di Antonio Scialpi
Piero Gobetti morì a Parigi il 15 febbraio 1926. Cento anni or sono. A soli 25 anni. Giovane e talentuoso intellettuale, nel 1918 fondò e diresse ‘Energie Nuove’, collaborando alla Rivista ‘Ordine Nuovo’ di Antonio Gramsci(1891-1937), quale critico teatrale. Ma la sua notorietà è legata, soprattutto alla Rivista ‘La Rivoluzione Liberale’(1922-1925). La Torino degli anni post-bellici vide operare due eminenti esponenti del pensiero politico e filosofico italiano che, più di tutti, intuirono i mali profondi e le contraddizioni del processo risorgimentale. Attraverso le loro lucide letture storiche, si compresero le origini del Fascismo, come il terminale di tutte le insufficienze nella formazione della coscienza nazionale. L’autobiografia della Nazione.
Pur di idee molto diverse, entrambi partivano da una comune visione della Questione Meridionale. Se per Gramsci, di origini sarde, era comprensibile, desta meraviglia, ancora oggi, invece, la sensibilità di Gobetti, giovanissimo piemontese, che volgeva lo sguardo a Sud.Individuò, per primo, i limiti del Liberalismo storico italiano, che non era riuscito a costruire uno Stato liberale moderno,ignorando la rivolta sociale dei briganti combattendola con i regi carabinieri e la guardia nazionale, imprigionato dalle catene del trasformismo e avvolto dalla cultura italiana rinchiusa nella cappa provinciale dello Storicismo e del Neoidealismo di Benedetto Croce (1886-1952) e Giovanni Gentile (1875-1944).
In soli sette anni, dal 1918 al 1925,produsse libri, testi, articoli, analisi sulle principali Riviste, interpretando il tempo nuovo del cambiamento politico e culturale, stringendo relazioni con i maggiori rappresentati della cultura italiana, critici verso l’establishment. Fondò la casa editrice con il suo nome, con il merito di pubblicare centinaia di libri di pensatori, storici, politici e letterati all’avanguardia, tra cui nel 1925 ‘Ossi di seppia’ di Eugenio Montale (1896-1981).
Tra i collaboratori di ‘La Rivoluzione Liberale’ ci fu il meridionalista pugliese Tommaso Fiore (1884-1973), “inviato speciale” nelle regioni del Sud. Entrambi intellettuali antifascisti. Fiore, ispirato alla visione del giovane torinese, viaggiò nelle città pugliesi descrivendo in sei lettere tra il 1925e il 1926 le condizioni di vita dei contadini e dei paesaggi straordinari, creati con le mani sapienti e con la durezza del lavoro, riportati, dopo, in ‘Un Popolo di Formiche’ (1951) che, a distanza di 75 anni, resta un formidabile punto di riferimento storico-letterario per comprendere la ricchezza sobria e la bellezza dolorosa della Puglia,
Gobetti aveva una concezione originale del Sud. Eretica e fuori dai canoni del meridionalismo paternalistico e fatalistico. Critico verso le politiche meridionalistiche di Giovanni Giolitti (1842-1928) e dei suoi metodi di governo, tanto deplorati da Gaetano Salvemini (1873-1957), perché inficiati da compromessi, che lasciavano immutate le condizioni di vita e dell’economia meridionale. Gobetti era proiettato sempre di più verso orizzonti autenticamente autonomisti e federalisti.
Egli esecrava tanto una visione del Sud come area depressa quanto, invece, ne apprezzava le sue floride ricchezze naturali e le potenzialità economiche, mortificate anche dalla mancata formazione di una vera borghesia moderna, chiusa ancora nei suoi privilegi, aliena dalle idee liberali innovative, consona più a congregarsi in consorterie che aprirsi alle nuove esigenze politiche e sociali di modernizzazione.
Fu proprio questa borghesia agraria, passiva ed assenteista, l’alleato principale del nascente Fascismo, adattandosi al mutato clima politico, come si era adagiata a quello risorgimentale e unitario.
L’intellettuale torinese, influenzato da Salvemini, era convinto che la formazione di una classe dirigente autonoma e moderna fosse l’antidoto agli schemi sclerotizzati del vecchio liberalismo, per far decollare e riscattare il Mezzogiorno dal pantano in cui era rimasto dopo l’Unità del 1861. Il nuovo e avanzato liberalismo metteva alla corde il vecchio. Il Fascismo, pertanto, non rispondeva a questa esigenza fondamentale. Gobetti lo percepiva agli albori del Movimento dei Fasci, non dopo la sua tragica fine nel 1945. Fu la mente più lucida, quanto eretica.
L’altra caratteristica di attualità fu la concatenazione tra pensiero e azione, nel solco della migliore tradizione risorgimentale e patriottica.
Per questo non esitò a tuffarsi, con tutte le energie, nell’opposizione al nascente stato totalitario, a differenza di altri, intenti o a dividersi o, peggio, ad essere conniventi, salvo ravvedersi, quando era ormai molto tardi. Mi riferisco a Benedetto Croce e allo stesso Giovanni Giolitti e alle responsabilità della sinistra, socialista e comunista dell’epoca, nel clima convulso e terribile degli anni Venti.
Il suo pensiero sulle libertà che cambiavano con l’esplosione della società di massa, del taylorismo e dell’emergente frattura tra Libertà e Giustizia, alle origini dei Totalitarismi, fu contaminato dai valori della giustizia sociale e dal ruolo potenzialmente dirigente della classe lavoratrice, in una visione liberale e democratica, originale e feconda, che ispirò i movimenti successivi di “Giustizia e Libertà” dei fratelli Carlo (1899) e Nello Rosselli (1900), entrambi uccisi dal Fascismo nel 1937 come il loro coetaneo Gobetti, e di quanti, superando i pregiudizi ideologici, si unirono nell’opposizione al Fascismo e nella costruzione dei valori resistenziali e repubblicani, oggi a dura prova.
Fu un giovane, che non amò la guerra e i nazionalismi. Ponte tra i valori dell’unità italiana e dei nuovi paradigmi sociali, per abbattere i limiti e le contraddizioni del processo risorgimentale e spianare la strada verso la Costituzione repubblicana. Rileggendone i principi, a 80 anni dal referendum del 2 giugno 1946, la personalità di Gobetti e del suo pensiero azionista vi sono totalmente rispecchiati.
Il Fascismo, intuendo la valenza e la discontinuità rivoluzionaria delle sue idee e delle sue azioni, lo individuò come bersaglio principale da spegnere con ogni violenza fino alla sua morte, esule a Parigi.La stessa sorte riservata a Giacomo Matteotti (1885-1924), quasi due anni prima e di cui Gobetti in ‘La Rivoluzione Liberale’ tracciò un profilo di “guardiano della rettitudine politica” e di ripugnanza morale del Fascismo, uniti dall’intransigenza verso qualunque compromessocon il nascente regime. Quelle idee spaventavano Mussolini, che volle con pervicacia eliminare fisicamente le “teste” del pensiero liberal democratico, come anche quella di Giovanni Amendola (1882-1926), che appena due mesi dopo, a Parigi finì i suoi giorni, come Gobetti. Succedeva a Parigi, mentre nasceva lo stato totalitario italiano. La lezione azionista di Gobetti oggi, tempo di astensione dal voto e di apatia verso la deriva autoritaria e di smontaggio della Costituzione, è purtroppo nuovamente attuale perché sprona all’impegno civile e ad alzare lo sguardo sul futuro, a partire dal Sud.
