Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Michele Eugenio Di Carlo

Giuseppe Maria Galanti – altro frutto del fecondo Contado del Molise a cui Santacroce del Morcone diede i natali, grande ammiratore di Voltaire, celebre al pari di Francesco Longano quale viaggiatore in realtà socio-economiche – trae, per conoscenza diretta e su incarico del re, le sue Descrizioni del regno di Napoli e dell’Italia di fine Settecento.

Dai sui viaggi di lavoro ricava l’idea che “gli abusi per ogni dove ricoprono la faccia della terra”, ritenendo di dover descrivere le misere condizioni sociali ed economiche senza occultare nulla, “da che l’amor della verità ed il zelo per il bene pubblico hanno diretto questo immenso travaglio” (Galanti, G.M. (1962), “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, t. IV, in F. Venturi (a cura di), Riformatori napoletani, Milano-Napoli:Ricciardi, p. 1083).

É soprattutto nella Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie che incrociamo le aspirazioni illuministiche e le zelanti tendenze riformistiche del Galanti, che – al pari del Longano nel descrivere le misere condizioni delle popolazioni rurali – si sofferma anche sulla Capitanata e sull’organismo della Regia Dogana di Foggia. É lui stesso, nella sua Relazione intorno allo stato della Capitanata, a chiarire che il direttore delle Reali Finanze il 21 maggio del 1791 – quando già erano state trasmesse le sue relazioni sulla Terra di Otranto e la Terra di Bari –gli aveva notificato di consegnare direttamente a Napoli, terminato il viaggio in Puglia, le altre relazioni direttamente a Ferdinando IV, quanto mai ansioso di approfondire la conoscenza sullo stato civile e morale della Capitanata. Infatti, da Napoli, il 21 settembre 1791, nel consegnare la relazione “per la provincia della Daunia, ossia della Capitanata”, Galanti scrive:

Io ho cercato di eseguire gli ordini di V.M. con quello zelo che maggiormente da me si è potuto. Sottopongo alla sublime intelligenza della M.V. questi fatti e le mie debolissime considerazioni. […] Iddio conservi per lunghi anni la sacra persona della M.V. colla real famiglia(Galanti, G.M. (1984), Relazioni sulla Puglia del ‘700 (a cura di E. Panareo), Cavallino di Lecce: Capone Editore, pp. 146-147).

Per meglio capire lo stato socio-culturale della Capitanata di quei tempi è opportuno riportare quanto scrive Galanti sulla fiducia riposta dai sudditi dauni nei riguardi della monarchia borbonica. Dinastia dalla quale sembrava fosse finalmente giunto il tempo di poter sperare nell’attuazione di quelle riforme politiche e amministrative, comprensive della mai tanto agognata abolizione della feudalità, che lo stesso autore molisano proponeva con coraggio, forza e decisione:

Questi provinciali, come gli altri, sono attaccatissimi alla sacra persona di V.M. ed amano il governo regio. Formano il perpetuo soggetto dei loro discorsi l’avversione al governo feudale, gli abusi del governo ecclesiastico, la dipendenza che soprattutto detestano dai tribunali della capitale, le dogane interne, le cattive strade, la giustizia male ordinata nelle Udienze e nelle Corti locali, e vivono in una certa fiducia di vedere tutto questo riordinato e corretto dal cuore paterno di V.M. e dalla saviezza dei Vostri ministri superiori (Ibidem).

Galanti non si sofferma molto sul sistema doganale di Foggia, ma non esita a vedere in questa istituzione la causa dell’abbandono in cui versa un’agricoltura assoggettata alla pastorizia sin dalle leggi doganali di re Alfonso.

L’excursus sul Tribunale della Dogana di Foggia abbraccia tutta la sua storia rimarcando, in particolare, come la giurisdizione del foro doganale fosse estesa non solo ai locati, ma anche alle rispettive famiglie e a tutti coloro che svolgevano attività collegate alla pastorizia, come gli stessi negozianti e commercianti di lane, formaggi e pelli. Una giurisdizione che – estesa persino agli agricoltori del Tavoliere – finiva per essere naturalmente ambita da chiunque volesse sottrarsi all’ambigua e penalizzante giurisdizione baronale. Tanto da rendere concepibile la produzione di dichiarazioni fittizie su pecore inesistenti, arrivando al punto di pagare la fida per pascoli mai usufruiti.

Nei tempi in cui Galanti scrive, il tribunale della Dogana – subordinato alla Camera della Sommaria, amministratrice del patrimonio reale – è diretto da un Governatore affiancato da due uditori, da un avvocato fiscale e da un avvocato dei poveri (carica ricoperta anche dal foggiano Orazio Cimaglia e dai figli Natale e Domenico)(Cfr. Galanti, G.M. (1793), Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, tomo I, n. e., Napoli: presso i Socj del Gabinetto Letterario).

La critica di Galanti a questo tribunale risulta consistente. Nonostante fosse per tanti lo strumento per emanciparsi dal vessatorio “dispotismo delle giurisdizioni feudali”, il molisano ne evidenzia i difetti, le degenerazioni, le pratiche corruttive ed estorsive e, onorato per aver ricevuto l’incarico per intercessione diretta del re, ritiene suo dovere dovergli rispettosamente riferire che

questo tribunale serve ad opprimere il debole nelle province lontane: questo è quello che fa rimanere impuniti i piccoli delitti, col favor de’ quali l’uomo si corrompe e diventa facinoroso. Con estendere la sua giurisdizione per tutto il regno, presenta un sistema viziosissimo. Deve fidare ne’ suoi subalterni, che è quanto dire nella classe di uomini la più corrotta. Senza moltissimo danaro, non si conduce in Foggia un affare a perfezione. […] Una cosa del tribunale di Foggia mi è piaciuta, e che non ho trovato in tutte le Udienze provinciali, ed è l’archivio (Ibidem).

Nelle terre fiscali del Tavoliere, assolate e aride e – secondo alcuni – sterili, non è neanche tollerata la coltivazione degli alberi. Pur di non arrecare il più irrilevante dei danni alla pastorizia, si lascia un territorio immenso sotto i raggi di un sole infuocato durante il periodo estivo, privandolo persino della produzione della frutta necessaria ad alimentare quei pochi pastori e contadini costretti ad accettare condizioni di vita estrema, sforniti in inverno anche della legna da ardere per mancanza di alberi(Cfr. Galanti, G.M. (1789), Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, tomo III, Napoli: presso i Socj del Gabinetto Letterario, pp. 270-271. Ma Galanti, confermando il parere dell’amico Michelangelo Manicone, nega che le terre del Tavoliere non siano climaticamente atte alla vegetazione di alberi, svelandoci il paesaggio agrario del Tavoliere di fine Settecento:

Io ne ho trovato da per tutto: sono rarissimi, perché non vi è permessa la coltivazione, ma mostrano che il terreno ne sia suscettibile. Tra Foggia ed Orta vi era il bosco della Incoronata, che oggi vedesi in gran parte distrutto. Se vi sono de’ siti che escludono gli alberi, questo si osserva in tutte le vaste regioni per circostanze locali(Galanti, G.M. (1984), Relazioni sulla Puglia del ‘700, cit, pp. 146-147).

 

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