Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio

La fase attuale del capitalismo è segnata da un aumento delle tensioni tra le principali potenze economiche mondiali. A questo processo si accompagna una progressiva riduzione degli spazi democratici e un irrigidimento del linguaggio politico, sempre più orientato alla logica bellica. Il dibattito tende così a superficializzarsi in contrapposte tifoserie.

In Italia il discorso sulla Cina è fortemente polarizzato: da un lato viene descritta come una “dittatura comunista”, dall’altro come un presunto polo antimperialista alternativo alla NATO, spesso attraverso l’esaltazione dei BRICS. Entrambe le letture risultano insufficienti.

Per comprendere la strategia di un paese è necessario partire dalla sua struttura economica e dalla sua composizione di classe. Sbilanciare l’analisi su aspetti essenzialmente geopolitici rischia di non cogliere la complessità data dai rapporti di classe interni ai Paesi in competizione, e pertanto le forze che internamente tra loro si contrappongono. Oltre ai due campi contrapposti – filo-NATO anticinese e filocinese anti-NATO – esiste una terza posizione, meno visibile ma più aderente alla realtà dei rapporti materiali, quella internazionalista.

Un primo chiarimento è indispensabile: la Cina è oggi un paese capitalistico, caratterizzato dai rapporti sociali di produzione propri di questo sistema. Il passaggio da una società uscita da una rivoluzione socialista a un’economia capitalistica richiede un’analisi storica specifica, che qui non verrà sviluppata.

Fino a circa cinquant’anni fa la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo. Con le riforme di Deng Xiaoping si è aperta al mercato mondiale, consentendo alle imprese occidentali di produrre nel paese. In pochi decenni la Cina è passata da economia agricola a grande potenza industriale, dotata della più ampia classe operaia del pianeta.

Nel 2024, secondo la Hurun Global Rich List, la Cina è il paese con il maggior numero di miliardari al mondo (814), dato che segnala una profonda polarizzazione sociale e la piena integrazione nei meccanismi dell’accumulazione capitalistica.

Oggi la Cina non è più soltanto un paese in espansione, ma una superpotenza in competizione diretta con gli Stati Uniti. Per chiarire cosa significhi questo termine in senso scientifico, utilizzerò le categorie di Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916), testo che resta un riferimento centrale per l’analisi di tali dinamiche.

Per Lenin l’imperialismo non coincide semplicemente con la guerra, ma con una fase storica del capitalismo caratterizzata da elementi strutturali precisi: dominio dei monopoli, capitale finanziario, esportazione di capitali, trust internazionali e spartizione del mondo.

1. Concentrazione dei capitali e dominio dei monopoli

“La concentrazione della produzione ha raggiunto un livello tale da esercitare un ruolo decisivo nella vita economica.”

Nella Cina contemporanea i settori strategici – telecomunicazioni, automotive, tecnologia, energia, infrastrutture – sono dominati da grandi gruppi: BYD, Tencent, Alibaba, Huawei, Sinopec, State Grid.

Nel settore dell’elettrico le prime dieci imprese controllano circa il 45% della produzione nazionale. Oltre 100 delle 500 aziende con i maggiori ricavi mondiali (Forbes Global 500) sono cinesi. Nel comparto delle batterie al litio, i principali gruppi cinesi controllano circa il 70% della produzione mondiale.

Questa concentrazione, unita al know-how acquisito tramite joint venture con imprese occidentali, ha reso la Cina leader globale nell’auto elettrica, mettendo in crisi l’industria automobilistica europea, in particolar modo quella tedesca. L’economia cinese è quindi caratterizzata dalla monopolizzazione dei settori chiave.

2. Fusione tra capitale bancario e industriale

“La fusione del capitale bancario con quello industriale e la creazione di un’oligarchia finanziaria.”

Il sistema economico cinese è dominato da grandi banche che controllano i flussi finanziari dell’intera economia. Le principali banche pubbliche sono tra le più grandi al mondo per attivi. I rapporti tra imprese private, imprese pubbliche e sistema bancario sono strettamente intrecciati.

Questa struttura consente al Partito Comunista Cinese di coordinare credito, produzione e finanza secondo una logica di profitto e di espansione. Ne deriva una forma specifica di oligarchia finanziaria, integrata nel controllo politico del partito-Stato.

3. Esportazione di capitali

“Il carattere distintivo dell’imperialismo è l’esportazione di capitale invece che di merci.”

L’espansione del capitale cinese è visibile anche in Europa. I casi Yonghong Li (AC Milan) e Zhang (Inter) mostrano come capitali cinesi si siano intrecciati con fondi di private equity occidentali (Elliott, Oaktree) in operazioni di speculazione finanziaria su grandi marchi.

Più rilevante è la Belt and Road Initiative, attraverso la quale la Cina ha investito circa 1.000 miliardi di dollari in infrastrutture in Asia, Africa, America Latina e Mediterraneo. Questo processo ha rafforzato il controllo cinese su risorse, porti e reti logistiche in paesi già segnati dal colonialismo occidentale.

La competizione con gli Stati Uniti per il controllo delle catene di approvvigionamento, come nel caso delle terre rare in Groenlandia, rientra pienamente in questa dinamica.

4. Cartelli e trust internazionali

“I monopoli si accordano per la spartizione del mondo.”

Le imprese cinesi operano attraverso joint venture, acquisizioni e zone economiche speciali. Strumenti come la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) funzionano come alternative alla Banca Mondiale, permettendo alla Cina di dettare proprie regole nei rapporti economici internazionali.

In Africa e in Asia la Cina coordina consorzi industriali per il controllo di miniere, infrastrutture e snodi logistici, partecipando alla spartizione neocoloniale del mondo in concorrenza o in collaborazione con altri paesi imperialisti.

5. La dimensione militare della spartizione

“La terra è stata spartita. Ora si tratta solo di ripartirla con la forza.”

Negli ultimi trent’anni la spesa militare cinese è cresciuta di oltre il 700%. La Cina dispone oggi di una delle maggiori flotte navali del mondo e di avanzate capacità missilistiche. L’obiettivo dichiarato è raggiungere la piena parità militare con gli Stati Uniti entro il 2035.

Pechino rivendica un ruolo militare crescente nel Mar Cinese Meridionale, su Taiwan e nel Sud-Est asiatico. La sua strategia mira a tutelare le rotte economiche evitando, per ora, lo scontro diretto con potenze imperialiste consolidate.

Attualmente la Cina possiede una sola base militare all’estero, a Gibuti, snodo strategico per i traffici verso il Mar Rosso. L’obiettivo centrale resta Taiwan, alleata degli Stati Uniti e ostacolo al controllo navale del Pacifico occidentale. La pressione militare sull’isola è in costante aumento, ma Pechino preferisce rafforzare le proprie capacità tecnologiche e militari prima di un confronto diretto, anche alla luce dell’esperienza russa in Ucraina.

Questi tratti definiscono la Cina come una potenza imperialista in rapida ascesa, la cui affermazione entra in conflitto diretto con l’espansione degli imperialismi che per quasi un secolo hanno dominato la spartizione del mondo.

Questa contesa, con ogni probabilità, tenderà a tradursi in uno scontro militare di portata catastrofica per scala e capacità distruttiva.

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