Senza un valido pretesto per attaccare il vasto e pacifico regno dell’Etiopia,accampava la pretesa, per l’Italia, di disporre di un suo ″spazio vitaleʺ, di non potersi accontentare delle ʺscarse briciole del ricco bottino coloniale″[3].La sortita imperialistica ai danni dell’Abissinia[4] era dettata non solo dall’esigenza di rianimare alcuni settori economici con le commesse belliche o dalla determinazione di convogliare l’eccessiva pressione demografica nella colonizzazione di nuove terre, ma soprattutto dalla motivazione, declinata in chiave geopolitica, di ridare lustro alla passata grandezza di Roma, facendone il perno ideologico dell’espansionismo fascista.
Già dai primi mesi del 1935 vennero inviati soldati in Somalia e in Eritrea, ammassandoli ai confini dell’Etiopia, dove vigevano rapporti sociali arcaici, con una marginale sopravvivenza della schiavitù. Facendo leva su questo aspetto, si promosse una martellante campagna di stampa che contrabbandava l’aggressione come una misura necessaria per sradicare la “barbarie” da quelle terre[5]. A sua volta, la Chiesa cattolica giunse a benedire l’attacco all’Abissinia, iniziato nell’ottobre di quell’anno, con messe di ringraziamento, come quella che il cardinale di Milano, Alfredo Il defonso Schuster, celebrò perché Dio proteggesse le truppe italiane incaricate di diffondere la fede in zone “non ancora cristianizzate”, dimenticando di dire che in Etiopia da tempo aveva attecchito il cristianesimo copto.
Incessantemente la radio (″il megafono del regimeʺ), i quotidiani, i periodici, i film dell’Istituto Luce presentarono la guerra come la scelta obbligata per dare all’Italia quell’impero che le spettava e alle sue popolazioni finalmente un ʺposto al sole″. Anche i media apparentemente più innocenti, come i fumetti, furono arruolati nello sforzo di plasmare una coscienza coloniale. Attraverso l’inoculazione di dosi massicce di razzismo, essi dovevano suscitare nei lettori l’idea della virile grandezza, della marziale potenza della ″razza italicaʺ[6].
2. Un ‘olocausto’ a lungo dimenticato
Senza che fosse formalizzata alcuna dichiarazione di ostilità,le divisioni italiane, il 3 ottobre 1935, penetrarono in Abissinia, entrando nella capitale Addis Abeba, il 5 maggio 1936. L’invasione venne condotta con l’impiego di un ragguardevole numero di uomini e mezzi,al punto che al termine delle operazioni belliche si trovavano sul suolo africano circa 330.000 militari italiani, 87.000 ascari indigeni e 100.000 lavoratori italiani militarizzati, dotati di 10.000 mitragliatrici, 1.100 cannoni, 250 carri armati, 90.000 quadrupedi, 14.000 automezzi e 350[7]. Questa schiacciante superiorità materiale e tecnologica si accompagnò ad una brutale esibizione di barbarie terroristica[8]. Fu soprattutto l’aviazione – nelle cui squadriglie volavano i due figli del Duce (Bruno e Vittorio) e suo genero, Galeazzo Ciano – a spargere il panico, colpendo indiscriminatamente i reparti nemici, i civili, villaggi, mandrie e sorgenti,persino ospedali e unità da campo della Croce Rossa o della Mezzaluna Rossa, macchiandosi così di gravi crimini di guerra e contro l’umanità. In una pubblicazione, che godette allora di larga circolazione, il giovane Vittorio Mussolini cinicamente descrisse quanto fosse divertente fare strage dei cavalieri indigeni con le bombe lanciate dal suo velivolo[9].
Fu sotto la guida di Pietro Badoglio, subentrato il 15 novembre del 1935 ad Emilio De Bono nella carica di comandante superiore in Africa Orientale, che gli etiopi si trasformarono nel bersaglio di una crudele guerra d’annientamento.
Infatti, per la prima volta, sul fronte nord, si fece ricorso agli aggressivi chimici, all’iprite, il velenoso gas mostarda, che provocava vesciche e bruciature cutanee con conseguenze terrificanti per chi non fosse munito di protezioni. Da quel momento i raid con agenti chimici, che erano stati proibiti dalla comunità internazionale sin dal 1925[10], si ripeterono quasi quotidianamente: su un totale di 1829 tonnellate di esplosivi furono sganciate ben 330 tonnellate di bombe chimiche[11]. Per anni l’Etiopia sarà funestata dal succedersi di lutti, distruzioni, orrori .
Centinaia di migliaia, tra il 1935 e il 1941, i morti fra gli abissini:dai caduti in combattimento alle vittime dei rastrellamenti, dai civili massacrati dopo il fallito attentato a Rodolfo Graziani nel febbraio 1937,ai fucilati o periti nei campi di concentramento o deceduti di stenti e privazioni in seguito alla devastazione dei nuclei abitati e all’uccisione di capi di bestiame[12].
L’uso sistematico delle armi chimiche, che seminarono il terrore e la morte fra le truppe etiopiche e i civili, è stato un aspetto a lungo trascurato dalla storiografia e taciuto dalla memorialistica, finendo con il configurare l’impari conflitto combattuto in Abissinia come un ʺolocausto dimenticato″[13]. Tuttavia, le analisi e le ricostruzioni dei ricercatori, che hanno preso le mosse dagli studi di Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, hanno contribuito a sbriciolare la tesi, destituita di ogni fondamento, imperniata sulla presunta ‘diversità’ del colonialismo italico, dimostrando l’inconsistenza del mito molto pervasivo degli ″italiani brava genteʺ. Un mito all’ombra del quale sono state occultate le responsabilità di criminali grandi e piccoli: si tenga presente che Rodolfo Graziani – lo spietatoʺScipione del fascismo″– e Pietro Badoglio– l’ambiguo traghettatore dell’Italia verso il postfascismo – non hanno mai pagato per le nefandezze perpetrate in Africa[14].
Tristemente esemplare è stata la vicenda di Graziani. Processato nel 1950 per crimini di guerra e collaborazionismo con la Repubblica di Salò e condannato a 19 anni di carcere, di cui scontò solo 4 mesi, ″il più sanguinario assassino del colonialismo italianoʺ non fu mai portato in Tribunale a rispondere dei suoi terribili misfatti in Libia e in Abissinia, sebbene fosse stato inserito dall’Onu tra i criminali di guerra per l’uso di armi chimiche. Anzi nel 2012 l’amministrazione comunale di Affile – il paese d’origine del generale fascista – gli intitolerà il ʺMausoleo al Soldato″, opera che solleverà forti polemiche a livello nazionale e internazionale e avrà una serie di strascichi giudiziari.
3. La fallimentare e brutale conquista di un ″posto al soleʺin Abissinia
Su un altro rilevante aspetto va posta, ora, l’attenzione. Ad onta delle inefficaci sanzioni adottate dalla SdN nel novembre 1935, la formidabile ″fabbrica del consensoʺ costruita dal fascismo ottenne un notevole successo con la raccolta, il 18 dicembre 1935, della fede nuziale delle coppie italiane, il richiesto ʺdono alla patria″[15]. All’iniziativa, realizzata con una teatrale coreografia, aderirono in tantissimi, tra cui anche noti antifascisti come Benedetto Croce, Arturo Labriola e Ivanoe Bonomi. Con la conquista dell’Etiopia il consenso al regime mussoliniano – su questo punto la storiografia è concorde – toccò la punta più alta[16]: fu un momento di idillio tra il fascismo, che aveva ‘lavato’ l’umiliazione della disfatta subita ad Adua nel 1896, e la piccola e media borghesia, soddisfatta dal congelamento delle distanze sociali con il proletariato, ammaliata dalla retorica dell’impero, agevolata dalla dilatazione del pubblico impiego e dall’appannaggio delle cariche nel Partito nazionale fascista (Pnf)[17].
Invece, per quanto il vecchio mito ottocentesco della fertile terra africana esercitasse ancora un forte richiamo sui contadini, non pochi braccianti e coltivatori poveri del Sud mostrarono indifferenza verso l’impresa coloniale in Etiopia. Come ha osservato Carlo Levi in quel singolare capolavoro letterario Cristo si è fermato a Eboli (1945), destinato a diventare uno strumento di conoscenza della civiltà rurale meridionale, all’annuncio dell’attacco all’Abissinia i contadini di Aliano[18] – il paesino dove l’antifascista torinese era stato mandato al confino – erano rimasti ″più muti, tristi e cupi del solitoʺ.
Di quella terra promessa – aggiungeva Levi –, che bisognava prima togliere a quelli che l’avevano (e istintivamente pareva loro che questo non fosse giusto, e non dovesse portar bene) non si fidavano. Quelli di Roma non avevano l’abitudine di far qualcosa per loro: anche questa impresa, malgrado le chiacchiere, doveva avere qualche altro scopo, che non li riguardava[19].
Infatti, la creazione dell’Africa Orientale Italiana (AOI) non risollevò il tenore di vita delle classi meno abbienti, tanto rurali quanto urbane. Il progetto di trasformare l’altopiano etiopico in una colonia di popolamento non ebbeil successo sperato. Non più di 3.500 famiglie di contadini si stabilirono in Abissinia e soltanto 110.000 ettari, sui 50 milioni disponibili, furono le terre bonificate. In numero decisamente maggiore accorsero impresari e lavoratori edili, tecnici e addetti ai trasporti, esercenti e artigiani.
Pur avendo proclamato nei primi anni Trenta l’archiviazione della ″questione meridionaleʺ[20], il fascismo con l’aggressione all’Etiopia pensava di offrire una soluzione al problema demografico, all’atavica fame di terra, allo stato di endemica indigenza dei contadini, soprattutto del Sud.In altre parole, intendeva dar vita ad un ʺimpero del lavoro″, con città da fondare e terre da valorizzare. In realtà, riuscì ad imprimere sì una sferzata tonificante, con il riarmo, ai settori dell’economia coinvolti nella mobilitazione bellica, a rianimare le industrie che avevano perso quote sui mercati esteri, ma scaricando i costi di questa politica sui ceti e le masse popolari[21]. La guerra si rivelò una straordinaria opportunità soltanto per taluni faccendieri e imprenditoricome Achille Lauro. L’armatore sorrentino, la cui flotta contava già 29 navi, in virtù degli stretti rapporti allacciati con il potere politico, specialmente con la famiglia Ciano, lucrò cospicui profitti sui trasporti di truppe e di materiale bellico, nonché gestì in esclusiva, dopo il maggio 1936, il servizio passeggeri per l’AOI[22].
Ad ostilità ufficialmente cessate in Abissinia, Napoli, che per Mussolini avrebbe dovuto essere la ″regina del Mediterraneoʺ, pareva riconoscersi senza tentennamenti nel regime fascista, come dimostrava il succedersi in città di cerimonie e di rimpatri dall’Africa Orientale. A celebrare quella che venne indicata come ″ora storica della patriaʺfu, tra le altre, la pubblicazione periodica ʺIl Mattino illustrato″, che diede conto del ritorno di ″S.A. Imperiale e Reale Maria di Piemonteʺ[23]; del ʺtrionfale sbarco″ del maresciallo Badoglio, ″circondato sulla banchina del porto dalla immensa folla acclamante alla vittoria e all’imperoʺ[24]; del rimpatrio di soldati e legionari[25]. Ma neppure aver eletto il capoluogo meridionale a ʺporto dell’Impero″, ossia a snodo nevralgico dei rapporti coi possedimenti d’oltremare, risulterà una scelta in grado di superare le annose difficoltà del popoloso centro urbano ai piedi del Vesuvio.
A dire il vero, sebbene sconfinata, l’Etiopia era pressoché priva di ricchezze minerarie e, dunque, non era in grado di fungere da serbatoio di materie prime, come le colonie inglesi, francesi e belghe del Continente Nero. Per di più, il governo di Roma investì nella costruzione di strade e in altre opere pubbliche molto più di quanto potesse reperirvi in termini di risorse e fu costretto, inoltre, ad impegnarsi a fondo per combattere un movimento resistenziale che non sarà mai debellato completamente.
A metà primavera del 1936 dopo la caduta di Addis Abeba – è opportuno sottolinearlo – due terzi dell’Etiopia non erano sotto il controllo delle forze d’occupazione italiane, che utilizzeranno su larga scala gli ascari[26] per tentare di sgominare o quantomeno tenere a bada 50.000 guerriglieri, capaci di rendere insicure o inaccessibili intere regioni, frenando così considerevolmente tutti i piani di sviluppo e ostacolando il flusso dei coloni. Fu necessario organizzare ″operazioni di grande polizia colonialeʺ, che in realtà furono vere e proprie azioni di guerra[27]. Nel luglio del 1936, rivolgendosi a Graziani,un preoccupato Mussolini avallava ancora una voltal’uso della mano pesante: ʺAutorizzo […] Vostra Eccellenza a iniziare a condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici. Senza la legge del taglione al decuplo non si sana la piaga in tempo utile″[28].
La resistenza etiopica non cessò neppure all’indomani della feroce rappresaglia in risposta all’attentato al viceré Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937, in occasione del quale il federale Guido Cortese istigò gli italiani di Addis Abeba a uccidere tutti gli etiopi che avessero incontrato lungo la loro strada. La ″caccia al moroʺ si tradusse in un bagno di sangue, con la selvaggia eliminazione fisica di migliaia di innocenti. Raccapriccianti le testimonianze su questa carneficina, come quella di Temesgen Gebré:
Sulle vittime venne usato ogni genere di armi: granate a mano, esplosivi e bombe incendiarie, fucili, revolver […] oltre a mitragliatrici e pugnali. Agli etiopi catturati veniva spaccata la testa in due con picconi e badili. Le Camicie nere giravano per le strade in cerca di nuove vittime e uccidendo chiunque stesse ancora respirando. Tutti in città erano una gradita preda per quei soldati assetati di sangue fedeli all’ʺaquila imperiale″. Ovunque giacevano cadaveri di uomini, donne e bambini[29].
Una descrizione non dissimile si trova nelle pagine, a lungo inedite, del corrispondente del ʺCorriere della Sera″, Ciro Poggiali, che ha pubblicato il suo Diario a distanza di qualche decennio da quei tragici fatti.
Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba […] hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno al tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente[30].
Sorte non migliore conobbero gli oltre 2.000 monaci e diaconi della città santa copta di Debre Libanos, massacrati dagli uomini del generale Pietro Maletti tra il 21 e il 28 maggio 1937. Su questa efferata strage, nell’Italia postbellica, cadde ben presto l’oblio: non si voleva mettere in discussione il radicato mito degli ″italiani brava genteʺ[31]. Bersaglio della cruenta repressione fascista furono anche migliaia di indovini e cantastorie, colpevoli soltanto di aver predetto l’imminente fine dell’occupazione italiana.
Né vanno dimenticati i 400 notabili spediti in Italia e altre migliaia di etiopi rinchiusi nei terribili Lager di Danane e di Nocra. Il susseguirsi di stragi, deportazioni, ingiustizie, violenze, soprusi, invece di spegnerla, diede un vigoroso impulso alla guerriglia etiopica, non più espressione delle figure prestigiose dell’aristocrazia negussita, ma di popolazioni insofferenti verso la dominazione italiana, incentrata peraltro sull’umiliante cardine della discriminazione razziale degli etiopi.
Infatti, nell’intento di dare basi più solide all’edificazione di un’entità, a cui si voleva conferire una proiezione e dimensione afro-mediterranea, il fascismo adottò tra il 1937 e il 1940 una legislazione da apartheid nell’Africa Orientale Italiana,esigendo che tutti gli italiani si ergessero a custodi dello status appena acquisito con la fondazione dell’impero, approdo della politica estera e coloniale fascista tra il 1926 e il 1936.
Nel giro di poco tempo, si codificò un aperto razzismo di stampo segregazionista, fondato sul disprezzo verso i ‘subumani’ di pelle nera: dalla legge sul ʺmadamato″ (1937), che proibiva le relazioni di tipo coniugale tra i “legionari” fascisti e le donne autoctone, alla messa al bando della promiscuità sui mezzi pubblici, alla diffida per gli italiani dall’abitare nei quartieri degli indigeni. Questi provvedimenti toccheranno il culmine con l’introduzione del nuovo reato di ″lesione del prestigio della razzaʺ e, nel maggio 1940, con norme speciali per i “meticci”, considerati il frutto degenere di un’aborrita contaminazione da scongiurare in qualsiasi modo.
4. I risvolti della guerra fascista contro l’Etiopia
Bisogna – a questo punto – ricordare un fatto sino a poco tempo fa passato sotto silenzio. L’ʺesperimento coloniale″ mussoliniano in Libia e in Etiopia, imperniato sull’idea di un esercito di ‘soldati contadini’ che avrebbe protetto i confini dell’impero e migliorato la “razza” italiana, rappresentò per molti funzionari del regime hitleriano – lo attesta un dettagliato rapporto spedito a Berlino nel tardo autunno del 1938 dal console tedesco ad Addis Abeba Gustav Strohm – una fonte d’ispirazione per la costruzione di un grande impero coloniale tedesco[32].
I risvolti della guerra fascista contro l’Etiopia (una guerra di massa, di sterminio e altamente ideologica[33]) furono, dunque,molteplici e di fondamentale importanza tanto sul piano economico, quanto su quello politico. Sul primo versante il regime mussoliniano optò decisamente per un indirizzo autarchico, che consolidò le posizioni di potere dei maggiori gruppi imprenditoriali, ma che risultò molto oneroso per il resto del Paese e specialmente per il Sud, che vide approfondirsi come non mai la sua distanza dal Nord.
Come ha evidenziato Pino Ippolito Armino, ″anche il forte incremento della spesa pubblica per far fronte alle ambizioni coloniali e all’impresa bellica andò soprattutto a beneficio dell’apparato industriale settentrionale. Il Nord crebbe mediamente del 2% l’anno e il Sud solo di mezzo punto percentuale. A questo si aggiunsero le scelte di politica demografica e le restrizioni imposte all’emigrazione, così il Mezzogiorno entrò nel periodo più nero della sua storia economica. Alla fine del Ventennio il divario nel prodotto pro capite si era ampliato ancora, da 26 a 44 punti percentualiʺ[34].
Sul terreno più propriamente politico, l’avventura in terra d’Africa segnò l’avvicinamento alla Germania nazista, che di lì a poco divenne l’alleata privilegiata dell’Italia fascista. Dal 1936 si assisterà ad una compenetrazione sempre più stretta tra la politica interna e la politica estera del fascismo.
Ultima guerra di conquista coloniale, mentre nel mondo sottoposto al giogo dell’imperialismo occidentale già si avvertivano le avvisaglie che avrebbero portato alla sua messa in discussione, l’aggressione all’Abissinia fu il primo conflitto armato scatenato da un regime fascista europeo, l’unico vinto (‘ufficialmente’) dal fascismo italiano; la prima campagna bellica in grande stile di uno Stato europeo dopo la conclusione della Grande guerra; la tappa iniziale di una sequenza di scontri che avranno nel secondo conflitto mondiale il loro drammatico epilogo.
Con la spedizione italiana in Etiopia andava in pezzi l’architettura geopolitica concepita alla Conferenza di pace di Versailles nel 1919. Con l’esacerbarsi delle tensioni internazionali, di cui l’abbraccio tra l’Italia fascista e la Germania nazista era al tempo stesso causa ed effetto, l’equilibrio europeo andava incontro ad una rapida disgregazione, mentre – come lucidamente colse a caldo il grande scienziato sociale Karl Polanyi –tendevano a sovrapporsi sempre più i conflitti nazionali a quelli sociali[35].La svolta che si innescò in quel frangente non interessò solo l’Europa, ma il Medio ed Estremo Oriente.
Il caso etiopico mise a nudo l’ulteriore ridimensionamento della SdN e la fragilità delle liberaldemocrazie, dimostrando la simbiosi realizzata dal fascismo tra imperialismo e politica estera ″revisionista″, volta a rimodellare l’assetto disegnato a Versailles[36].L’invasione dell’Etiopia fu, dunque,un passaggio cruciale nella trama delle relazioni interstatuali della prima metà del Novecento, con il brusco mutamento del quadro internazionale e della collocazione dell’Italia al suo interno.
Va altresì evidenziato che essa è stata anche ʺdi gran lunga l’evento coloniale che più ha segnato la coscienza storica degli italiani e […] più ha influenzato la (mancata) percezione dell’Africa da parte della coscienza civile del Paese″[37]. Occorre aggiungere che lo scudo istituzionale a difesa del mito del “bravo italiano”è stato abbassato solo nel febbraio 1996, allorché il ministero della Difesa ha riconosciuto ufficialmente l’utilizzo di agenti chimici in Etiopia, per poi essere rialzato quando si è posta la questione degli indennizzi.
Dal canto suo, la Rai ha adottato la linea del silenzio comunicativo, interrompendolo nel 2015 e nel 2016, allorché ha mandato in onda in prima serata due documentari sui crimini italiani, dopo averne trasmesso alcuni sullo stesso tema nel cuore della notte o alle prime luci dell’alba. Nel 2006 non sono andati in porto neppure i tentativi promossi da deputati dei Comunisti italiani di istituire due nuove date commemorative, l’una per le vittime africane del colonialismo italiano, l’altra per le vittime del fascismo.
Infine, un’ultima osservazione. Scaturito dalla temperie bellica della Grande guerra, sorto e affermatosi – al pari del nazismo, il suo principale emulo – come partito della guerra civile, il fascismo aveva inscritto nel suo codice genetico l’imperialismo, il razzismo, il bellicismo. Con esiti rovinosi per i Paesi e popoli che lo tennero a battesimo e per quelli che ne subirono la brama di conquista e le pulsioni distruttive di morte.
[1]H. Woller, Mussolini, il primo fascista, Carocci, Roma 2018, p. 118.
[2]M. Palla, Imperialismo e politica estera fascista, in G. Quazza, E. Collotti, M. Legnani, M. Palla, G. Santomassimo, Storiografia e fascismo, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Franco Angeli, Milano 1985, pp. 75-98.
[3]I. Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, Rizzoli, Milano 2018, pp. 38-40.
[4]Abissinia, regione storicamente corrispondente all’area dell’altopiano etiope, era il termine usato dagli europei e dagli arabi fino al XX secolo per indicare il territorio attualmente denominato Etiopia.
[5]P. Murialdi, La stampa del regime fascista, Laterza, Bari 1986, pp.130-147.
[6]C. Carabba, Il fascismo a fumetti, Guaraldi, Rimini 1973, in particolare pp. 100-111.
[7]G. Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973, p. 139.
[8]Per un inquadramento complessivo della spedizione coloniale fascista in Africa Orientale cfr. A. Del Boca, La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Longanesi & C., Milano 2010; nonché R. Bottoni, a cura di,L’impero fascista. Italia ed Etiopia (1935-1941), il Mulino, Bologna 2008; il corposo volume raccoglie i contributi di studiosi italiani e stranieri, tra cui tre africani, mettendo a fuoco numerosi aspetti e risvolti della guerra d’Etiopia.
[9]V. Mussolini, Voli sulle ambe, Sansoni, Firenze 1937, p. 150.
[10]Anche il governo fascista aveva sottoscritto la messa al bando delle armi chimiche. Sull’utilizzo di tali micidiali ordigni durante il conflitto contro l’Abissinia si rimanda ad A. Del Boca, I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1996 e a G. Rochat, L’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia. 1935-36, in “Rivista di storia contemporanea”, n.1, 1988.
[11]D. F. Jabes, La guerra d’Etiopia e la fondazione dell’impero, Storia del fascismo,vol. 16, a cura di B. Biscotti, RCS MediaGroup S.p.A., Milano 2024, p. 52.
[12]Secondo fonti etiopiche, tra il 1935 e il 1941, morirono oltre 700.000 abissini. Questo dato è riportatodaA. Aruffo, Storia del colonialismo italiano. Da Crispi a Mussolini, Datanews, Roma 2003, p. 14.
[13]L. Canfora, L’olocausto dimenticato,in J. Jacobelli (a cura di), Il fascismo e gli storici oggi, Roma-Bari, Laterza 1988, pp. 35-36.
[14] Sulla spinosa tematica della rimozione dei crimini commessi dagli italiani nelle avventure coloniali (e non solo) cfr. A. Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005; A. Stramaccioni, Crimini di guerra. Storia e memoria del caso italiano, Laterza, Bari-Roma 2016.
[15]P. Terhoeven, Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede, Il Mulino, Bologna 2006.
[16]Cfr. R. De Felice, Mussolini il duce,vol. I: Gli anni del consenso, 1929-1936, Einaudi, Torino 1974.
[17]F. Soverina, Il fascismo italiano nellasua traiettoriastorica,in F. Soverina ed E. Taglialatela(a cura di),Gli anni difficili. L’Italia trafascismo e Resistenza, Cercola 1999, p. 37.
[18] Nel libro il paese viene chiamato Gagliano, imitando la pronuncia locale.
[19]C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli. Con una presentazione dell’autore, Einaudi, Torino 1970, p. 117.
[20]F. Barbagallo, La questione italiana. Il Nord e il Sud dal 1860 ad oggi, Laterza, Bari-Roma 2013, p. 103.
[21] Si veda di G.Maione, L’imperialismo straccione. Classi sociali e finanza di guerra dall’impresa etiopica al conflitto mondiale (1935-1943), il Mulino, Bologna 1979.
[22]F.Soverina, L’autunno del fascismo a Napoli. Dalle leggi razziali alla dissoluzione del fronte interno, in Idem (a cura di), Leggere il tempo negli spazi. Il 1943 a Napoli, in Campania, nel Mezzogiorno, numero monografico di “Meridione, Sud e Nord nel Mondo”, a.XV, n. 2-3, aprile – settembre 2015, pp. 175-208.
[23]Ora storica della patria, “Il Mattino illustrato”, 18-25 maggio 1936.
[24]Il trionfale sbarco del Maresciallo a Napoli, “Il Mattino illustrato”, 8-15 giugno 1936.
[25] Cfr. “Il Mattino illustrato”, 3-10 agosto 1936.
[26] Formate da popolazioni di colore, specialmente dell’Eritrea e della Somalia, raggiungeranno le 200.000 unità nel 1940, mentre negli anni precedenti si erano attestate intorno alle 150.000. Su ciò si legga G. Rochat, Le guerre coloniali dell’Italia fascista,in A. Del Boca (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo,Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 186-191.
[27]Cfr. M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia 1936-1941, Laterza, Roma-Bari2008.
[28]A. Del Boca, I gas di Mussolini…, cit., p. 162.
[29]Questo agghiacciante resoconto è riportato da I. Campbell, in Il massacro di Addis Abeba, cit., p. 101.
[30] C. Poggiali, Diario AOI. 15 giugno 1936 – 4 ottobre 1937. Gli appunti segreti dell’inviato del “Corriere della Sera”, Longanesi & C., Milano 1971, p. 182.
[31] Cfr.P. Borruso, Debre Libanos. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Laterza, Bari-Roma 2024.
[32]P. Bernhard, A lezione di Mussolini. Le aspirazioni coloniali della Germania nazista all’ombra dell’espansionismo italiano, in S. Neri Serneri, a cura di, 1914-1945. L’Italia nella guerra europea dei trent’anni, Viella, Roma 2016, pp. 325-356.
[33]Cfr. N. Labanca, La guerra d’Etiopia. 1935-1941, il Mulino, Bologna 2015.
[34]P. Ippolito Armino, Storia dell’Italia meridionale, Laterza, Bari-Roma 2025, p. 201.
[35]K. Polanyi, Europa 1937. Guerre esterne e guerre civili (a cura di M. Cangiani), Donzelli, Roma 1995 (titolo originale: Europe to-day) p. 5. Questo prezioso testo contiene spunti e indicazioni illuminanti forniti da Polanyi, interprete e testimone del suo tempo, in una serie di lezioni tenute in Inghilterra per conto delle Trade Unions nell’ambito di un programma volto, come egli stesso asserisce, all’″educazione alla politicaʺ intesa come ʺeducazione alla cittadinanza″.
[36]B. Droz, A. Rowley, Storia del XX secolo, vol.2. Nascita del mondo contemporaneo, Sansoni, Firenze 1988, p. 74.
[37]F. Filippi, Noi però gli abbiamo fatto le strade. Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie, Bollati Boringhieri, Torino 2021, p. 73.
