Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Marcoflavio Cappuccio
Entra nel vivo l’operazione “Southern Spear”, così denominata dal neonominato Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti. Un’operazione che, almeno nella retorica ufficiale, sarebbe finalizzata a “colpire il narcotraffico”.
In realtà, fin da settembre 2025 gli USA hanno schierato nel Mar dei Caraibi un dispositivo militare di dimensioni tali da andare ben oltre una semplice missione anti-droga: 15.000 marines, elicotteri, caccia F-35 – alcuni dei quali assemblati in Italia nello stabilimento di Cameri (Novara), gestito da Leonardo S.p.A. – oltre a sottomarini e cacciatorpediniere lanciamissili. A confermare le intenzioni reali è soprattutto la presenza della portaerei nucleare USS Gerald R. Ford, la più avanzata al mondo, capace di condurre operazioni di intelligence e attacchi simultanei via mare e via aria a migliaia di chilometri di distanza.
Un dispiegamento di tale entità è sufficiente a imporre un blocco navale al Venezuela, analogo – per filosofia e strumenti – a quello esercitato da Israele contro la Striscia di Gaza. Nel frattempo, le cronache locali riportano diversi attacchi statunitensi ad imbarcazioni accusate di traffico di droga: episodi in cui 80 persone hanno perso la vita, una notizia quasi completamente ignorata dai media occidentali.
Pete Hegseth, nuovo capo del Pentagono, ha dichiarato che «l’operazione difende la nostra patria, elimina i narcos e protegge la nostra gente dalla droga», rispondendo così alle accuse del Ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, secondo cui gli Stati Uniti stanno violando apertamente il diritto internazionale. Al 27 novembre, alcune navi da guerra americane si trovavano a soli 50 km dalle coste venezuelane.
In questo clima, la leader dell’opposizione legata alla destra filo-USA, Maria Corina Machado – Premio Nobel per la Pace (sic!) – ha affermato che per i venezuelani si avvicina «un nuovo inizio di democrazia e libertà», riferendosi alla possibile azione militare americana. Donald Trump, dal canto suo, ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero “confiscare i giacimenti petroliferi” oggi sotto controllo venezuelano: un’affermazione che lascia emergere quella che appare la vera posta in gioco.
Il governo di Nicolás Maduro ha risposto organizzando una imponente marcia militare, accompagnata dai settori popolari storicamente legati al PSUV, affermando che il Paese sarà difeso «da ogni minaccia imperialista». In questo quadro, la Russia – alleato strategico di Caracas – è riuscita a inviare una petroliera appartenente alla cosiddetta “flotta ombra”, che ha eluso il cacciatorpediniere statunitense USS Stockdale e ha portato al Venezuela una grande quantità di nafta, componente essenziale per la lavorazione del greggio extra-pesante.
Il Venezuela, infatti, possiede il greggio più pesante del mondo: per essere estratto, trasportato e esportato deve essere diluito con idrocarburi più leggeri, come nafta o condensati. Senza questi diluenti, l’intera industria petrolifera si blocca – e con essa l’economia del Paese, che dipende dal petrolio quasi in modo totale.
Perché l’escalation?
La storia ci consegna molti esempi di interventi statunitensi giustificati da pretesti “umanitari” o “di sicurezza”: Afghanistan, Iraq e altri ancora. Per comprendere le vere ragioni dell’attuale offensiva contro il Venezuela, è necessario guardare alla sua struttura economica e al suo ruolo nello scontro geopolitico contemporaneo.
Il Venezuela è il Paese con le più grandi riserve petrolifere al mondo, ma non è autonomo nella lavorazione del suo greggio. L’industria nazionale, indebolita da anni di crisi, non produce abbastanza diluenti e deve importarli quasi interamente da Russia e Iran.
Nel 2022 la compagnia statunitense Chevron aveva ottenuto licenze speciali per operare nel Paese, arrivando a esportare 240.000 barili al giorno, cioè un quarto della produzione nazionale, recuperando al contempo crediti arretrati.
Ma nel febbraio 2025 Trump ha revocato queste licenze, accusando Maduro di non aver rispettato gli accordi sulle riforme elettorali e sul rimpatrio dei migranti venezuelani. In realtà, la revoca ha avuto un effetto immediato: ha reso più difficile per Caracas reperire i diluenti essenziali, rallentando così la capacità produttiva del Paese.
Il Venezuela esporta gran parte del suo petrolio verso la Cina. Impedirgli di ottenere nafta significa, di fattobloccare o ridurre le esportazioni verso un Paese considerato “nemico” dagli Stati Uniti;indebolire economicamente il governo venezuelano;colpire indirettamente la Cina, sottraendole energia a basso costo in un momento di crescente competizione globale.
Questa operazione va vista non come un conflitto isolato, ma come un tassello di una più ampia guerra a scacchiera, in cui le grandi potenze si confrontano non solo sul piano militare, ma anche sul controllo delle risorse energetiche.
Un conflitto più ampio
L’eventuale intervento militare in Venezuela non sarebbe dunque un evento autonomo, ma parte di una dinamica molto più ampia: quella che vede crescere lo scontro tra Stati Uniti e Cina, con la Russia a sua volta coinvolta come alleato strategico di Caracas.
Il Venezuela è un nodo cruciale di questa competizione: un Paese ricchissimo di petrolio, geograficamente strategico, politicamente isolato e al centro di un asse energetico alternativo tra Russia, Iran e Cina.
Colpirlo significa, per Washington, indebolire un avversario regionale, ridurre la capacità energetica cinese e riaffermare il proprio controllo nell’America Latina. La combinazione di queste spinte rende la situazione potenzialmente esplosiva.
Il possibile conflitto in Venezuela nasce dalla battaglia per il petrolio, per il controllo delle rotte energetiche e per il predominio nell’attuale quadro interimperialista. Il Venezuela rischia di diventare uno dei principali fronti della nuova competizione globale tra Stati Uniti e Cina.
