di Antonio Salvati

Solitamente, gli occidentali sono interessati all’Africa – moderatamente – quando viene associata a conflitti e guerre civili, bambini-soldato, terrorismo, miseria estrema, pandemie, migranti. In genere, le buone notizie non interessano, i segnali di sviluppo e di modernizzazione vanno ignorati perché contraddicono l’afro-calisse[1]. Gli italiani, in particolare, hanno un’idea del continente africano catastrofista, associandola alla “bomba migratoria” che si riverserà su di noi. Per questo, da tempo molti analisti invocano contro gli stereotipi una nuova narrazione.

L’Africa, continente in cui vivono oltre 1,3 miliardi di persone, contribuirà in modo determinante a plasmare gli sviluppi a livello mondiale nei decenni a venire. Come dimensioni viene dopo l’Asia, anche se nelle nostre carte geografiche appare spesso “rimpicciolita” per una deformazione antica. Il continente nero ha una superficie che supera Stati Uniti, Cina, e India messi insieme. Entro il 2050 ospiterà più del 25 per cento della popolazione mondiale[2] e in futuro i suoi Stati svolgeranno un ruolo sempre più importante negli organismi multilaterali. Si prevede che alla fine di questo secolo, una persona su tre vivrà in Africa. Sempre entro il 2050 città quali Lagos, Kinshasa e Dar es Salaam rientreranno tra le più grandi metropoli del mondo, un aspetto che non fa che accrescere il peso economico globale del continente.

L’Africa non esiste. O meglio – come direbbe Emilio Mola nel suo recente ed utile volume[3] – non esiste così come la intendono buona parte del resto del mondo – e in particolare quello occidentale – se la prefigura o la descrive. Nel linguaggio comune esistono gli inglesi, i francesi, i cinesi … e gli africani. Quasi che questo circa miliardo e mezzo di esseri umani non abbiano altro che l’identità del continente da loro abitato.

In un mondo come quello odierno – sempre più caratterizzato da frammentazione e da crescenti rivendicazioni di influenza da parte di forze esterne – le principali potenze come la Cina e la Russia stanno intensificando le loro attività nel continente africano, e anche potenze regionali come la Turchia e alcuni Paesi del Golfo diventano sempre più influenti. Gli Stati Uniti e l’Unione europea cercano di reagire a queste tendenze organizzando frequenti visite diplomatiche e rinnovando la focalizzazione strategica sulla regione. L’accresciuto interesse degli attori esterni nei confronti dell’Africa può aumentare il margine di manovra degli Stati africani: si prevede pertanto che l’Africa assumerà una rilevanza geopolitica sempre maggiore nel corso del XXI secolo. Nelle contese tra potenze, molti Paesi africani cercano di mantenere una posizione equilibrata. La maggior parte di essi intrattiene relazioni di lunga data e spesso complesse con le grandi potenze. In alcune regioni emergono rancori e sentimenti antioccidentali, in parte provocate attivamente dall’estero con campagne di disinformazione. Al contempo molti Paesi africani restano strettamente legati all’Occidente. Nell’ultimo decennio, sono state inaugurate oltre 200 nuove rappresentanze nel continente africano. Molte di Paesi del sud globale, che ambiscono a rendere più stretta la loro relazione con l’Africa. Anche la “minuscola” Svizzera ha da tempo moltiplicato gli sforzi di avvicinamento al continente[4].

Gli spostamenti di potere globali si ripercuotono direttamente sul sistema multilaterale. Le discussioni e i negoziati in seno alle Nazioni Unite, l’unica organizzazione internazionale a carattere universale, si fanno sempre più polarizzati. Ne consegue che gli Stati si concentrano piuttosto su coalizioni e organismi multilaterali al di fuori del sistema ONU. Per i Paesi africani si tratta in particolare del blocco BRICS[5] allargato e del G20[6], del quale l’Unione africana (UA) è recentemente entrata a fare parte. Negli ultimi anni, entrambi i raggruppamenti informali hanno registrato un incremento della quota di Paesi africani, un’evoluzione che testimonia anche la partecipazione di un numero sempre maggiore di questi Stati a livello multilaterale. Da tempo gli Stati africani intendono riformare il sistema multilaterale con l’obiettivo di ottenere una rappresentanza adeguata. lamentano che le norme e i valori universali impongano una visione occidentale del mondo e chiedono più voce in capitolo in ambito normativo. In linea con il motto «soluzioni africane a problemi africani», l’UA e le sue organizzazioni regionali (RegionalEconomicCommissions, RECs[7]) assumono un ruolo più importante nel continente, anche per quel che concerne il promovimento militare della pace. Con il progetto faro dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), prende piede la strada all’integrazione economica del continente, anche con l’obiettivo di incrementare il commercio intra-africano, ancora a livelli relativamente bassi. Anche altre iniziative africane in singoli ambiti tematici, come la libera circolazione delle persone o la politica della salute, stanno inoltre prendendo slancio.

Molte parti dell’Africa – soprattutto a sud del Sahara – continuano a soffrire a causa di una notevole volatilità politica esacerbata da conflitti armati ed estremismo violento, seppur in alcuni Stati la situazione è migliorata e si è raggiunta una certa stabilità. La debolezza delle istituzioni statali provoca una spirale di fragilità politica e regionale che si traduce a sua volta in gravi crisi umanitarie. In questo scenario alcuni gruppi estremisti sfruttano le debolezze strutturali dello Stato e la povertà sistemica per accrescere la propria influenza. Ne soffre la popolazione civile che si trova regolarmente nel mezzo di conflitti e soffre a causa delle loro conseguenze dirette e indirette. Violenze sessuali e arruolamenti forzati di bambini-soldato sono all’ordine del giorno nelle zone di guerra, mettendo a repentaglio gli sforzi per la riconciliazione e la rico­struzione. A ciò s’aggiunge la criminalità organizzata, pericolosa in particolare per il traffico di armi e stupefacenti e la tratta di esseri umani. In Africa, le strutture legate alla sicurezza sono in fase di trasformazione. Il ruolo e la presenza delle missioni di pace dell’ONU vengono sempre più spesso messi in discussione da nuovi attori militari africani e internazionali. I crescenti aiuti militari esterni sono forniti con la pretesa di esercitare una maggiore influenza sulla regione e di ottenere accesso alle risorse naturali. Un esempio per tutti: nella Repubblica Centrafricana, terra dei diamanti e dell’oro, i russi – operativi almeno dal 2018 – formano la guardia del corpo del presidente Faustin-Archange Touaderà, presidiando aeroporti e caserme, addestrando l’esercito, controllando la sicurezza delle miniere. Sicurezza in cambio di risorse, sarebbe questo l’accordo che, attraverso una serie di contratti con il governo, permette alle società russe di avere il controllo dei siti minerari: non solo oro e diamanti, ma anche terre rare, metalli non ferrosi, legname. Inutile dire, che secondo l’Onu, durante l’offensiva contro i ribelli, i russi si sarebbero resi responsabile di numerose violazioni dei diritti umani.

Demograficamente parlando, l’Africa presenta la crescita demografica più rapida a livello globale e, stando all’ONU, entro il 2050 la sua popola­zione potrebbe raddoppiare passando da più di 1 miliardo a 2,5 miliardi[8]. Le società africane diventano più giovani, grandi, digitali e urbane. In prospettiva storica, dal 1900 la popolazione africana è decuplicata. I progressi della medicina, la diminuzione del tasso di mortalità e l’elevato tasso di natalità caratterizzano gran parte del continente. Secondo le previ­sioni, nel 2050 il 40 per cento di tutti i bambini nel mondo nascerà in Africa. Alla luce della rapida urbanizzazione, si pronostica inoltre che entro lo stesso anno nelle città africane vivranno 950 milioni di persone[9] (oggi sono 550 milioni). Questi aspetti avranno un impatto sulla prosperità in Africa e generano opportunità, ma anche sfide significative per l’eco­nomia. Infatti, la popolazione del continente è molto giovane e il suo dina­mismo può fungere da motore della trasformazione: con le giuste condizioni quadro, entrando nel mercato del lavoro può infatti dare slancio allo sviluppo economico («dividendo demografico»[10]). Nel medio termine il tasso di natalità dovrebbe diminuire, favorendo un cambiamento culturale e la creazione di prospettive sufficienti sul mercato del lavoro. Al tempo stesso, i movimenti di protesta sociale giovanili mettono sotto pressione gli attuali rapporti di potere. L’insoddisfazione per le condizioni di vita spinge inoltre molte persone a emigrare. È quindi fondamentale che in Africa migliorino l’istruzione e l’occupazione dei giovani in loco.

I cambiamenti climatici, la proliferazione dei conflitti e la precaria situazione economica di molti Paesi africani hanno determinato un incremento dei flussi migratori negli ultimi due decenni. I dati – non sempre affidabili – ci dicono che nel 2020 i migranti intra-africani siano stati in totale 20,8 milioni, pari al 52 per cento della migrazione afri­cana complessiva. Circa 19,7 milioni di persone hanno invece lasciato il continente e il 27 per cento di esse è emigrato in Europa (rispetto al 12 per cento diretto in Asia)[11]. Una buona parte dei migranti, per lo più giovani, cerca opportunità di lavoro principalmente nei centri urbani all’interno del conti­nente. La migrazione intra-africana, spesso stagionale, rego­lare e non legata a conflitti, è aumentata notevolmente dal 2010. Gli Stati africani sono spesso Paesi di origine, transito e destinazione allo stesso tempo, il che li pone di fronte a sfide complesse. In regioni come l’Africa australe e occidentale si riscontra una considerevole migrazione circolare, in partico­lare verso il Sudafrica, la Costa d’Avorio e la Nigeria[12]. Un numero significativo di persone intenzionate a emigrare desidera trasferirsi in Europa e negli Stati del Golfo. Anche il Maghreb è spesso una regione di destinazione e di transito per i migranti provenienti dall’Africa subsahariana diretti in Europa. Le conseguenze irrisolte dei cambiamenti climatici provocano un deterioramento dei mezzi di sussistenza, inten­sificando ulteriormente la dinamica migratoria. La migrazione regolare all’interno dell’Africa e verso altri continenti ha indubbiamente anche aspetti positivi e, sotto vari punti di vista, è importante per lo sviluppo sostenibile nei Paesi di origine e di destinazione. Ciò vale per esempio per la diversificazione dei mezzi di sussistenza, la stabilizzazione del reddito tramite rimesse e l’accesso all’istruzione, qualora manchi nel Paese di origine. In assenza di rotte regolari, le persone ricorrono talvolta alla migrazione irregolare, che ostacola lo sviluppo sostenibile e comporta rischi considere­voli per le persone interessate. Queste ultime si espongono infatti a gravi pericoli quali lo sfruttamento e la violenza[13].

Le tendenze auto­cratiche si stanno diffondendo nel mondo intero, anche in Africa. Infatti, negli ultimi anni, il continente è stato segnato da sviluppi negativi per quel che concerne la democrazia e lo Stato di diritto. Diversi cambi di potere anticostituzionali, processi elet­torali sleali e poco trasparenti e, talvolta, modifiche costituzionali controverse hanno consentito ai governanti di restare in carica per ulteriori mandati, favorendo un deterioramento dell’applicazione dei diritti umani e una maggiore instabilità politica. Nello stesso tempo, in alcuni Paesi ci sono stati anche sviluppi positivi in relazione all’impegno civico e al rafforzamento delle istitu­zioni democratiche. Tali conquiste sono però spesso fragili e possono rapidamente risentire di tensioni in ambito politico, sociale e securitario. La corruzione continua a rappresentare una grande sfida per il buongoverno e lo Stato di diritto in Africa poiché ostacola lo sviluppo economico e sociale, mina la fiducia nelle istituzioni pubbliche e agevola gli abusi di potere. I social media hanno trasformato il panorama dell’informa­zione nel continente e svolgono un ruolo chiave nella mobili­tazione di cittadine e cittadini. Possono però – come accade altrove – anche sviluppare la diffusione della disinformazione.

L’Africa ha il doppio degli Stati che vanta l’Europa a 27. Ne ha 54. È un continente assai variegato, molto più di quanto comunemente si crede. Nei 54 Stati si parlano centinaia di lingue diverse: c’è chi ne conta duemila. Altrettanti, forse di più, sono i gruppi etnici. Ci sono gli arabi, gli zulu, i masai, gli hausa, i fulani, gli hutu, i tutsi, i berberi, i tuareg, i bantu, i pigmei, i tigrini, i somali ecc. Poi ci sono le identità nazionali[14]. L’Africa del Nord è molto diversa da quella del Sud o da quella del Centro o delle coste. Così come diversi sono storie, tradizioni, culture, riti, religioni. L’Africa non è solo un mondo povero e miserabile. È anche un insieme di terre emerse sulla cui superficie e nelle cui viscere abbondano oro, diamanti, uranio, gas, petrolio, cobalto, coltan, terre rare, rame, ferro, tungsteno e tutti quei materiali ed elementi che da millenni – e oggi ancor di più – la specie umana considera “ricchezza”, ma che per il continente hanno rappresentato – spesso -solo povertà, dolore e devastazione. In un mondo divenuto una giungla, in cui conta la forza, il possesso delle armi chi ce l’ha comanda e s’impossessa di ciò che vuole, come fecero che per secoli le potenze straniere, soprattutto occidentali ed europee: utilizzarono la propria superiorità militare per depredare, sfruttare, schiavizzare un intero continente, esseri umani inclusi. Com’è noto, la colonizzazione dell’Africa – specialmente quella subsahariana – è stata una delle più grandi tragedie e macchie dell’umanità. O meglio, dell’Occidente. Il continente è stato infatti spartito fra potenze europee che, soprattutto a partire dall’Ottocento, lo hanno depredato sottomettendone e riducendone in schiavitù le popolazioni[15].

I francesi conquistarono il Nordovest del continente (Sahel e Maghreb), i britannici il Nordest e il Sud, i belgi il Centro – territorio che coincide grosso modo con l’attuale Repubblica Democratica del Congo –, gli italiani il cosiddetto Corno d’Africa, mentre tedeschi, spagnoli e portoghesi si sono presi il resto. Con la fine del secondo conflitto mondiale e l’inizio della Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica registriamo la fine degli imperi coloniali e l’avvio delle guerre d’indipendenza dei popoli africani. L’acquisizione dell’indipendenza non porta a quel miglioramento delle condizioni di vita che nel secondo dopoguerra ha interessato gran parte del resto del mondo. Libera dal colonialismo europeo – anche se non del tutto –, l’Africa è divenuta la frontiera degli interessi economici e geostrategici di multinazionali straniere e dei due blocchi, quello americano e quello sovietico. Dopo il processo di indipendenza il continente diviene teatro di decine, centinaia di colpi di Stato che hanno portato al rovesciamento di regimi, democrazie e governi in ogni suo angolo. La stabilità politica è diventata una chimera. Seppur formalmente ritiratesi, i paesi europei colonialisti hanno continuato a interferire negli affari africani finanziando – ora in uno Stato ora nell’altro – gruppi di potere, milizie, governi ed eserciti che in cambio del supporto offrivano miniere, diritti di estrazione, risorse. Ingerenze dalle quali scaturiscono guerre, instabilità, migrazioni, esodi, sfollati, milioni di morti. E poi fame, disoccupazione, criminalità. E in particolare, governi corrotti e inefficienti, che – pur governando le terre più ricche del mondo – si sono mostrati incapaci di gestire e capitalizzare tali fortune e ridistribuirle ai loro popoli. Rivalità etniche e lotte di potere hanno fatto il resto. Oggi, come in passato, «i popoli che abitano i 54 Stati africani – soprattutto le generazioni più giovani – stanno cercando di diventare protagonisti del proprio destino, nonostante le condizioni politiche di cui sopra rendano (e renderanno, finché non saranno debellate) questa impresa improba come in pochi altri luoghi nel mondo. Il cambiamento climatico – causato in primis sempre dall’Occidente –, con la desertificazione di territori un tempo coltivabili e calamità naturali sempre più violente e frequenti, è un nuovo ostacolo a tale speranza. Che si aggiunge al terrorismo di matrice islamica e alle guerre per vecchi e nuovi minerali preziosi, che deprimono e soffocano ulteriormente ogni tentativo di rinascita»[16].

Dall’oceano Atlantico al Mar Rosso, da ovest a est, si estende un territorio che attraversa orizzontalmente l’intero continente africano. Questa immensa area comprende Stati, popoli, culture e terre dove il deserto del Sahara non è ancora del tutto finito e la foresta equatoriale e la savana non sono ancora iniziate. Questo territorio tra sabbia senza fine e verde si chiama Sahel. Sahel (in arabo “bordo del deserto”). Non è il nome di uno Stato o di una qualche organizzazione internazionale: «è il nome di una regione geografica accomunata da caratteristiche climatiche e ambientali simili. Ma il Sahel è anche un’area geopolitica, perché questa striscia di terra – di cui fanno parte Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sudan, Sud Sudan, Eritrea ed Etiopia – è un diaframma, una cortina tra il Centro-Sud del continente e il suo Settentrione»[17]. Una delle aree più povere del pianeta che con il Nord Africa si affaccia e guarda all’Europa, una delle aree più ricche del mondo. Ricco di gas, uranio e oro, ma anche passaggio obbligato per rotte migratorie e commerciali, «il Sahel è una sorta di filtro la cui apertura o chiusura può fare la differenza tra caos e ordine, tra ricchezza e povertà. Chi possiede il Sahel – o anche parti di esso – può mettere le mani non solo su ricchi giacimenti energetici e di metalli preziosi, ma anche su quel mercato della disperazione che sono le rotte migratorie. Per queste ragioni il Sahel è ritenuto un’area strategica non solo per l’Africa ma anche per l’Europa, e per le stesse ragioni influenze esterne e interessi interni lo rendono una delle zone politicamente più instabili del pianeta: perché tutti lo vogliono e tutti sono pronti a corrompere, armare, fare la guerra, finanziare colpi di Stato pur di ottenerne un pezzo»[18]. Nel Sahel si concentrano alcuni dei Paesi più poveri dell’Africa. In Niger il PIL pro capite è di appena 618 dollari, nel Ciad di 719, nella Repubblica Centrafricana di 445. Negli altri Stati della regione le cifre si discostano di poco. Per avere un termine di paragone, quello dell’Italia è pari a 38.000 dollari, quello degli Stati Uniti a 81.700. Il Sahel è anche definito “Cintura dei golpe”, perché più che in ogni altra parte del mondo – perfino più che nel resto dell’Africa, che pure di colpi di Stato ne ha conosciuti centinaia (le stime variano tra 200 e 400 dal 1950 a oggi) – il rovesciamento violento di governi più o meno legittimi da parte di eserciti e milizie è la norma e non l’eccezione. Dal 1990 a oggi, su 27 colpi di Stato riusciti in tutta l’Africa subsahariana, 21 sono stati realizzati nel solo Sahel. Anzi, nelle sole ex colonie francesi, note anche come “Françafrique”. Negli ultimi cinque anni, dal 2020 ai giorni nostri, sono caduti sotto l’intervento diretto degli eserciti in armi il governo del Mali nel 2020, quelli di Guinea, Sudan e nuovamente Mali nel 2021, quello del Burkina Faso nel 2022, quelli di Niger e Gabon nel 2023. Questi golpe non nascondono solo lotte intestine di potere, guerre etniche e tribali, totale assenza di Stati centrali in grado di mantenere ordine e sicurezza, ma anche influenze, rancori e ingerenze esterne. Per quanto questi Paesi si siano formalmente liberati dal colonialismo francese già decenni fa, «di fatto la presenza di Parigi ha continuato a farsi sentire anche negli anni successivi e fino ai giorni nostri, con una forma di “seconda colonizzazione” più indiretta: un sistema che ha visto la potenza francese sostenere o supportare – anche militarmente – regimi spesso autoritari in cambio di accesso privilegiato alle risorse. Nonostante questa nuova forma di ingerenza sia stata meno diretta e più “morbida” rispetto a quella del secolo precedente – e perfino condivisa (le forze militari francesi nelle ex colonie sono state fondamentali per addestrare e aiutare quelle locali ad arginare l’avanzata del terrorismo di matrice islamica che dall’inizio del nuovo millennio imperversa in tutto il Sahel con una miriade di sigle) –, negli ultimi anni l’odio antifrancese ha cominciato a montare con sempre maggior forza»[19].

Da anni la Repubblica Democratica del Congo, terzo Paese più popoloso dell’Africa subsahariana, non trova pace. Vive una condizione che è allo stesso tempo la sua più grande fortuna e la sua più inestirpabile maledizione: la ricchezza delle proprie viscere. È il Paese più gravido di risorse di tutto il continente – tra i più ricchi al mondo sotto questo aspetto –, eppure è uno degli Stati più poveri del pianeta. Il Congo ha acqua, terra, un sottosuolo straripante di rame, oro, diamanti e stagno, ma soprattutto di minerali quali il cobalto e il coltan, essenziali per la costruzione di batterie, cellulari, condensatori, veicoli elettrici, del personal computer sul quale scrivo queste parole. Da oltre un secolo «il Congo è definito uno “scandalo geologico”, perché – appunto – è quasi “scandaloso” che il destino abbia concentrato tutta questa fortuna in un unico posto, un’unica zona del mondo. La Repubblica Democratica del Congo (o RDC, da non confondere con la Repubblica del Congo confinante a ovest) dovrebbe quindi essere uno dei Paesi più benestanti del pianeta, dal momento che la ricchezza del suo sottosuolo è stimata in diverse decine di migliaia di miliardi di dollari. E invece il 73% della popolazione congolese vive con meno di due dollari al giorno». Un tesoro che attira l’interesse di attori regionali e lontani che, pur di entrare in possesso di un pezzo di quel dono di Madre Natura, armano e finanziano eserciti, guerriglieri e bande che predano territori, aggrediscono popolazioni e assaltano villaggi, che uccidono, cacciano, distruggono, mutilano, rendendo l’intero Paese instabile. E allo stesso tempo portano alla sua guida – insediandole negli apparati burocratici dello Stato – classi dirigenti corrotte e inefficienti, che sono incapaci di pensare al benessere del popolo e si occupano soltanto del proprio. In Sudan dopo la caduta di Omar al-Bashir nel 2019, alla guida del paese da oltre venticinque anni, si nutrì la speranza di un tempo nuovo, di pace. Arduo dar conto in poche battute quanto accaduto in Sudan negli ultimi cinquant’anni. Oggi il paese, dal 2023, è in preda ad una nuova guerra civile che vede contrapposti due generali.

Queste pagine non hanno la pretesa di esaurire un tema vasto ed infinito sul quale esiste una sterminata bibliografia. Sarebbe già soddisfacente accendere nuove curiosità, meno stereotipate, meno schiacciate sui luoghi comuni. Non solo volatilità politica, Stati fragili, conflitti e diffusione della violenza estremista. Ma anche terra dalle innumerevoli opportunità e di grandi successi.

[1 Federico Rampini nel suo volume La speranza africana (Mondadori Milano 2023) ha ricordato che in America Jake Bright e Aubrey Hruby (autori di The Next Africa) hanno coniato il termine Afro-calypse, ossia una crasi che sta per apocalisse africana, afro-calisse

[2]United Nations, World PopulationProspects 2022 Summary of Results, New York, 2022.  chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.un.org/development/desa/pd/sites/www.un.org.development.desa.pd/files/wpp2022_summary_of_results.pdf

[3]Dentro il grande gioco: Orientarsi nel caos degli equilibri internazionali. Fra Storia, guerre e scenari futuri, (Rizzoli Milano 2025)

[4]Giannis Mavris e Pauline Turuban, L’Africa è il futuro, e tutti i Paesi vogliono farne parte, in https://www.swissinfo.ch/ita/affari-esteri/lafrica-%C3%A8-il-futuro-e-tutti-i-paesi-vogliono-farne-parte/89666721

[5]Gruppo originariamente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che ora comprende anche Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Anche l’Arabia Saudita è stata invitata a farne parte, ma non vi ha ancora aderito; l’Argentina ha invece rifiutato l’adesione.

[6]Sul G20: Gruppo dei 20, vedi https://www.g20.org/en.

[7]Tra queste vi sono l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), la Comunità dell’Africa orientale (EAC), la Comunità di sviluppo dell’Africa australe (SADC), la Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale (ECCAS), la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), la Comunità degli stati sahelo-sahariani (CEN-SAD), il Mercato comune dell’Africa australe e orientale (COMESA) e l’Unione del Maghreb arabo (UMA).

[8]United Nations, Population, in https://www.un.org/en/global-issues/population.

[9]Africa’sUrbanisation Dynamics 2022. The economic power of Africa’s cities, in https://www.afdb.org/sites/default/files/documents/publications/africa_urbanization_dynamics-economic_power_of_africa_cities-en.pdf .

[10]Demographicdividend in https://www.unfpa.org/demographic-dividend#0

[11]Africa Migration Report (Second edition) Connecting the threads: Linking policy, practice and the welfare of the Africanmigrant https://publications.iom.int/books/africa-migration-report-second-edition

[12] Giannis Mavris e Pauline Turuban, L’Africa è il futuro, e tutti i Paesi vogliono farne parte, cit.

[13]Ibidem.

[14]Emilio Mola, Dentro il grande gioco: Orientarsi nel caos degli equilibri internazionali. Fra Storia, guerre e scenari futuri, cit.

[15]Vedi la monumentale storia di Joseph Ki-Zerbo, Storia dell’Africa nera. Un continente tra la preistoria e il futuro, Einaudi, Torino, 1977

[16]Emilio Mola, Dentro il grande gioco: Orientarsi nel caos degli equilibri internazionali. Fra Storia, guerre e scenari futuri, cit.

[17]Ibidem.

[18]Ibidem.

[19]Ibidem.

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