di Giovanni Capurso
Talvolta gli scavi archivistici regalano preziosi documenti sepolti. È quello che è accaduto di recente con le poesie di Graziano Fiore, ucciso durante la strage di Via Niccolò dell’Arca a Bari del 28 luglio 1943. Esattamente ventidue componimenti recuperati dall’archivio storico dell’Istituto Pugliese della Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (I.P.S.A.I.C) e pubblicati a cura di Paolo Comentale (Graziano Fiore. Poeta gentile, Erf 2025).
Graziano è il figlio più giovane dell’intellettuale antifascista e meridionalista Tommaso Fiore. Un giovane di belle promesse e animato da tante speranze.
Anche lui, con il padre Tommaso e il fratello Vittore, è stato in carcere. Nei venti giorni di reclusioni passati in solitudine e sottoposto agli interrogatori dell’Ovra, comprende il valore della libertà. Quell’esperienza dura trasforma un adolescente acerbo e romantico in un ragazzo consapevole e maturo.
Intanto la guerra va male, anzi malissimo. Il regime è al collasso. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio, su ordine del giorno di Dino Grandi, Mussolini viene destituito e subito dopo arrestato. A Bari, come altrove, la gente si riversa nelle strade. Tutti pensano che il peggio stia passando. Si aspetta anche che i detenuti politici vengano scarcerati.
Il 28 luglio Graziano partecipa a un corteo pacifico per chiedere la scarcerazione dei detenuti politici. Circa 200 persone, la maggior parte studenti ed insegnanti, percorrono le strade del centro città fino a raggiungere il palazzo della Federazione Fascista di Bari, che è protetto da uno schieramento di soldati in funzione di ordine pubblico. Il corteo, giunto davanti alla sede della Federazione Fascista di Bari, sita in via dell’Arca, avvia una trattativa per la rimozione dei simboli del regime, ma improvvisamente diventa oggetto di fuoco da parte dei militari e dalle finestre della sede fascista. È un bagno di sangue. Muoiono 20 persone, tra cui lo stesso Graziano, e oltre quaranta sono i feriti.
Tra le poesie ritrovate quella del 16 luglio 1943 sembra rendere meglio di altre il desiderio di libertà frustrato del giovane autore:
Dura prigiontien chiuso
il suo libero andare
per via giusta percorsa.
Ivi a viver come bruto
stretta progiontien chiuso
quel caro petto che tra sé racchiude
nobil pensier a giusta vita intento.
Ma liberar non posso
alma sì grande,
chè, oltre al suo pensiero
suo sangue è il mio,
perché alte mura bianche
e di strette cancella infisse
sovrastan a mia forza immane.
Ond’io vorrei apprestarmi
a viver con lui
in quello strano romitaggio,
perch’ei possa a me continuare
santo giusto e libero insegnamento
ed io per tutta vita viver grande
col nome di chi fu tanto giusto.
