Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Mario Garofalo
Riassunto
Nel panorama socio-economico del Mezzogiorno borbonico preunitario, la Filanda D’Andrea di Sarno emerge quale caso paradigmatico di protoindustrializzazione e partecipazione femminile al processo produttivo. Il presente studio intende investigare il ruolo delle lavoratrici impegnate nella filanda, evidenziando come esse incarnino un’espressione precoce di soggettività economica e ditrasformazione sociale. Attraverso un approccio che supera le tradizionali dicotomie Nord-Sud, si propone una prospettiva policentrica della modernità industriale italiana, valorizzando le forme di modernizzazione meridionali meno indagate.
Parole chiave: protoindustrializzazione, filanda, lavoro femminile, Mezzogiorno borbonico, modernità economica.
1. La Filanda D’Andrea tramodernità e tradizione
Nel quadro delle dinamiche economico-sociali del Regno delle Due Sicilie, e in particolare nell’area vesuviana dell’Agro nocerino-sarnese, la Filanda D’Andrea di Sarno rappresenta un’esperienza produttiva che interroga e problematizza i canoni interpretativi prevalenti relativi al presunto immobilismo del Mezzogiorno preunitario. Attiva nella prima metà dell’Ottocento, tale struttura protoindustriale costituisce, infatti, un osservatorio privilegiato da cui analizzare le modalità attraverso cui forme di modernizzazione economica si sono sviluppate, sebbene in formeparziali e ibride, anche nelle aree ritenute marginali rispetto alla “rivoluzione industriale” canonica del Nord (Pescosolido, 2013: 97-104).
Lungi dal configurarsi come semplice appendice subordinatao periferica rispetto ai centri produttivi settentrionali, la realtà meridionale presenta infatti linee di sviluppo autonome e peculiari, capaci di dar luogo a processi di trasformazione sociale che, sebbene meno vistosi o strutturati, non risultano per questo meno significativi. In questo senso, la filanda sarnese si configura quale laboratorio di razionalizzazione protoindustriale, in cui la divisione del lavoro, la programmazione dei tempi produttivi e l’impiego sistematico della manodopera femminile si coniugano alla persistenza di pratiche artigianali e relazioni lavorative comunitarie (Gribaudi, 1987: 651-657).
La Filanda D’Andrea, situata in un contesto urbano-agricolo densamente popolato e attraversato da reti idriche e commerciali, si inserisce in un’economia locale fondata sull’interconnessione tra agricoltura, manifattura e trasporto fluviale, dove la filiera della seta e del cotone si innesta nella tradizione operosa delle famiglie contadine meridionali, contribuendo alla costruzione di un modello produttivo “di soglia”, sospeso tra tradizione e modernità (Cafagna, 1970: 132-138).
2. Soggettività femminile e lavoro protoindustriale
Elemento strutturale e non accessorio della Filanda D’Andrea è rappresentato dalla presenza massiccia e organizzata delle donne, in larga parte giovani, spesso minorenni, provenienti dai ceti popolari locali. Questa manodopera femminile, inserita in un’organizzazione del lavoro relativamente stabile, svolge mansioni che richiedono abilità specifiche, acquisite per trasmissione familiare e sedimentate in un sapere tecnico non formalizzato ma riconosciuto e funzionale al ciclo produttivo (Saraceno, 1987: 223-225).
L’analisi della composizione del lavoro all’interno della filanda consente dicogliere un precoce emergere della soggettività femminile nella sfera economica, intesa sia come partecipazione materiale al processo produttivo, sia come articolazione di una presenza sociale che sfida il paradigma della dipendenza passiva e della marginalità strutturale(Accornero,1992:79-83). Le lavoratrici della filanda, pur sottoposte a un regime di disciplina e a un controllo simbolico-morale tipico della società patriarcale borbonica, manifestano pratiche quotidiane di resistenza, negoziazione e affermazione di sé, attraverso le quali si definisce un embrione di soggettività collettiva, radicata nell’esperienza concreta del lavoro ripetitivo, del tempo condiviso, della solidarietà intergenerazionale e della costruzione di un’identità professionale (Barbagli, 1997: 141-144).
La filanda rappresenta un luogo di sfruttamento precoce del lavoro minorile e femminile, oltre a essere uno spazio liminale in cui si dispiega una forma inedita di agency, dove la subordinazione convive con la possibilità, seppur embrionale, di emancipazione economica e di autonomia materiale (Gribaudi, 1987: 667-670). Il gesto quotidiano delle lavoratrici, la cura per le fibre seriche, il controllo del telaio, la resistenza fisica e mentale alle lunghe ore di lavoro, diventano dispositivi di riappropriazione del proprio corpo e della propria capacità produttiva, in unasocietà che altrimenti le condannerebbe alla semplice invisibilità domestica.
3. Una modernità meridionale policentrica
La FilandaD’Andrea si configura come un nodo di transizione paradigmatico in cui le istanze della modernità produttiva si innestano su un tessuto economico preesistente, articolato e policentrico. In tale cornice, il Mezzogiorno borbonico appare più come un semplice ‘altro’ della modernità, come uno dei suoi luoghi possibili e, in certi contesti, effettivi. La modernità produttiva si presenta qui sotto forma di stratificazione e ibridazione, in cui il modello artigianale si ridefinisce in funzione di una razionalità produttiva nuova, senza per questo essere radicalmente alternativa (Galasso, 1995: 121-123). La dicotomia Nord-Sud, spesso inscritta in narrazioni evoluzioniste e gerarchiche, appare inadeguata a cogliere la complessità delle traiettorie di sviluppo locali e la varietà delle esperienze diindustrializzazione, che si manifestano attraverso forme non canoniche e spesso rimosse dalla storiografia nazionale. La filanda sarnese rappresenta allora una “micro-modernità”, un episodio marginale soltanto in apparenza, capace invece di interrogare in profondità i criteri stessi con cui si è costruita la narrazione unilineare del progresso industriale italiano (Pescosolido, 2013: 108-111).
Tale approccio richiede un lavoro di scavo archivistico e di analisi intersezionale delle fonti — catastali, notarili, ecclesiastiche e contabili — per far emergere le relazioni tra impresa familiare, mercato del lavoro locale, politiche economiche borboniche e dinamiche di genere (Bevilacqua, 1993: 52-54). Le donne cheoperano nella filanda risultano dunque semplici quinte di scena di un processo esogeno e strutturalmente alieno, bensì agenti impliciti di una trasformazione che passa attraverso le maglie della vita quotidiana, del sapere pratico, della rete familiare e comunitaria.
4. Conclusioni: genealogie sommerse della modernità meridionale
La Filanda D’Andrea, nella sua esistenza concreta e nelle tracce materiali che ha lasciato, costituisce un’utile lente per una revisione critica dei paradigmi interpretativi che ancora oggi dominano la rappresentazione del Mezzogiorno. Essa testimonia l’esistenza di un campo protoindustriale meridionale articolato, spesso sommerso, che ha visto le donne assumere un ruolo attivo nella produzione e, più in profondità, nella costruzione della propria soggettività in ambito lavorativo ed economico.
Sottrarre la narrazione del Mezzogiorno al binarismo arretratezza/sviluppo significa riconoscere l’eterogeneità dei suoi percorsi, la pluralità delle sue modernità e il carattere situato delle sue esperienze produttive. In tale prospettiva, le donne della filanda non risultano meri ingranaggi di una macchina protoindustriale periferica, bensì testimoni di una genealogia alternativa della modernità italiana, capace di restituire al Sud non soltanto un ruolo nella storia, bensì soprattutto una voce nella definizione della cittadinanza economica e sociale. La loro vicenda, perlungo tempo ignorata, riscrive il rapporto tra genere, lavoro e modernità, e consente di riconoscere nello spazio produttivo borbonico non solo il luogo dello sfruttamento e dell’arretratezza, ma anche quello della resistenza, della trasformazione e dell’autonomizzazione.
Bibliografia
Accornero, A. (1992), La parabola del sindacato, Bologna: Il Mulino.
Barbagli, M. (1997), Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia da lXV al XX secolo, Bologna: Il Mulino.
Bevilacqua, P. (1993), La lunga durata e la crisi. Il Mezzogiorno nell’Italia unita, Roma: Donzelli.
Cafagna, L. (1970), Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia,Venezia: Marsilio.
Galasso, G. (1995), Il Mezzogiorno nella storia d’Italia, Bari-Roma: Laterza.
Gribaudi, G.(1987), “Il lavoro femminile nella storia dell’industria meridionale”, in Meridiana, n. 1, pp. 651-670.
Mazzacane, A. (2004), “Memorie d’officina: genere, lavoro e identità nel Mezzogiorno protoindustriale”, in Quaderni di storia sociale, n. 12, pp. 56-67.
Pescosolido, G. (2013), L’Italia unita.1861-2011. Percorsi storici e nuove interpretazioni, Roma: Carocci.
Saraceno, C. (1987), Ruoli femminili e organizzazione familiare: modelli storici, Bologna: Il Mulino.
